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Raccontare amicizia e libertà ai bambini

Raccontare amicizia e libertà ai bambiniRaccontare l’amicizia e la libertà ai bambini non è certo facile, anzi il rischio di cadere nel melenso e nel patetico è dietro l’angolo, così come quello dell’eccessiva semplificazione.

Non è questo il caso delle quattro storie che compongono la raccolta Portami con te. Quattro racconti di amicizia e libertà di Stefania Scateni pubblicata da Rrose Sélavy con le illustrazioni di Arianna Papini e l’introduzione firmata da Ascanio Celestini.

Ed è proprio Celestini a svelare il senso vero di questi racconti, che hanno il sapore delle fiabe che mentre parlano ai bambini insegnano qualcosa anche agli adulti:

Nei racconti di Stefania Scateni troviamo gli stessi animali che Esopo immaginava 2500 anni fa. Il leone di Wittgenstein parla con le parole degli umani, ma non lo capiamo, mentre Pablo, il cane di Mirto, abbaia soltanto e si fa capire benissimo. L’anatra Annia è muta, ma l’usignolo Farid la capisce, così come la puledra Quintina sa ascoltare i pensieri di Pino, il bambino cieco, e vuole mostrargli una terra meravigliosa. E Concetta paperina? Lei parla anche col mondo vegetale.

Ecco cos’è una fiaba. Non ci serve per capire le cose del mondo, ma per raccontarle e per trasformarle. E nel racconto ci guadagniamo la libertà di dare voce a tutti i pezzetti del mondo. Gli diamo la nostra voce. Facciamo parlare i sassi! Li facciamo parlare con le nostre parole. Parliamo e parliamo e parliamo per tenere accesa questa favella, per l’assalto al cielo che renderà liberi anche quelli che non immaginano cosa sia la libertà.

Raccontare amicizia e libertà ai bambini

Proprio per farvi respirare l’atmosfera di queste fiabe, ve ne proponiamo qui di seguito una in esclusiva.

 

Pablo il cane

 

C’era una volta un cane che non aveva mai visto il mare. Era un cane maschio, robusto e pezzato, pelo corto e faccia allegra. Era sempre vissuto in campagna, e la pozza d'acqua più grande che avesse mai visto nella sua vita era la vaschetta della fontana dove beveva e si rinfrescava d’estate. Non c’era altra acqua nella sua terra, neanche un ruscello, neanche un laghetto... solo pozzanghere dopo le piogge d’autunno e primavera, piccoli specchi che annusava per guardarsi:

 

“Sono io quella faccia, quel muso lì”.

 

Pablo – era questo il suo nome – non aveva amici cani. La sua mamma non l’aveva mai conosciuta. Era arrivato lì, avvolto in un panno, tra le braccia del piccolo Mirto. Mirto giocava con lui, tirava bastoncini e Pablo correva a prenderli e glieli porgeva tra i denti stretti stretti. Oppure andavano insieme a passeggiare nel bosco accanto alla fattoria, a guardare le farfalle e le formiche e a scavare buche nella terra morbida e umida del sottobosco. Pablo non sapeva se fosse davvero felice. Non sapeva cosa si sentiva nella felicità. Sapeva soltanto che amava Mirto e quel pezzetto di terra.

 

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Raccontare amicizia e libertà ai bambini

Però, ora che era diventato grande, ogni tanto lo assaliva – o meglio, lo impregnava – una specie di tristezza (era quella la tristezza?): si fermava d'un tratto e si acciambellava per terra, come fanno i gatti – alla fattoria ce n’erano cinque – davanti al camino quando fuori nevica o piove forte. Forse non era tristezza. Pablo stava lì, acciambellato, quasi un po’ intontito. Il suo cuore si stringeva come una spugna alla quale si toglie l’acqua in eccesso. Forse era nostalgia? E chissà di che cosa? Forse di un territorio più ampio, forse di amici simili a lui. Pablo era sempre vissuto lì e aveva fatto sempre le stesse cose, annusato gli stessi odori, seguito le tracce delle stesse galline, degli stessi conigli, delle stesse papere. Gli mancava qualcosa, un non so che, indefinito. Sentiva che non era completo, appagato. Certo, Mirto era un amico amorevole, la sbobba era buona e le galline persino simpatiche. Il cielo sopra di lui era quasi sempre sereno, però era troppo lontano, quel blu lassù. Chissà di cosa era fatto, chissà che profumo aveva.

