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Quella fame atavica dell’anima, “Calafiore” di Arturo Belluardo

Quella fame atavica dell’anima, “Calafiore” di Arturo BelluardoDopo il fortunato romanzo d’esordio, Minchia di Mare, Arturo Belluardo torna in libreria con Calafiore, edito da Nutrimenti, in cui l’autore siciliano si diverte a mettere in scena le avventure di un moderno Pantagruel. Il protagonista che dà il nome al romanzo è un bulimico compulsivo che riversa nel cibo tutta la marginalità e la subalternità della sua vita impiegatizia, ma viene spinto dalla compagna a patetici tentativi di dimagrire.

«Mi chiamo Calafiore e ho fame. Io ho fame, ho sempre fame. Ho sempre avuto fame. Come Galactus, che divorava pianeti a pranzo e lune a colazione; gli anelli di Saturno se li mangiava per aperitivo, come fossero anelli di calamaro o di cipolla fritti, di quelli che fanno da Burger King, che ti ci vogliono due giorni per digerirli e hai un alito che ti riconoscono a cinque metri di distanza. “Che ti calasti oggi, Calafiore?”, mi prendeva per il culo Cesare Pavoncello, il responsabile dell’Ufficio logistica e beni immobili. “Bambini morti? E che sei comunista, Calafiore, che ti mangi i bambini?”.»

 

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Calafiore, che di indole si lascerebbe scorrere la vita addosso, intraprende così la sua personale spirale di riscatto/sconfitta abbandonando casa, amore e lavoro – nessuno dei quali era un granché – e cercando la redenzione in un Guinness dei primati bulimico che lo porterà vicino alla morte. Sarà infatti nel suo viaggio delirante verso la magrezza che il protagonista s’imbatterà nei suoi predatori – i cannibali Federico e Marta – che tenteranno di divorarlo in diretta web. È la dura legge del contrappasso, per Calafiore, finire nelle grinfie dei mangiatori di carne umana, ma è anche l’allegoria di una società che ha reso il cibo il più grande show collettivo del secolo.

«Quello era proprio il momento del demone del tardi. Violento, irridente, travolgente, mi colpiva tutte le sere alla medesima ora. Prima di andare a dormire, inesorabile, calava su di me. Senza scampo. Come una febbre, come una malattia: prima di andarmi a coricare avevo bisogno di qualcosa di buono, di dolce possibilmente. La fame non c’entrava nulla, era una spada infuocata che spingeva tra le scapole, un desiderio atroce: avevo bisogno di quel sapore, di quella precisa consistenza tra i denti, qualcosa di cremoso, tenero e zuccherato.»

Quella fame atavica dell’anima, “Calafiore” di Arturo Belluardo

Se Calafiore è il capro espiatorio marginale e perdente, l’uomo che deve soffrire per mettere in luce i peccati degli altri, i personaggi che lo circondano – la compagna Serena, il cugino anoressico Mauro, la figlia Giada – sono invece confinati nel ruolo dello stereotipo e disegnati da Belluardo in maniera volutamente bidimensionale, come se il grasso impedisse al protagonista di coglierne lo spessore.

Il romanzo di Belluardo è intriso di riferimenti ai classici – viene da pensare alle figure di Procne e Filomela, ma soprattutto al Tieste di Seneca – e alla cultura pop in cui Galactus, il divoratore di mondi della Marvel, la fa da padrone. L’autore siciliano mescola generi letterari e linguaggi diversi passando dal comico allo splatter nel tentativo di apparecchiare per il lettore un’amara e grottesca riflessione sociale e politica. La metafora della società che mangia fino a divorare se stessa, però, non è del tutto riuscita e la sensazione è che l’allegoria politica di spiegare il mondo attraverso le ossessioni degli emarginati sia in parte forzata così come l’ipotesi di accarezzare la distopia e la poetica di un McCarthy che pur viene ripreso e citato.

«Corro. Le cosce sfregano all’interno, proiettano scintille. Ansimo e corro. Come non ho mai corso. Corro come mai mi hanno visto correre gli asini della Magliana. Corro come non mi ha mai visto correre mia madre. Corro come quando mio padre è andato via, corro a inseguire la sua seicento bianca che sparisce per la trazzera polverosa del paese. Corro come può correre Calafiore.»

Quella fame atavica dell’anima, “Calafiore” di Arturo Belluardo

In Calafiore la lingua diventa principio d’azione e l’azione un pretesto per la lingua. Le parole usate dal protagonista sono un impasto di romanesco, siciliano, frasi fatte e a tratti retoriche, locuzioni bruscamente interrotte, parole comuni o totalmente inventate. Più splatter che horror, i suoi alter ego, i cannibali Federico e Marta, a loro volta vivono le azioni attraverso la lingua, al punto da star bene solo quando hanno raggiunto l’abisso della perdizione.

«Il fondo del mare era animato da una luminescenza lontana, opalescente, quasi che gli ultimi raggi del tramonto giacessero intrappolati in quella tomba liquida e in continuo movimento. Alghe smeraldine, incrostazioni di polpi coralliferi, donzelle variopinte sfolgoravano in livree verdi, rosse, azzurre. Desideravo soltanto non essere più, rimanere nel mare e dimenticare il resto. Nuotavo a rana lentamente, sbuffando l’aria fuori dal tubo, muovendomi appena, a non disturbare, a immedesimarmi, a sciogliermi.»

 

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L’uso iperrealistico e quasi acido del linguaggio, dichiaratamente influenzato da Basile e da Gadda, porta a risultati spesso sorprendenti che però non raggiungono la distorsione e la totale insensatezza che forse erano la meta finale a cui l’autore tendeva.


Per la prima foto, copyright: Shane Rounce su Unsplash.

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