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Raccontami di un giorno perfetto: incontro con Jennifer Niven

Raccontami di un giorno perfetto: incontro con Jennifer NivenRaccontami di un giorno perfetto (De Agostini 2015, traduzione di Simona Mambrini) di Jennifer Niven è stato uno dei maggiori successi editoriali del 2015 nel settore Young Adult,in corso di pubblicazione in quarantuno Paesi e freschissimo vincitore della terza edizione del premio riminese Mare di Libri, assegnato nel corso dell’omonimo Festival della Letteratura per ragazzi che si tiene da ormai nove anni a Rimini.

Ci racconta la storia di Theodore Finch e Violet Markey, due studenti di liceo che vivono in una cittadina dell’Indiana, che in una fredda mattina invernale si ritrovano entrambi a contemplare il mondo sottostante dall’alto della torre campanaria della scuola, dove si sono rifugiati, spinti da motivazioni differenti. Lei, studentessa modello proveniente da una famiglia come tante, non ha ancora superato il fatto di essere sopravvissuta al grave incidente d’auto in cui ha perso la vita l’adorata sorella Eleanor, mentre lui, soprannominato “Finch lo Schizzato”, combatte da anni contro una probabile sindrome bipolare, sottovalutata se non addirittura ignorata dai genitori, che sembrano avere altro a cui pensare: il padre ha lasciato la famiglia per andare a vivere con un’altra donna, la madre non riesce a superare il trauma dell’abbandono e si trascina da un giorno all’altro trascurando del tutto i tre figli.

 

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L’incontro fortuito tra Theodore e Violet è il punto di partenza per una storia d’amicizia e d’amore,che si sviluppa grazie a un progetto di ricerca scolastica sui luoghi insoliti dell’Indiana che i due devono svolgere insieme, in quel particolare momento della vita in cui l’avvicinarsi della fine del liceo e il successivo passaggio all’università segnano anche la fine dell’adolescenza, complicato dal particolare vissuto dei protagonisti.

Raccontami di un giorno perfetto è un romanzo sulla difficoltà di elaborare i lutti, di fare i conti con sé stessi e le proprie debolezze, in definitiva di imparare a diventare adulti, di cui abbiamo parlato con l’autrice, Jennifer Niven: forte del successo ottenuto dal romanzo in molti Paesi (ne arriverà presto anche la trasposizione cinematografica) ha concesso questa intervista ai blogger milanesi prima di recarsi a Rimini per ricevere il premio, assegnatole da una giuria di lettori tra i 14 e i 16 anni chiamati a votare il miglior Young Adult del 2015.

 

Quando ha iniziato la stesura del libro era già sicura della trama e del finale?

Sapevo quale sarebbe stato il finale che avrei voluto, ma sapevo anche qual era il finale necessario.

 

Che cosa rende speciali i due protagonisti, e al tempo stesso abbastanza simili ai lettori che possono identificarsi in loro?

Amo pensare che siano, come ciascuno di noi, degli esseri unici. Entrambi possiedono dei tratti universali che sono il desiderio fondamentale di essere amati e quello di essere visti come si è veramente. Per questo Finch si innamora di Violet quando lei per la prima volta gli sorride con un sorriso “vero”. Abbiamo bisogno di sentirci considerati.

 

Com’è stato scrivere una storia così profonda?

È stata una sfida e non sapevo se ci sarei riuscita realmente, perché in effetti si trattava di una storia estremamente personale e non sapevo nemmeno se, dal punto di vista emotivo, avrei avuto voglia di rivivere la situazione, perciò mi sono detta “ci provo, scrivo il primo capitolo e se funziona vado avanti, altrimenti mi fermo e nessuno lo saprà mai”, ma alla fine il percorso si è rivelato estremamente catartico.

Raccontami di un giorno perfetto: incontro con Jennifer Niven

Qual è stata la parte più difficile nell’immedesimarsi nel personaggio femminile?

Violet in effetti è molto simile a me, quindi si potrebbe pensare che per me sia stato facile scrivere di lei, e invece no, perché in realtà si è rivelato molto più semplice scrivere di Finch, che era per me un personaggio molto vivido. Violet ha tanti tratti miei, ma entrare in sé stessi non è mai una cosa facile. Solo quando ho iniziato a “sentire” la voce di Violet sono riuscita a mantenermi in contatto con lei e a conoscerla.