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Un giorno i genitori di Mirto decisero di fare una gita per festeggiare il suo compleanno. Neanche Mirto conosceva il mare e aveva chiesto come regalo di poterlo vedere. Mirto portò Pablo. I due inseparabili amici scesero dalla macchina e si incamminarono fianco a fianco sulla sabbia. Mirto era eccitato, gli piaceva la spiaggia, si era tolto le scarpe e nascondeva le dita dei piedi tra la sabbia ridendo quando scomparivano inghiottite lentamente dai granelli. Pablo poggiò dapprima le zampe con timore, ma poi sentì una sensazione piacevole, come di abbandono, come quando si metteva a pancia in su per farsi accarezzare da Mirto. Avanzò sorridente (i cani sanno sorridere) al fianco dell'amico. Erano contenti e su di giri, osservando quella distesa d'acqua, viva, in movimento continuo, che si fermava sulla sabbia facendola brillare e tornava indietro, un vai e vieni ipnotico, che Pablo osservava per la prima volta e che ora mangiava con gli occhi. Il suono di quel movimento lo cullava dolcemente, come quando era un cucciolo e Mirto lo teneva tra le braccia. Il mare era come un Mirto grandissimo. Era immenso, non si percepiva la fine, si poteva solo immaginarla. Fissando quella meraviglia, Pablo si sedette sul bagnasciuga e si incantò: vide che il mare all'orizzonte diventava cielo e il cielo diventava mare. In quell’abbraccio di turchese, acqua e aria diventavano ancora più immense e lui desiderò essere mare e cielo e desiderò di andare fino all'orizzonte per diventare quell'azzurro chiaro e trasparente e, forse, profumato.

 

“Ma io non so nuotare” pensava Pablo.

 

Si mise in piedi e zampettò avanti e indietro, bagnò le zampe saltellando sul posto, preoccupato e impaziente. Guardò Mirto, che, come lui, era incantato da quell'infinito, e spinse il muso sulla gamba per attirare la sua attenzione.

Raccontare amicizia e libertà ai bambini

Mirto lo accarezzò e gli disse: «È bellissimo, è così infinito, così vivo, che viene voglia di farne parte. Ma come si fa? Non so nuotare!». Pablo ebbe un tuffo al cuore: anche Mirto voleva abbracciare il mare, ma anche Mirto non sapeva nuotare! Scodinzolò intorno all'amico e guaì con dolcezza.

 

“Che facciamo allora?” si chiese Pablo. «Beato te» sospirò in quel momento Mirto. «Beato te, Pablo, i cani sanno nuotare. Gli umani devono imparare». Pablo spalancò occhi e orecchie: “Davvero so nuotare senza che io lo sappia?”.

 

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Abbaiò di felicità e si avvicinò all'acqua. Cautamente entrò in mare, le zampe a mollo. Un’onda lo bagnò fino al garrese. Non voleva avere paura, ma il suo cuore batteva veloce come le ali di un colibrì. Avanzò nell'acqua finché il mare gli coprì il muso fino al naso, d'istinto sollevò e piegò le zampe, che iniziarono a muoversi ritmicamente, come per un balletto. Sembrava una magia e invece era reale: Pablo rimaneva a galla e nuotava! Abbaiò ancora più forte per chiamare Mirto che, rimasto in piedi sul bagnasciuga, lo guardava estasiato e lo incitava a continuare: «Bravo Pablo, nuota, nuota!».

 

Pablo nuotò verso di lui fino a riva. Quando gli fu accanto, abbaiò ancora per invitarlo a seguirlo. Mirto capì – erano amici, no? – e si aggrappò a Pablo, che piano piano entrò in mare, finché arrivò dove non si toccava. Mirto si lasciò andare e si fece trasportare. Pablo zampettava nell’acqua trascinando Mirto tra le onde delicate. Anche il mare collaborava smussando la sua energia, il suo respiro. Pablo nuotava verso l'orizzonte e Mirto rideva e lo seguiva come una barca trainata da un'altra barca e urlava quando l’acqua lo schizzava. Urlava di gioia.

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