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RACCONTAMI (11) – “Tra amici” di Amos Oz

ATra amicimos Oz e i precari equilibri di un kibbutz

Con mesto e delicato sentimentalismo, Amos Oz raffigura in Tra amici (tradotto per Feltrinelli da Elena Loewenthal) i precari equilibri che regolano la vita in un kibbutz israeliano, dove tutto è rigorosamente pianificato, tranne – inevitabilmente – i sentimenti più intimi. Ciascuno degli otto racconti rifugge dalla forma classica, con finale chiuso e/o a effetto, presentandosi come un frammento che si compone armoniosamente con gli altri (evitando così l’effetto “accozzaglia” troppo spesso lamentato in questa rubrica per altre sillogi di racconti): non solo diversi personaggi si ripetono, ma anche gli esiti di alcune storie vengono accennati nelle successive.

Come in Baci Scagliati Altrove di Veronesi, un ruolo preponderante hanno i rapporti tra padri e figli, soprattutto in due dei racconti più intensi e convincenti della raccolta: in Un bambino piccolo la derisione di un fragile bimbetto da parte dei compagni di dormitorio finisce per scatenare la furia del genitore (e fa un certo effetto che il padre sia quell’uomo ilare e burlone che ha già fatto la sua comparsa in alcuni dei brani precedenti e che dunque il lettore ben conosce); Papà ha invece per protagonista Moshe, un ragazzino “esterno” che si trova a dover assimilare e accettare le norme del kibbutz, inclusa la difficoltà di uscirne per andare a far visita al padre ricoverato in quello che pare essere un istituto di igiene mentale. Moshe è un personaggio toccante poiché infantile e adulto allo stesso tempo, ma soprattutto, pur vivendo in una comunità, paradossalmente solo: «Da quanto ha letto nei libri è giunto alla banale conclusione che quasi tutti gli uomini hanno bisogno di più affetto di quanto ne sia reperibile». Quello che emerge in Dir Ajlun è invece il legame tra una madre che vorrebbe vedere il proprio figlio realizzato in un altrove possibile e quest’ultimo, indeciso se raggiungere lo zio in Italia, opponendosi così alla volontà collettiva – dettata per lo più dall’invidia.

In Esperanto Oz in poche pagine traccia il rapporto di dipendenza tra Martin, un calzolaio malato (con il pallino di affratellare le genti attraverso la diffusione dell’esperanto), e Osnat la vicina che si prende spontaneamente cura di lui: «Le serate in compagnia di quell’uomo malato, le sue conversazioni, la sua gratitudine, il mondo di ideali e pensieri che lui le dispiegava davanti, tutto ciò le era assai prezioso […]». Ma per Osnat, già protagonista di Due donne, è anche un modo per riempire l’abbandono di suo marito, dopo che non ha accettato di trasformare la consuetudine con la sua nuova compagna in amicizia. Ed è infatti l’amore l’altra forma di reciprocità scandagliata in quest’opera e in maniera particolarmente efficace nel lirico racconto Di notte: Nina, stanca del suo compagno, chiede aiuto a Yoav, segretario del Kibbutz da tempo innamorato di lei, ma deciso a non infrangere la lealtà nei confronti della propria sposa. Il re di Norvegia verte invece su un’amicizia che forse sarebbe potuta diventare qualcosa di più, mentre Tra amici, che dà il titolo alla raccolta, riassume sia il rapporto genitori/figli, sia quello uomo/donna (ossia i principali nella silloge di Amos Oz, ma anche nella vita): combattuto tra indulgenza, amarezza, frustrazione e vergogna, un padre va a parlare all’amico sciupafemmine con cui convive ora la sua giovane figlia.

Vi sarà ormai chiaro che tema sotterraneo e costante Tra amici sono proprio le relazioni e i legami tra persone, i quali, siano d’amore, d’amicizia, di rispetto o di dipendenza, sempre rivelano una fragile incrinatura che le circostanze e la forza di volontà possono allargare o, temporaneamente, rimarginare.

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Commenti

mi sembra di averlo letto ma non sono sicura.
non riuscirei a vivere in un kibbutz, o in una comunità di qualsiasi tipo.
troppa poca privacy.

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