 

Com’è nata l’idea del progetto scolastico che porta Violet e Theodore a visitare i luoghi particolari dello stato dell’Indiana.

Il personaggio di Finch è ispirato a un ragazzo vero che ho amato molto, quando vivevo in California e non nell’Indiana come accade nel libro. Lui lavorava per un’agenzia di viaggi e portava la gente in giro per Los Angeles, e io lo aiutavo a organizzare questo tipo di tour. Lo chiamavamo il nostro girovagare: portavamo i turisti in luoghi insoliti, dove in genere la gente non va, che magari non erano particolarmente significativi, ma che in realtà, poi, per noi sono diventati posti estremamente speciali. Quando ho dovuto pensare da un punto di vista narrativo a cosa fare per unire i due personaggi, sapendo che Violet non avrebbe mai avuto voglia di avere a che fare con Finch dopo l’incontro sul campanile, ho pensato che questo progetto di classe sulla geografia potesse essere un buon espediente letterario per farli andare in giro insieme in una maniera molto naturale.

 

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Molto interessante è il discorso sui monumenti dell’Indiana, perciò mi chido se sono tutti reali, e se era tanto importante che i due protagonisti convergessero su di essi.

Io sono cresciuta nell’Indiana e non pensavo che ci fosse niente di rilevante lì, come Violet che non trova la regione interessante. Invece, quando ho dovuto fare questa ricerca per il romanzo, mi sono imbattuta in un libro che si chiama Indiana assurda ed elenca una serie di posti stranissimi che si trovano in questo stato. Spulciando la lista ne ho scelti alcuni, dove non ero mai stata: l’unico che ho inventato completamente è la biblioteca mobile, che proprio non esiste.

 

Visto che è passato un po’ di tempo da quando ha pubblicato il romanzo, in cui si tratta di un tema molto delicato come il suicidio, ha avuto modo di fare un bilancio della risposta che ha ricevuto sia da parte dei giovani, sia da parte del pubblico adulto?

Le risposte sono state numerosissime e in gran parte positive, mi hanno quasi sopraffatta. Ci sono state solo alcune reazioni negative, soprattutto da parte di adulti che inizialmente hanno preso parola per dire che, secondo loro, i teenager non dovevano essere sottoposti a questo genere di tematiche perché era troppo presto per loro. Hanno anche detto che gli adulti, dentro il romanzo, apparivano estremamente negligenti. Purtroppo, la mia esperienza personale e anche le impressioni, le risposte, i contatti avuti con il pubblico più giovane confermano che le cose stanno così. I ragazzi si sentono spesso non ascoltati, non visti dai propri genitori o comunque dagli adulti che hanno intorno, mentre il libro è diventato per loro un amico, un punto di riferimento, e in alcuni casi è stato anche un’ancora di salvataggio.

 

Oltre al suicidio, che è il tema fondante del libro, mi sembra difficile parlare anche di un lutto subito molto presto nella vita, così che si ha davanti un tempo lunghissimo per convivere con il dolore. Volevo sapere se considera equivalente la difficoltà e la profondità dei due temi, e se anche questo può insegnare tanto agli adolescenti.

Suicidio e perdita qui sono complementari e funzionano insieme allo stesso modo: come vediamo Finch arrancare per restare aggrappato alla vita, incredulo di fronte al fatto che il mondo continua comunque a girare, la stessa cosa la può avvertire chi subisce una grossa perdita, e si chiede come andare avanti. Sono due punti di vista che a un certo punto coincidono per i due personaggi principali, che per questo si legano uno all’altra.

Credo sia molto importante parlare del lutto e della perdita, con i ragazzi, perché molto spesso si tratta di emozioni fortissime che loro non hanno mai provato e se si trovano a doverle gestire non hanno gli strumenti per farlo. È qualcosa che ti ribalta la vita, ma che è molto difficile affrontare e superare senza strumenti e risposte.

