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Quello che vive in noi. “Alfabeto primitivo” di Giorgio Ghiotti

Quello che vive in noi. “Alfabeto primitivo” di Giorgio GhiottiPuntata n. 117 della rubrica La bellezza nascosta

 

«È una gara alla luce questo affaccio di volti/nel quadrato di nero aperto al cielo –/sarebbe più che/meraviglia, uno stupore/vederti comparire alla ringhiera/più simile a una bestia in questa casa/abbandonata da vent’anni al sole e al gelo./Si sono estinte le piante sul balcone,/hanno passato le estati tremanti/nella speranza di vederti che le guardi/e le resusciti per prime/come le prime tra le cose perdute./Ci entrano anche le stelle in questo buio,/anche l’attesa è abituarsi a dire addio come dicevano un tempo gli alberi/a coppie impazzite di ali.»

 

Il tempo è un varco, una finestra spalancata sugli addii che siamo costretti ad accogliere come si accoglie un castigo, sulle persone che dobbiamo salutare per rabbia o per costrizione; il tempo e le ore che passano e ci trascinano via come se fossimo detriti, granelli di sabbia o forse di polvere, qualcosa di vero ma sempre meno autentico. I defunti ci osservano attraverso i ricordi, ci guardano mentre riposiamo, mentre nel sonno simuliamo la fine del corpo nel silenzio di un nostro respiro che resta l’unica sentinella possibile. Le attese infinite sulle porte, negli androni, sopra il cemento bollente di strade assolate travolti dal sudore e dall’impazienza e dalla speranza che attendere non sia il nulla, non sia vano, non sia restare con la bocca piena di dolore.

 

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Quello che vive in noi. “Alfabeto primitivo” di Giorgio Ghiotti

Giorgio Ghiotti è nato a Roma nel 1994, Alfabeto primitivo è una raccolta di poesie uscite per Giulio Perrone Editore.

Una raccolta poetica fatta di strappi, di volti che appaiono e compaiono tra le strade senza nome, dentro vicoli di altre città che conosciamo ma non riconosciamo. Parole e frasi che percorrono fili invisibili, rettilinei e curve, che toccano l’amore e toccano l’origine; padri e madri e abissi e superfici che restano fisse dentro le nostre pupille già dopo il primo sguardo.

«Come ieri, così avanti/per sempre. Ancora sono/in via Solferino, sotto/un portico di Bologna, ancora/questa tristezza fidata/che affratella i luoghi/e ne fa doppi fondi, specchi/comunicanti, credibili menzogne./Sono qui, in una piazza di Roma,/fra tanti. Ancora il bel nome,/Matteo, tra le cose importanti.»

Quello che vive in noi. “Alfabeto primitivo” di Giorgio Ghiotti

Giorgio Ghiotti, con una lingua mai eccessiva, sempre piena e viva, ci porta negli spazi che vivono dentro ogni essere umano, tra quelle fessure che a volte cerchiamo di nascondere agli altri e a noi stessi; ci conduce con pagine potenti a tratti, delicate in altri momenti, nella scoperta di un tempo passato che pare essersi cristallizzato nella mente, divenuto cemento, materia da cesellare, a cui dare forme diverse a seconda della forza del ricordo.

«E tu dov’eri in questo sfondo d’anni/mentre i pianeti ruotavano più lenti/e io inventavo una versione allegra/del vuoto intorno che mi hai lasciato,/dov’eri in sogno mentre si svegliava/la città padrona dei ricordi, e ogni/luogo mi portava al centro esatto/del respiro condensato nell’aria,/bianco splendore lunare, fumo lieve/che se lo porta il vento, che sale/e lo disperde come perdo i giorni/ad aspettare l’acqua che trascina/nomi e bussole della tua mappa infedele./Non sono stato in nessun luogo che non fosse/ritorno e nostalgia, ripetersi del viaggio, /e ogni alba indicava una via e nei tuoi occhi raccoglievo un secolo, un paesaggio.»

Quello che vive in noi. “Alfabeto primitivo” di Giorgio Ghiotti

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In queste pagine è presente il tempo in maniera massiccia e densa, un tempo vissuto, passato, un tempo sfuggito o forse ancora da vivere; le ore in compagnia degli affetti, di chi ci ha donato un pezzo di luce che siamo riusciti a mettere in tasca per tenere sempre vivo il ricordo di quel viso, di quell’abbraccio, di quelle parole sommesse che ci si confidava senza forza.

Poesie che scorrono sulla lingua e che diventano immagini lucenti, spostamenti importanti che possiamo registrare dentro gli occhi lasciandoci andare al fragore che fa la memoria.

«Vederla anfibia la vita, animale,/saltare il fosso e tu saltarle accanto/con lo stesso incanto che credevi/avere in mano nell’altro pugno chiuso,/e tu la scelta sempre la peggiore/per quel dolore di briciola che apriva/un niente custodito nel taschino.»

 

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Il dolore che ci fa compagnia come la presenza dei morti nelle ore buie della veglia, quando in casa sono accese solo luci minute che si confondono con le fiammelle e dove i passi rumoreggiano somigliando a una cascata di sassi.


Per la prima foto, copyright: Orlova Maria su Unsplash.

Per la quarta foto, la fonte è qui.

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