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Raccontare i ragazzi con la loro voce. Intervista a Nicoletta Gramantieri

Raccontare i ragazzi con la loro voce. Intervista a Nicoletta GramantieriCapita spesso, leggendo letteratura per ragazzi, d’imbattersi in libri che tendono a scimmiottare il linguaggio dei più piccoli, così da creare qualcosa che, pur parlando i loro, risulti distante dal loro mondo e dalla loro lingua.

Sembra non essere questo il caso di La scrittrice più famosa del mondo di Nicoletta Gramantieri e di cui Mondadori ha da poco pubblicato i primi due volumi, Il libro di Verena e Il libro di Elide, con le illustrazioni di Ilaria Urbinati.

Proprio con l’autrice dunque abbiamo voluto parlare, a partire dalla prima pubblicazione, di letteratura per ragazzi per capire quali siano i suoi punti di forza e come si possa riuscire ad avvicinare i ragazzi alla lettura.

 

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Il libro ha inizio grazie a un’amicizia che sembra destinata a finire, quella tra Elide e Delia. Perché nella letteratura per ragazzi l’amicizia ricopre un ruolo sempre così importante? E fino a che punto se ne rende un’immagine realistica?

La letteratura tratta i temi che sono urgenti per ognuno. C’è chi suppone che la letteratura sia nata così, da quei racconti attorno al fuoco, all’alba dei tempi, in cui ciascuno narrava episodi quotidiani per permettere agli altri di prenderne esempio. I legami, gli affetti, sono al centro della vita di ogni persona e credo che siano un argomento che tutti desiderano indagare. Forse nell’infanzia questo desiderio di interrogarsi è ancora più urgente perché si stanno prendendo, in qualche modo, le misure al mondo.

Le amicizie, come tutto il resto dentro ai romanzi, sono finzione, il lettore lo sa e non credo che cerchi un rispecchiamento della propria realtà. Le storie risuonano tanto dentro di noi proprio perché sono finzione.

Raccontare i ragazzi con la loro voce. Intervista a Nicoletta Gramantieri

All’inizio del libro, Elide si descrive – anche se con la leggerezza tipica dei più piccoli – come una ragazzina sola, o meglio come la figlia che i genitori devono tenere occupata in altro non potendosene prendere cura. Quanto sono soli i ragazzi di oggi? E quanto il nostro riempirli di impegni è in realtà un modo per non occupare insieme a loro il tempo libero?

Il personaggio di Elide aveva bisogno di avere genitori un po’ distratti per potere organizzare la sua attività di scrittrice senza che gli adulti sospettassero. Era poi necessario che amasse la solitudine perché per coltivare la passione della lettura e della scrittura sono necessari spazi e tempi di lontananza dagli altri.

Questo personaggio aveva bisogno di tutto questo per funzionare, per mettere in moto eventi e avvenimenti.

Rispetto alla condizione dell’infanzia ci sono riflessioni interessantissime. Io amo molto Come un bambino della Caramore e I bambini pensano grande di Lorenzoni.

 

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Per riconquistare l’amica, Elide decide di scrivere un libro esattamente come fa la sua mamma che è una scrittrice famosa. Elide cioè si affida alle parole per inventare un mondo. Perché ha fatto scegliere proprio questa soluzione alla sua protagonista?

In realtà è nata prima l’idea che Elide fosse scrittrice. Occorreva dunque un motivo, un pretesto, una motivazione forte, che spingesse una ragazzina timida e riservata a pubblicare le sue storie. La necessità di preservare un’amicizia mi pareva una spinta sufficientemente forte per chi ha undici anni. Il fatto che anche la mamma fosse scrittrice, e scrittrice in crisi, era funzionale al bisogno di mantenimento della segretezza. Elide non può svelarsi per paura di entrare in competizione con la mamma.

 

Com’è stato immedesimarsi nei panni di una ragazzina che scrive un libro? E com’è stato scriverlo come se fosse una ragazzina?

Credo sia soprattutto una questione di voce. Elide doveva essere una undicenne scrittrice. Si è annidata nei miei pensieri, si è miscelata e contaminata con tutte le storie che ho letto, con le mie esperienze di tutti i giorni, con le voci di cui ho fatto pratica nella mia lunga esperienza di lettrice. Poi è uscita così, con una voce e un suo modo di narrare. Era stata tanto pensata da avere una voce completamente diversa dalla mia.

Raccontare i ragazzi con la loro voce. Intervista a Nicoletta Gramantieri

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Parlando di scrittura, è inevitabile soffermarsi sulla lettura. Lei è responsabile della Biblioteca Salaborsa ragazzi di Bologna presso cui si occupa di corsi di formazione per insegnanti e bibliotecari relativi alla letteratura per ragazzi. Perché esiste una sorta di pregiudizio secondo cui la letteratura pensata per questa fascia di età è in realtà una letteratura quasi di serie B?

Credo sia soprattutto perché l’infanzia è considerata un territorio transitorio, un necessario passaggio verso una vita adulta piena e completa. I piccoli, spesso, vengono visti come uno stadio necessario al raggiungimento della vita adulta e si finisce per sottrarre loro dignità e stato esistenziale. L’editoria per ragazzi, però, risulta essere fiorente e attiva in misura maggiore di quella per adulti.

Questo ci dice, fra le molte altre cose, che esiste una condizione dell’infanzia, un essere, un esistere, che, nonostante tutto, continua e persiste anche nella vita adulta, che trova nella letteratura per l’infanzia agio, riconoscimento e accoglienza.

È un po’ come dire che l’infanzia non è uno stato transitorio, ma una dimensione dell’essere che accompagna ognuno di noi in tutte le varie evoluzioni dell’esistenza.

Raccontare i ragazzi con la loro voce. Intervista a Nicoletta Gramantieri

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Lei lavora anche a stretto contatto con i ragazzi tenendo dei laboratori per la promozione della lettura. Quali sono le strategie più adatte per avvicinare i giovani ai libri e alla lettura? E quali sono gli errori assolutamente da non commettere?

Io sono bibliotecaria, ho a disposizione interi scaffali e un’esperienza solida di letture. Ogni volta che ho davanti un gruppo di ragazzi, un ragazzino, un insegnante, un genitore, un educatore, un gruppo di ragazze, una ragazzina, un’insegnante, un genitore, un educatore, proponendo un libro mi chiedo “cosa sto facendo?”. Ci ho messo un sacco a trovare la risposta. L’ho trovata leggendo Roland Barthes. Quando presento un libro in realtà racconto il piacere che ho provato leggendolo, credo che il piacere sia contagioso. Le cose controproducenti? Tentare di estrarre da ogni storia un messaggio edificante. Normalizzare ogni narrazione stringendola dentro a temi, argomenti che gli adulti pensano utili e interessanti.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

Per la prima foto, copyright: Annie Spratt.

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