 

Prima si è detto che nel libro i genitori appaiono impreparati di fronte ai problemi dei ragazzi. Non è anche un problema di differenza tra la malattia fisica e quella psichica, nel senso che per molti genitori può essere assai più difficile comprendere un problema psichico di un adolescente piuttosto che una malattia diagnosticabile più facilmente?

Sicuramente è così. Nel caso dei genitori di Finch vediamo che sono due persone molto concentrate su sé stesse. La madre è fortemente esaurita e del tutto assente sul piano emotivo nel rapporto con il figlio, mentre il padre è a sua volta una personalità bipolare, perciò è probabile che abbia trasmesso questo al figlio. È più semplice, e lo dice anche il ragazzo nel romanzo, avere a che fare con un dolore fisico piuttosto che con un disturbo della psiche, anche perché spessissimo c’è un senso di vergogna ad accompagnare un problema non visibile. Direi che questo è uno stigma sociale che dovrebbe scomparire.

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Pensa che oggi il ruolo genitoriale si sia annullato? L’aumento dei suicidi tra gli adolescenti può dipendere in parte anche da questo?

Questa domanda è molto interessante: rispondo riferendo quello che mi sento dire dai miei lettori, perché mi dicono che oggi i genitori non li ascoltano e non hanno mai tempo per loro. Allo stesso tempo, i ragazzi non vogliono dare preoccupazioni ai genitori, hanno paura di sentirsi sminuire o di essere considerati iper-emotivi. Invece è importantissimo parlare e sentirsi ascoltati.

 

Forse i ragazzi hanno bisogno di tempo, in questa vita che ormai va troppo veloce per tutti. Sembrano i più dinamici, ma in realtà sono molto stressati.  Non c’è forse una necessità di fermarsi un po’? Non è questo che vogliono fare Violet e Finch guardando il mondo dall’alto della torre campanaria della scuola?

Sì, è molto bella quest’immagine: il mondo da lassù continua a girare molto in fretta. I genitori sono spesso così stressati e sovraccarichi di lavoro da risultare incomprensibili ai figli. Quello che i due ragazzi fanno è proprio cercare di prendersi del tempo.

 

Mi hanno colpito molto i riferimenti a Cesare Pavese e a Virginia Woolf all’interno del libro, perché sono due fari culturali internazionali: per quanto il mondo dei protagonisti appaia ristretto, le citazioni di questi autori ampliano il respiro del racconto. Volevo sapere se questi autori hanno ispirato anche lei, a prescindere da questo libro.

È buffo, perché spesso mi hanno chiesto se avessi una connessione forte con Virginia Woolf e se fosse una mia autrice di riferimento, ma devo confessare che non sono mai stata una sua grande fan. Anzi, direi che l’apprezzo di più dopo aver lavorato a questo libro. Tutto è nato da un regalo che mi è stato fatto da un amico: era un libro che conteneva le lettere scritte prima del suicidio da personaggi famosi, e lì ho imparato ad apprezzare le storie e i personaggi  della Woolf e di Pavese, e in seguito i loro lavori: è quello che sta succedendo adesso in varie parti del mondo, dove alcuni lettori di Raccontami di un giorno perfetto, che probabilmente non avrebbero mai conosciuto questi scrittori, improvvisamente si scoprono interessati, vogliono saperne di più e imparano ad apprezzarli.

 

Nella formazione di un adolescente di solito ci sono dei libri importanti, di cui ci si ricorda anche in seguito. Quali sono stati i suoi autori di riferimento?

Flannery O’Connor è per me sempre una delle autrici più importanti, poi Shirley Jackson e Ray Bradbury. Da ragazza leggevo prevalentemente classici, scrivevo storie brevi e inizialmente tutti i miei tentativi letterari erano delle pessime imitazioni di Ray Bradbury. Un altro libro per me ancora fondamentale è A sangue freddo di Truman Capote: sono tutti “topoi” letterari che rivisito spessissimo, anche perché mi rendo conto che col tempo continuo a convergere sempre di più verso i classici, come le sorelle Brontë oppure Oscar Wilde.

Raccontami di un giorno perfetto: incontro con Jennifer Niven

Che libri consiglierebbe agli adolescenti di oggi?

