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Quei seicento milioni di euro che la cultura italiana non sa usare

Masaccio_Adamo_EvaSeicento milioni di euro. A tanto ammonta la cifra che sovrintendenze, musei e istituzioni culturali italiani non sono riusciti a spendere nel corso del 2013. Una cifra quasi scandalosa se si pensa al grande bisogno di fondi che ha la cultura italiana in generale. I motivi? Paradossalmente perché in Italia si spende poco, e male.

A dirlo è un interessante articolo pubblicato qualche giorno fa dal «Sole24ore». Secondo i dati (del Ministero per i Beni archeologici e culturali) riportati dall’autorevole quotidiano economico italiano, il problema è rappresentato soprattutto da burocrazia, disorganizzazione, scarsa capacità progettuale e mancanza di tecnici capaci di sovrintendere (avviare, controllare, portare avanti e terminare) i lavori. Una questione difficile da dirimere, sospesa com’è tra lo Stato, che continua ad attuare un’aspra spending review, e le istituzioni territoriali che lamentano la mancanza di fondi per dotarsi di quelle professionalità tecniche e amministrative necessarie a decidere come, quando e dove quei fondi, già stanziati, debbano essere spesi. Come dire: il classico cane che si morde la coda, tipica fonte alla quale l’italico stivale, nel suo bizantinismo, da troppo tempo è abituato a lavarsi le mani.

Così è capitato che le sole sovrintendenze italiane non siano riuscite a spendere oltre 400 milioni lo scorso anno, con casi eclatanti come quello della sovrintendenza abruzzese, che a fine 2013 aveva una disponibilità di oltre 62 milioni (più del 73% delle entrate), davanti alla sovrintendenza regionale del Lazio, con 58 milioni (più del 66% delle entrate) e, a pari merito sul terzo gradino di questo triste podio, le sovrintendenze di Campania ed Emilia Romagna, rispettivamente con 23 (84%) e quasi 22 milioni (61% delle risorse incamerate nel 2013). Anche se, come precisa lo stesso «Sole24ore», si tratta di soldi già impegnati, non di risorse in cassa.

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C’è di che preoccuparsi, spiega l’articolo del «Sole24ore», perché in caso di ritardo nell’attuazione dei progetti, fondi come quelli provenienti dall’Unione europea (ne parlavamo qualche settimana fa a proposito di un progetto per la salvaguardia di Pompei) ritornano al mittente e non vengono più stanziati. Per questo al Governo guidato da Renzi e, in particolare, al Ministro della Cultura, devono essere richieste ancor più che in passato conoscenza, competenza e capacità di prendere decisioni ferme e definite. Perdere ancora tempo significherebbe confermare l’idea di un Paese che non sa gestire una delle sue più grandi risorse, e dunque perdere ancor più credibilità di fronte a tutti coloro che, nel mondo, questo patrimonio ci invidiano.

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