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Quella foschia che ci impedisce di vivere. Intervista ad Anna Luisa Pignatelli

Quella foschia che ci impedisce di vivere. Intervista ad Anna Luisa PignatelliMarta è una donna adulta che decide di fare i conti con il passato. Marta è la protagonista di Foschia, il nuovo romanzo di Anna Luisa Pignatelli, pubblicato da Fazi. Madre malata e con poco tempo ancora da vivere, decide di scrivere un libro testamento per la figlia. L’intento è quello di raccontarle il passato e le radici dalla quali le loro esistenze hanno preso forma. Il risultato sarà un toccante e doloroso viaggio indietro nel tempo, durante il quale scopriremo l’infanzia di Marta nel casolare toscano della Lupaia, il rapporto di attrazione di una figlia per il padre storico dell’arte e le incomprensioni con la madre. Il tutto in un cammino di riscoperta delle proprie radici e di comprensione di quello che l’immatura foschia dell’adolescenza aveva impedito alla protagonista di capire.

 

Cosa o chi le ha ispirato la storia di Foschia?

Mi ha ispirato la storia di Foschia la voglia di scrivere sui rapporti familiari che segnano la vita delle persone e in particolare sul rapporto che lega una figlia al proprio padre. E quello di un padre verso una figlia. Rapporto che si dà per scontato sia di sereno e disinteressato affetto, di reciproco rispetto, di mutuo sostegno, e che invece è spesso ambiguo, morboso, segnato dall’egoismo, dalla possessività, dalla gelosia e, a volte, da un desiderio torbido e inconfessabile.

Un’ambiguità che prende a dissolversi quando una figlia comincia a essere autonoma, lasciando la famiglia per rivolgersi al mondo esterno.

 

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Marta, molto malata e adulta, scrive un libro di memorie, È una sorta di testamento familiare per la figlia o può anche essere visto come un atto terapeutico e liberatorio dagli spettri del passato?

È una stesura dei fatti che Marta fa per la figlia, perché conosca la verità, ma è anche un atto liberatorio, come ogni volta che si esamina la realtà per guardarla in faccia. È anche un passare il testimone alla figlia che ora deve affrontare da sola quel mondo che Marta sta per lasciare.

Quella foschia che ci impedisce di vivere. Intervista ad Anna Luisa Pignatelli

La protagonista ha sempre avuto una forte attrazione affettiva per il padre Lapo, uno storico dell’arte concentrato molto su di sé e sul suo lavoro, e maggiore distanza dalla madre Teresa. Cosa è che l’ha spinta più verso il padre?

Durante l’infanzia e adolescenza Marta reagisce all’attitudine assente della madre che soffre di una cronica depressione che le impedisce di farle sentire la sua presenza, focalizzando morbosamente sul padre la sua attenzione.

Nella situazione di isolamento in cui la protagonista vive, un casolare in campagna, il padre rappresenta la forza, l’energia: è vitale, pieno di interessi, le comunica l’entusiasmo per l’arte e per gli ideali estetici in cui crede, che Marta pensa corrispondano a valori etici di più ampia portata.  

Quando comincerà a vederlo con occhi più critici, Marta si accorgerà che più che un faro suo padre è stato un abbaglio e che ha tradito i valori che lui le ha trasmesso, che costituivano la base del loro rapporto così esclusivo. Il fallimento di questo rapporto è infatti anche dovuto allo scontro fra il materialismo di lui, che si lascia andare col tempo alla sua voglia di successo, di denaro e di prestigio, e l’idealismo giovanile di lei, che vuole restare coerente ai valori in cui lui, quando era ancora giovane, le aveva insegnato a credere.  

 

Quanto è egoista e manipolatore Lapo, per ottenere quello che vuole dalle persone?

Lapo si interessa alle persone al fine di manipolarle. È la sua indole. È un ambizioso. Intuisce le loro aspirazioni, il loro carattere e le loro debolezze e sa volgerle ai suoi fini. Una capacità che gli è servita agli esordi, nel suo mestiere di critico d’arte, per farsi strada in un mondo di rivalità e d’insidie. Userà ai suoi fini anche la figlia Marta, senza interessarsi veramente a lei, ai suoi problemi e alla sua sorte.

 

La foschia del titolo, può essere vista come una metafora per la malattia fisica, mentale che impedisce di vivere al meglio e, allo stesso tempo, anche un ostacolo che impedisce alla protagonista di vedere le persone (il padre Lapo in primo luogo) per quello che sono davvero?

