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Quanto la fiction può alterare la realtà?

Quanto la fiction può alterare la realtà?I testi di fiction ispirati a fatti realmente accaduti hanno una qualche responsabilità nei confronti della realtà? Questa domanda e la riflessione successiva hanno trovato posto in un recente editoriale del «New York Times», nella sezione Bookends dove, ogni settimana, due autori si confrontano su tematiche inerenti il mondo dei libri e della letteratura. Sull'argomento hanno detto la loro Thomas Mallon e Ayana Mathis e, partendo dalla loro riflessione, è interessante strutturare anche una nostra considerazione sul tema.

Mallon è stato autore di Watergate, un volume che, come suggerisce il titolo, richiama lo scandalo che ha coinvolto Richard Nixon. Il libro fonde realtà storica ed elementi fittizi, inventando, tra le altre cose, una presunta storia d'amore di Pat Nixon con Tom Garahan. Mallon giustifica l'inserimento di tale love affair come un tentativo di rendere la figura di Pat il «cuore della storia», un personaggio più vicino alla reale signora Nixon, una donna calda, una figura più articolata di quella presentata pubblicamente. Una “bugia”, insomma, che paradossalmente serve a mettere in risalto un'altra verità, volta a dipingere a trecentosessanta grandi un individuo, presentandone aspetti privati spesso ignorati o posti in secondo piano.

Per la Mathis, invece, la finzione è un «deposito di risonanze e significati», che il romanziere deve maneggiare con cura. La sua riflessione si spinge oltre: per l'autrice, la verità e i fatti non sono necessariamente la stessa cosa e la finzione genera la prima indipendentemente dai secondi. Le nostre credenze sulla veridicità dei fatti sono mutabili e la Mathis cita due casi significativi a riguardo (uno filmico, l'altro letterario), il documentario The act of killing di Joshua Oppenheimer e il romanzo Via col vento. Il primo è incentrato sulla purga anticomunista che ha portato all'uccisione di milioni di persone nell'Indonesia degli anni Sessanta: a riguardo la Mathis ha affermato, «i responsabili di tale massacro non vennero mai puniti. Sono oggi persone molto potenti, che, pubblicamente e orgogliosamente, ricordano il loro ruolo di sterminatori di “comunisti” indonesiani, come se quelle morti fossero solo parte della tradizione popolare del Paese. Ma esiste anche un'altra realtà, quella dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime».

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Siamo di fronte a due costrutti narrativi, che considerano lo stesso episodio da due diverse prospettive, anche se «solo una è una grottesca manipolazione di ciò che accadde, un agghiacciante esempio di come i fatti vengano ignorati per creare una narrazione lontana dalla realtà». Allo stesso modo, il mondo descritto in Via col vento è influenzato dalla visione di Scarlett O'Hara, ma come sarebbe stata la realtà descritta da Mami?

In entrambi gli esempi, quindi, la finzione non si allontana dalla verità, ma genera quella che potremmo definire una “verità narrativa”, ossia è la realtà così com'è percepita dai vari personaggi chiamati in causa. Si tratta di disquisizioni sottilissime, dove è arduo stabilire la responsabilità di un romanziere nei confronti della verità storica o culturale e quanto sia lecito inventare oppure no. Al di là delle opinioni espresse da Mallon e Mathis, potremmo porre il quesito da un altro punto di vista. È chiaro che in un testo di fiction i dettagli inventati sono necessari (da qui il termine “fiction”), ma se richiamano fatti realmente accaduti quanto, nella nostra visione di lettori, possono discostarsi da essi? In che misura la fiction altera la realtà? E, soprattutto, è sempre un bene?

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