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RACCONTAMI (20) – “E per dolce mangia un cuore” di Giuseppe Pompameo

E per dolce mangia un cuoreUna “svogliata” recensione di E per dolce mangia un cuore

Può capitare, e capita, che un testo che hai tra le mani da qualche mese e che devi recensire lo finisci per leggere nel momento meno opportuno. Può capitare, e capita, che il primo racconto del volumetto (trattandosi di una raccolta) ti infastidisca al punto che chiudi il libro e rimandi ancora la lettura per un tempo indefinito. Può capitare, e capita, che tu abbia però conosciuto personalmente le editrici (due sorelle) e che ti siano sembrate persone competenti e cordiali e, magari, che l’opera abbia pure una veste grafica accattivante, una carta paglierina porosa e vien quasi di dire fragrante. E allora, la lasci lì, in attesa sulla scrivania – anziché nasconderla dietro le pile di volumi che ti assediano e che nei mesi caldi ti fanno ombra, in quelli freddi ti riparano dagli spifferi.

Prima o poi, la riprendi e ricominci dal secondo racconto. Magari non ti entusiasma nemmeno quello, ma va già meglio, ti pare che lo stile continui sì a essere un po’ lezioso, ma trovi qualche immagine efficace, suggestiva. Così vai avanti, sino alla fine e poi provi in qualche modo a scriverne, anche se la voglia è poca.

Insomma, a me è successo tutto questo con E per dolce mangia un cuore di Giuseppe Pompameo (Scrittura&Scritture). Una raccolta coesa, gli va riconosciuto senza se e senza ma, in cui tutti e cinque i racconti sono caratterizzati da un crescendo tragico, sino al cupo finale; così come è senz’altro peculiare lo stile dell’autore, sempre teso al lirismo, al metaforico. Per darvene un’idea apro tre volte a caso il libro estraendo qualche riga dal primo paragrafo: p. 79 «[…] nel buio ne riusciva perfino a distinguere, proiettate sullo schermo d’acqua dalla luce slavata della luna, le ombre»; p. 17 «Due cuccioli in fila indiana sotto una pioviggine sottile, obliqua, sfoglia liquida in cui si scioglieva, ora, la foschia della sera»; p. 35 «Alla fine ‘el lejano’ lo trovavi sempre là, nel silenzio pesto dei suoi quattro pensieri che si trascinava dietro, quasi fosse una palla di piombo serrata ai piedi, il peso d’un inesorabile segreto». Se possa piacere o no dipende dal tipo di lettore con cui si ha a che fare.

Ma, anche se non è il genere di scrittura che mi appassiona, ciò che del primo racconto, La giostra davanti al mare, non mi ha convinto non è stato questo, ma l’ingenuità un po’ forzata dei due protagonisti, un bambino e un cagnolino randagi. In seguito, assimilata la cifra stilistica, ho invece riconosciuto una certa perizia negli orditi, come nel racconto che dà il titolo all’opera, E per dolce mangia un cuore, o magari lo spunto narrativo, come per l’ultimo, Al Café Atlantico, in cui un uomo mette in scena il proprio suicidio una volta a settimana, finché il suo destino non si compie (o forse l’amarezza prende il sopravvento?). Va anche rilevata la capacità di Pompameo di rinnovare di continuo lo scenario, con poche ed efficaci pennellate, passando da una località di mare sull’Adriatico, alla Buenos Aires in cui un suonatore di strada concede le sue ultime note, dalla Roma viziata e viziosa in cui si intrecciano strane trame famigliari, alla Parigi dell’Operá e infine alla Lisbona misera e teatrale.

Può anche capitare, e capita, dunque, che tu avverta che forse c’è del buono in un’opera, sebbene non sia nelle tue corde, e così ne scriva una recensione un po’ svagata, di cui ti vergognerai non appena verrà pubblicata, ma che non abbia il tempo e la voglia di rimetterci mano, e allora la spedisci così com’è – per andartene in santa pace al mare.

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