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Quelle mamme assassine

Mamme assassineSono loro, quelle mamme assassine, che mettono in crisi la nostra salda, concreta solidarietà verso le mamme tutte. Che minano dalle fondamenta perfino il nostro essere stati devoti alle nostre mamme.

È strano, ma una società che tollera i padri e i mariti assassini, sta percossa quando una madre (da Cogne alla Sicilia) uccide un figlio. S’incupiscono i sentimenti, si smarrisce perfino la rabbia, perché viene meno quel punto fermo che è la cura. Già, perché le madri sono l’agente di cura al quale una società sostanzialmente patriarcale affida l’allevamento dei figli, il sovraccarico di lavoro e la fatica di tirar su una famiglia. Quando l’essere curante è incurante della vita, all’assassinio dell’amore rispondono i media con la cattiveria dello smarrimento.

Così per il piccolo Loris, così per tutti i bimbi uccisi dalle madri. In questo smarrimento, mai che una voce dica quel che accade davvero: che la disposizione all’omicidio, come al suicidio, è socialmente costruita, non è il parto di una follia individuale, ma l’esito di una diffusione oltraggiosa dei dispositivi culturali che annientano l’altro, anche quando l’altro è tuo figlio. Crolla l’amore nella sua identificazione con l’essere femminile, perché si smantella il ruolo della donna, come socialmente imposto, e si riequilibra nella violenza il rapporto tra i generi.

In questo shock la luce della cronaca non trova argomenti esplicativi, ma moralismi d’accatto e ricette carcerarie e lapidarie: riemergono gli odi atavici contro le donne devianti, le pretese di tortura, di vendetta.

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La madre di Loris è stata offesa dalle altre donne incarcerate, perché l’uccisione di un figlio pone tutti sullo stesso piano: tutti siamo potenziali assassini. Ma questo dovremmo saperlo da tempo, siamo una specie che non si estingue perché sopravvive a danno della natura, che nega la vita come presupposto per la propria resistenza in vita. Allora, nell’esame che dovremmo fare tutti quando avvengono fatti simili, inseriamo un dato: omicidi come questi distruggono l’idioma socialmente accettato del corpo femminile come sistema di funzioni al servizio della prosecuzione della specie. La società risponde con altrettanta violenza, verbale, decretando la morte sociale dell’omicida sulla base anche di soli e semplici sospetti. Non un processo sociale indiziario, ma l’indizio della negazione a un processo della società. In sostanza, nella replicazione dell’ordine e dello squilibrio tra i generi, quelle mamme assassine devono essere subito moralmente castrate.

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