No. La foschia non è una malattia fisica. Non è neanche una malattia mentale. E non è neppur tanto un ostacolo che impedisce alla protagonista di vedere le persone per quello che sono. La “foschia” del titolo è innanzi tutto uno stato d’animo, una sensazioneche deriva da determinate situazioni in cui viene a trovarsi la protagonista. Più precisamente, è quellache prova Marta quando si rende conto che non riesce a vivere in prima persona, quando si sente costretta a subire la volontà di alcuni personaggi che non le sono amici, quando si sente circondata da individui che le vogliono male. In queste situazioni Marta sente che la sua vita non le appartiene più, perché è in balia di forze oscure che rispondono a logiche diverse dalle sue, logiche nemiche che hanno tutt’altri valori rispetto ai suoi, che sono addirittura opposti ai suoi.

La foschia in cui si sente immersa deriva dalle situazioni in cui viene a trovarsi la protagonista, contro la sua volontà, una situazione  che le è imposta e che non le rende possibile essere se stessa e che la porta a vedere la vita attraverso un denso velo che toglie ogni significato alle cose. In conclusione, la foschia non è tanto un velo che nasconde la realtà quanto un sentimento di alienazione che prende la protagonista alla gola togliendo ogni sapore all’esistenza.

Quella foschia che ci impedisce di vivere. Intervista ad Anna Luisa Pignatelli

Marta ha un fratello, Antonio, che accetta e subisce senza reagire ogni scelta compiuta dal padre (il secondo matrimonio, la vendita del casolare), perché non agisce e reagisce come la sorella?

Il fratello Antonio accetta la famiglia, le sue regole, e rappresenta colui che fallisce perché incapace di usare il suo cervello per riflettere e valutare, troppo debole per imporre se stesso agli altri con un atto di ribellione.

Rappresenta un essere inutile, reso insipido e opaco dalla sua acritica accettazione dei condizionamenti familiari. Si conforma supinamente alle scelte del padre, alla nuova compagna di lui, alla casa dove viene portato a vivere. Pagherà la sua passività, diventando, appunto, un essere sterile.

 

La protagonista a un certo punto se ne va in America. Può essere vista come una fuga da chi ha causato tanto dolore e una speranza di rinascita?

Partendo per l’America, Marta cerca di squarciare una volta per tutte quel senso di foschia sempre più denso che l’aveva avviluppata a Torre al Salto, per riappropriarsi così finalmente della sua vita.

E rompere definitivamente con suo padre nella speranza di poter ricominciare a vivere veramente. Solo ribellandosi potrà costruire il suo futuro anche se, minata dal passato, non ci riuscirà che in parte.

 

Quanto è grande il senso di colpa che Marta sente per non aver compreso la madre Teresa e quanto questo la condiziona nel ruolo di madre?

Il senso di colpa che Marta prova quando pensa a Teresa e a come si è comportata con lei, è mitigato dalla consapevolezza che ha del fatto che, durante l’infanzia e l’adolescenza, non aveva potuto contare su una madre nel senso più pieno del termine. Bloccata com’era dalla paura di fronte a una malattia tanto inquietante e sconosciuta come la depressione che affliggeva Teresa, considerata al tempo alla stregua di follia, Marta non aveva potuto capirla e aiutarla e tantomeno esserne capita e amata.

Marta, nella situazione precaria in cui viene a trovarsi in America e poi da malata, fa del suo meglio affinché Penelope, che sa di dover lasciare presto, possa vivere libera ed essere se stessa, senza dipendere dai condizionamenti familiari che lei, invece, ha dovuto subire.

Sua figlia non ha neppure un padre, ma Marta non lo considera un male: è convinta che, affidata a una persona di buon cuore come Laureen, Penelope potrà diventare una persona forte, capace di affrontare la vita con energia proprio perché non gravata dal fardello di una famiglia. Lasciando la figlia nelle mani di una persona di buon cuore Marta sa che Penelope potrà vivere in una condizione migliore della sua, che la vecchia Laureen potrà fare per lei molto di più di quanto avrebbe potuto fare una famiglia, perché lo farà in maniera spontanea e disinteressata.

 

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Se dovessero fare un film tratto da Foschia, chi vedrebbe bene nel ruolo di Marta, Lapo e Teresa?

Nel ruolo di Marta vedrei un’attrice giovane e con carattere, come Matilde Gioli. Per Teresa un’attrice chiusa e misteriosa, come Natalie Wood. Quando penso a Lapo, asciutto, affascinante, anaffettivo, mi viene in mente Laurent Terzieff quando aveva quarant’anni. Ma sono solo riferimenti del tutto fugaci.


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Per la prima foto, copyright: Jaakko Kemppainen su Unsplash.

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