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Quando un libro è fare i conti col proprio passato. Intervista a Roberto Alajmo

Quando un libro è fare i conti col proprio passato. Intervista a Roberto AlajmoQuando la narrativa incontra il vissuto dell’autore, l’opera letteraria che di per sé è una scommessa tra scrittore e pubblico in questo caso accentua in modo maggiore il suo carattere di sfida. Sul rapporto tra il narratore e i suoi personaggi che sono anche presenze nella sua vita, la “partita” si consuma.

Una sfida che possiamo considerare vinta per l’ultimo libro dello scrittore siciliano Roberto Alajmo L’estate del ‘78, edito da Sellerio.

In queste intense pagine, necessarie, come le ha definite lo stesso autore, Alajmo è ritornato sui passi, sulle tracce, non solo di un momento terribile della sua esistenza quale la malattia-suicidio della madre, ma su tutto quello che questo evento ha provocato nella sua vita da quando diciottenne è costretto a vivere questa atroce esperienza a quando da adulto ha deciso di raccontare e utilizzare in modo terapeutico la scrittura.

 

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Un riavvolgersi del nastro per trovare consapevolezza piena del presente, per riaffrontare nodi irrisolti, guardare in faccia antiche fragilità mettendo sulle pagine quanto di più intimo ci possa essere. Un mettersi a nudo ma anche un prendere commiato e un elaborare un dolore che era rimasto per troppo tempo sospeso. Lo fa trovando un sapiente equilibrio nel delineare contesti e personaggi che sono memoria e affetti della sua famiglia, riuscendo a trovare la “giusta distanza” per narrare.

«Alla fine di tutto questo raccontare, non so se in me è avvenuta la catarsi su cui confidavo quando ho cominciato a scrivere questo libro. Magari no. Magari prevarrà in me la disposizione all’inquietudine, e sputare il rospo sarà servito solo a mettere ogni cosa nero su bianco. Nel qual caso, pazienza: si vede che certi caratteri identitari non si cambiano a forza di scrivere libri. Di sicuro adesso quasi ogni tessera è andata a posto».

Quando un libro è fare i conti col proprio passato. Intervista a Roberto Alajmo

Ma proprio sulla genesi di questo libro Sul Romanzo ha voluto confrontarsi con l’autore per comprendere meglio il processo che ha portato alla realizzazione del lbro.

 

Giungere alla scrittura di questo romanzo penso sia stato un percorso doloroso, me lo conferma?

Scrivere posso dire che non è stato doloroso ma lo è stato vivere quegli eventi. Per questo non definirei la scrittura di questo romanzo come un atto di coraggio ma piuttosto forse come un atto di incoscienza. In un certo modo è diventato necessario, certe cose giungono a maturazione, a un certo punto e bisogna raccoglierle prima che marciscano.

Avevo seminato indizi in altre mie opere precedenti, nelle madri che ho raccontato nei miei romanzi, da Cuore di madre a È stato il figlio. Non erano questa madre ma le assomigliavano di sicuro. Poi si arriva al punto in cui certi “rospi” li devi sputare ed è stata quasi una forma di autoanalisi, forse un’autochirurgia operandomi in prima persona, senza anestesia con lo scopo di guarire e cercare di mettere i fantasmi e il dolore fuori dalla porta

 

Ed è riuscito in tutto questo?

In parte penso di esserci riuscito, ho appeso finalmente i quadri di mia madre. La scrittura ha avuto uno scopo terapeutico.

 

Ripercorrere quegli anni e rivedersi con la maturità di oggi le ha fatto pensare che forse magari, ritornando indietro nel tempo, avrebbe cambiato qualcosa nei suoi comportamenti?

Tutto il movente del romanzo è il senso di colpa, ci sono certamente passaggi che avrei rivisto, per esempio la sciatteria affettiva che vivevo in quegli anni e che rivedo comunque uguale anche in mio figlio.

Nel mio caso c’è stata l’ustione della morte che è servita a cristallizzare quel momento, quando arriva la morte è un faro che si accende ed è per sempre. E con ciò ho fatto i conti tutti questi anni. Scriverlo è stato quasi automatico visto che è il mio mestiere.

Quando un libro è fare i conti col proprio passato. Intervista a Roberto Alajmo

Questo libro è servito in qualche modo a recuperare il rapporto con sua madre?

Mi ha rasserenato, mi è servito a guardarmi dentro e a portarmi pacificazione. Il pensiero di cosa avrebbe fatto mia madre, cosa avrebbe detto, nelle cose che ho detto e fatto, dagli amori, dalle scelte, alla nascita di mio figlio è un pensiero che mi ha accompagnato in tutti questi anni.

 

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I lettori in qualche modo si stanno trovando o si sono ritrovati nelle sue pagine, come fosse quasi una strada possibile per dare voce a dolori diversi ma simili. Avrebbe immaginato questa forte condivisione da parte del pubblico?

Se devo essere sincero l’ho riscontrato dopo l’uscita del libro. Pensavo fosse molto personale e invece si sta rivelando un piccolo successo. Si è scoperto che ci sono cose risonanti e che toccava stesse corde o diverse. Ricevo messaggi dalle persone che mi raccontano le loro storie e mi dicono che in qualche modo si sono ritrovati. Ho scoperto che è stato terapeutico per chi ha una sensibilità.

 

Ora è più difficile ritornare a scrivere?

Questo è il classico libro che resta nella carne di chi legge ma anche che procura un danno in chi l’ha scritto. Sto cercando di scrivere altre cose che non sono letteratura per evitare il confronto che in questo momento può risultare difficile.


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Per la prima foto, copyright: Johann Walter Bantz.

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