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“Quella vita che ci manca”: Valentina D’Urbano torna alla Fortezza

Valentina D'Urbano, Quella vita che ci mancaLeggendo Quella vita che ci manca (Longanesi), terzo romanzo di Valentina D’Urbano, mi è tornata in mente un’affermazione raccolta nel corso di una chiacchierata con uno scrittore: «la maggior parte dei significati e delle intenzioni di un romanzo sono sovrastrutture attribuite dalla critica per avere qualcosa di cui scrivere».

Più che colpita, questa dichiarazione mi ha sempre stuzzicata. Certo, se ne può discutere: è verosimile che uno scrittore «scriva e basta» senza un obiettivo preciso, un progetto, una volontà premeditata? Se sì dovremmo forse ripensare a tutta la letteratura così come conosciuta finora. Altrimenti è solo una comoda rinuncia alla responsabilità delle proprie azioni e conseguenze in qualità di artista e di intellettuale. In effetti, mentre percorro le parole per scrivere quest’articolo, mi rendo conto (non che non me ne fossi resa conto prima, beninteso) della portata di una siffatta asserzione, che si presterebbe volentieri a una (non polemica, si spera) discussione. Tanto varrebbe tornare indietro, cassare il paragrafo e ricominciare daccapo.

Invece no. Chiedendovi la cortesia di prendere la suddetta testimonianza per quel che è, voglio spiegarvi perché quest’ultimo lavoro della D’Urbano mi ha piantato nella mente il ricordo di quella frase come un chiodo che non riesco più a togliere. Con ogni capitolo che aggiungeva una martellata. Delle due possibilità l’una, mi dicevo. E sia l’una che l’altra avrebbero perfettamente senso. Ma la differenza tra l’una e l’altra è un abisso.

È questo il momento di fare un passo indietro e tornare alla trama, perché sin qui, mi pare, l’abbiamo oltrepassata. È l’inizio degli anni ’90 e siamo di nuovo alla Fortezza. Non molto è cambiato dalla morte di Alfredo e dalla partenza di Beatrice (Il rumore dei tuoi passi, Longanesi, 2012); la borgata resta quella di sempre: un imbuto di vite sciagurate che non lascia filtrare alcuna speranza, se non un’eco remota, l’eco di Beatrice che ce l’ha fatta, che dalla Fortezza è uscita e che rimbomba sommesso (eh sì, l’ossimoro è voluto) tra le pagine. Protagonisti, questa volta, i fratelli Smeraldo – Anna, Alan, Vadim e Valentino –, figli di stessa Mamma e quarti di sangue paterno spartiti non sempre equamente nelle vene. Nomi da soap opera, anzi da telenovela, perché, in fondo, la vita è questo, no? Una telenovela, una serie di episodi scadenti che si susseguono ogni giorno alla stessa ora, colpi di scena mediocri perché il destino è un autore banale. E ripetitivo. La galera è un rito di passaggio obbligato per gli uomini di casa, eccetto Vadim, 24 anni, fisico da colosso e cervello (e animo) da bambino: una contraddizione, che forse per questo lo preserva dalla prevedibilità dei suoi fratelli, per i quali anche gli amori difficili sono un denominatore comune, sebbene Delia non è Caterina, e Valentino non è Alan, ma come Caterina anche Delia può far male e Valentino, quanto a orgoglio, al fratello assomiglia più di quel che crede o vuole credere.

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Valentina D'UrbanoEcco, fin qui, la trama a grandi maglie, com’è d’obbligo per non rovinare l’attesa della lettura. È nell’intreccio più sottile che, invece, si nasconde l’insidia del dubbio di cui sopra: Valentina D’Urbano ha semplicemente scritto una storia infelice o ha progettato di scrivere la storia di un’infelicità senza riscatto? Perché è chiaro che il giudizio varia da caso a caso, e nel primo la lentezza e il grigiore di questo romanzo sarebbero frutto solo di un’ispirazione approssimativa. Nel secondo, al contrario, bisogna sostenere che questi stessi elementi sono precise coordinate formali e che il testo merita senz’altro di essere letto. Merita per l’ottimo equilibrio strutturale tra inizio e fine, per la simmetria narrativa delle storie di Alan e Valentino, per l’elaborazione di dinamiche interpersonali non convenzionali senza peraltro essere eccezionali, mettendo al centro dell’attenzione una famiglia tragicamente reale proprio nel suo essere non comune. D’altronde, non è la prima volta che si nota che la cifra narrativa della D’Urbano è un realismo acritico, per qualcunoaddirittura dal sapore pasoliniano, accostamento moderatamente condivisibile sotto il profilo dell’immaginario ma un po’ azzardato sotto quello stilistico.

Un immaginario realistico, quello dell’autrice, e anche questo sembra un ossimoro ma non lo è: nulla è più immaginifico della realtà, quella vera, sporca, brutta:«Basta scavare e ogni piccolo fatto diventa una miniera. Che vengano finalmente i cercatori d’oro a scavare nella sconfinata miniera della realtà», diceva Cesare Zavattini. Valentina D’Urbano è certamente una cercatrice d’oro nella miniera della realtà, anche se cercando la realtà capita, a volte, di trovare il fantastico, com’è il caso del precedente Acquanera.

Ma tornando alla questione da cui si erano prese le mosse in avvio di quest’articolo: i significati e le intenzioni di un romanzo sono (talvolta, non sempre) sovrastrutture imposte dalla critica per avere qualcosa di cui scrivere? Mi sono rigirata in testa questa domanda e ho cercato la corrispondente risposta nel corso di tutte le 332 pagine del romanzo senza, in definitiva, giungere alla risposta. Poiché entrambe le opzioni mi parevano valide, quali alternative restano? Che forse è vero che uno scrittore scrive e basta, o meglio scava la propria storia nella miniera che ha scelto di perlustrare, ma senza i nastri convogliatori costruiti dalla critica cosa rimane di un libro? Che cosa rimarrebbe da dire di Quella vita che ci manca di Valentina D’Urbano?

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Commenti

Non credo che uno scrittore "scriva e basta", mentre è vero che spesso finisce col dire cose che non pensava di dire ma son quelle che gli urgono dentro, le stesse che lo inducono a scrivere anche se lo scrivere può apparire a tratti mera esercitazione vanità di parola. Che la critica di fronte a un qualsiasi libro subisca la tentazione di "leggersi" è pure vero. l'autore e il critico fanno assieme il libro. Qualcuno diceva che il sapore della mela non sta nel frutto ma nell'incontro del frutto col palato. E così deve essere, se il libro non si pone in una posizione di completa estraneità nei nostri confronti e interessi, nel quale casoscade nel ruolo di"ingombro inutile" che è quanto di peggio gli possa capitare.

Direi che hai colto pienamente il senso delle affermazioni e conseguenti riflessioni prodotte dall'eco della conversazione con uno scrittore che, per ovvie ragioni di privacy, non posso nominare rifrattasi nella lettura del libro preso in considerazione per la recensione. A ben vedere anche questo è un incontro. Ecco, forse è questo che, almeno personalmente, intendo come ruolo della critica (letteraria o di altro stampo): un luogo di confronto, magari di scontro, ma sopratutto di incontro, appunto, tra suggestioni diverse, conflittuali, contraddittorie. Se poi un'opera resta completamente estranea a questa messe di impressioni, allora sarebbe il caso, come diceva un mio insegnante di critica (cinematografica), di non parlarne affatto.

Sara Minervini

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