Jessie Nelson è sicuramente la mia scrittrice preferita in questo momento. Un altro autore che amo moltissimo anche come persona è David Levithan, che conosco bene, e sono tanto felice di far parte di questo mondo, che trovo iper-creativo, coraggioso e baldanzoso.

 

Amava scrivere già da piccola oppure è una passione nata all’improvviso?

Ho sempre amato scrivere, per me è una delle cose più belle in assoluto. Anche mia madre era una scrittrice e mi ha insegnato a trovare le storie ovunque. Mi ha anche mostrato quanto coraggio ci voglia, e quanto faccia paura scrivere, e quanto stress comporti, per cui per un certo periodo ho anche pensato “non scriverò mai” e invece, come sapete benissimo tutti voi che scrivete, è qualcosa da cui non si può mai sfuggire: bisogna scrivere.

 

Può dirci qualcosa sul film che stanno per girare da Raccontami di un giorno perfetto?

Posso dire che inizieremo a girare in autunno, e che ieri notte, arrivando in aereo da Los Angeles, stavo lavorando alla stesura della sceneggiatura e piangevo disperatamente. Avevo nelle cuffie la playlist che mi ero creata appositamente per le scene del film e per fortuna sull’aereo era buio, perciò non mi si vedeva. L’unica altra anticipazione che posso darvi è che speriamo tantissimo di trovare l’attore che farà Finch entro la fine dell’estate.

 

Il personaggio femminile è già stato trovato?

Sì, la presenza di Elle Fanning è confermata, anche se la cosa mi fa un po’ di paura, perché lei era già stata contattata due anni fa, ma ora la cosa sta andando un po’ per le lunghe e c’è sempre il timore che si stacchi dal progetto, ma penso che non accadrà e ne sono felicissima.

 

L’anno scorso si parlava di Nicholas Hoult per il ruolo di Finch.

Stiamo incontrando candidati dallo scorso autunno e ogni volta che ne vedo uno me ne innamoro, per poi innamorarmi di quello successivo, cosa che accade a tutte le produttrici donna. Fortunatamente, il regista è un uomo e lavora più a livello mentale. Stiamo vagliando sia attori famosi che poco conosciuti, ma probabilmente sceglieremo un volto non ancora noto, perché vorremmo che diventasse davvero Finch agli occhi del pubblico.

 

Ci può dire qualcosa del suo nuovo libro, che uscirà negli Stati Uniti a ottobre? In particolare, pensa di essere cresciuta, come persona e come autrice?

Mi sento sicuramente cresciuta. Questo sarà il mio nono libro: guardandomi indietro vedo come ho scritto in passato, e se da un lato riscriverei tutti i libri precedenti, dall’altro li lascerei così perché mi rappresentano com’ero in quel momento. Sto vedendo che il mio stile tende a raffinarsi e ad armonizzarsi. Non sono mai stata abituata a scrivere con una musica di sottofondo perché mi ha sempre distratto, invece in questo caso l’ho fatto e ho avvertito un senso di libertà mai provato prima, che mi ha reso felice e di cui sono rimasta sorpresa.

Sono contentissima, ma un po’ nervosa perché si tratta di un libro molto diverso da Raccontami di un giorno perfetto, nel cui mondo sono rimasta immersa per tanti anni, mentre adesso mi ritrovo in un mondo diverso, e mi sembra ancora strano parlare dei personaggi Libby e Jack, anche se spero che anche loro riescano a suscitare una risposta nei lettori.

Raccontami di un giorno perfetto: incontro con Jennifer Niven

Non pensa di tornare a scrivere anche per gli adulti?

Non voglio dire che non tornerò alla letteratura per adulti, ma senz’altro, se lo volessi fare, manterrei come mio rifugio il genere Young Adults, perché qui mi sento veramente molto a casa, e adoro scrivere per i ragazzi, non solo per il pubblico ma per tutte le persone coinvolte in questo mondo: gli editori, i blogger, i librai in questo ambiente dimostrano uno slancio e un entusiasmo che raramente ho trovato nell’ambito della letteratura più “alta”.

 

Come la fanno sentire i suoi fan italiani?

Mi rendono felice in modo indescrivibile. Sono tra l’altro quelli che mi fanno domande più profonde.


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