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Quando si diventa davvero adulti? “Le nostre ore contate” di Marco Amerighi

Quando si diventa davvero adulti? “Le nostre ore contate” di Marco AmerighiLe nostre ore contate di Marco Amerighi (Mondadori) è un libro sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta, ma anche una riflessione sul tempo che sembra trascorrere più velocemente quando ti ammali di una malattia pericolosa e forse mortale. Un romanzo in cui convivono molte cose che, anche se tra loro sembrano distanti, riescono a convivere sapientemente grazie alla penna di Amerighi, qui al suo esordio in veste di scrittore.

Proprio di questa complessità ben organizzata abbiamo parlato con Amerighi nell’intervista che ci ha gentilmente rilasciato.

 

Vorrei cominciare dalla citazione di Romain Gary posta a esergo del libro: «Quando si è ragazzi, per essere qualcuno bisogna essere parecchi.» Alla luce di questo riferimento, in che misura possiamo considerare il suo romanzo come la storia della costruzione di un’identità?

Direi al cento per cento. Lo è, per prima cosa, perché indaga il momento per eccellenza in cui una persona si costruisce nel carattere, nel fisico e nello spirito: cioè l’adolescenza. Lo è perché il protagonista (Sauro Terra), vent’anni dopo essere stato cacciato dal paese in cui è cresciuto (Badiascarna), è costretto a tornare a cercare proprio la persona che l’ha cacciato (suo padre Rino) e che ora sta morendo. Sauro è un personaggio esiliato, ferito, cresciuto senza padre. Un giovane uomo che finge di non avere nessun interesse a ritrovare suo padre ma che, in realtà, si strugge per sapere chi è diventato quell’uomo che non ha più rivisto. Perché è solo rivedendo Rino, e Badiascarna e i posti della sua infanzia, che Sauro può capire chi è diventato lui stesso in questi venti anni. E poi è una storia d’identità anche perché, in una misura più intima, Le nostre ore contate è un romanzo d’esordio. E tutti i primi romanzi hanno l’ambizione di accendere una luce in un buio personale, di tracciare un solco tra un prima e un dopo, di edificare qualcosa: una traiettoria, uno stile, una visione del mondo. Un qualcosa che faccia dire: ecco, io sono qui, adesso, e sono questo.

 

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Quando si diventa davvero adulti? “Le nostre ore contate” di Marco Amerighi

L’adolescenza è il tema principale del libro, o meglio: il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Cosa l’affascina di questo particolare momento nella vita di un ragazzo?

Mi affascinano due aspetti antitetici. Da una parte, la fame di purezza che si prova a quell’età. Momo, Sauro, il Dottore e il Trifo nel romanzo non capiscono la realtà che li circonda e allora scappano dal mondo dei “grandi”, e si rinchiudono in una bolla d’intimità, in uno spazio solo loro, immune all’esterno; puro, appunto. Dall’altra, però, l’adolescenza è l’età dei cambiamenti e delle scoperte. E così, poco a poco, questi quattordicenni impacciati e sperduti si ritrovano a scoprire la gelosia, il tradimento, il sesso e la crudele consapevolezza che quei rapporti fraterni che loro ritenevano eterni e inamovibili possono invece sgretolarsi in un istante.

 

Oggi si discute molto di come si cresca sempre più lentamente. Mi permetta una domanda secca: secondo lei quando si diventa davvero adulti?

Quando si ha un figlio, senza alcun dubbio. Oggi ci si può trasferire a migliaia di chilometri dai famigliari, si può andare a convincere con un compagno o una compagna, e magari contrarre un mutuo di decine di anni, ma l’unico momento in cui ci si può dire davvero adulti è quando mettiamo da parte noi stessi per prenderci cura di qualcun altro. Quando ci stacchiamo dal ruolo di figli in cui siamo cresciuti, e dalla convinzione che il centro del nostro universo siamo noi.

Non è un caso che, assieme alla ricerca dell’identità, il rapporto padre-figlio è l’asse attorno a cui ruota l’intero romanzo. Sauro è cresciuto troppo in fretta, per colpa di un evento traumatico. Anzi, per due eventi traumatici: la cacciata dal paese natale e la scomparsa di uno dei suoi migliori amici. A quattordici anni non è più un ragazzo ma non è neanche un uomo. Allora cos’è? E vent’anni dopo: cos’è diventato? Tornare a Badiascarna dopo così tanto tempo è forse la sua ultima occasione per scoprirlo. Per accettarsi per quello che è. O, chissà, magari per cambiare.

 

Alcuni recensori hanno interpretato il romanzo come una riflessione sul tempo in forma di narrazione. Cos’è il tempo per lei e quale immagine ne ha voluto trasmettere?

Cosa sia il tempo non so dirlo. O, almeno, non saprei formulare una spiegazione in poche righe. Sant’Agostino, nelle Confessioni, diceva di sapere cosa fosse il tempo se nessuno lo interrogava ma, quando doveva spiegarlo a qualcuno, non ci riusciva più. Posso dire cos’è per me il tempo in letteratura. Io penso al tempo come a un personaggio che aleggia attorno ai protagonisti come un fantasma. Come lo spazio, per certi versi. Ma se rappresentare lo spazio può essere semplice (specie quando si ha a che fare con i confini circoscritti di una piccola località toscana come Badiascarna), restituire l’essenza del tempo è più complicato. Io avevo chiaro solo una cosa: volevo restituire il tempo vividamente, facendolo vedere, mostrandolo in un dialogo costante con i personaggi. Il Sauro del 1985 vive in un tempo sospeso: il tempo dell’attesa e dei sogni di ragazzo. Il Sauro del 2005 è imprigionato in un tempo che ha perduto il passato e non sa guardare verso il futuro. Persino Rino, il padre di Sauro, dopo essere stato prepensionato a 51 anni, ha smarrito il tempo: il tempo famigliare dei turni in fabbrica, delle pause in sala mensa, delle lotte con i sindacati. Il tempo a Badiascarna, potremmo dire, è come paralizzato (e anche nei dialoghi tra alcuni personaggi regna il silenzio). Eppure si percepisce che potrebbe ricominciare a correre. “Le nostre ore contate” del titolo (una citazione dei Massimo Volume) è una sorta di conto alla rovescia: il poco tempo che ci resta per compiere quelle azioni che non abbiamo avuto il coraggio o il modo di portare a termine. La nostra ultima occasione di riscatto.

 

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Quando si diventa davvero adulti? “Le nostre ore contate” di Marco Amerighi

L’altro grande tema del libro è quello delle morti bianche dovute all’amianto della centrale geotermica NovaLago. Da dove nasce la decisione di “abbinare” due argomenti apparentemente così distanti tra loro?

Prima è nata la storia dei quattro adolescenti che si rifugiavano nella cella frigorifero di un mattatoio e fondavamo una punk band. Avrei potuto scrivere un romanzo solo su Momo, il Dottore, il Trifo e Sauro. Invece mi capitò una cosa inattesa che sconvolse tutto. Un amico mi chiamò per dirmi che aspettava un figlio. Gli feci le congratulazioni, ma lo sentivo distratto, sovrappensiero, e infatti mi raccontò che a suo suocero – operaio alla centrale geotermica a dieci chilometri dal paese in cui eravamo cresciuti – era stato riscontrato un mesotelioma pleurico, un cancro provocato dall’esposizione prolungata alle fibre d’amianto. I medici gli avevano dato nove mesi di vita. In pratica, lo stesso tempo che sarebbe servito al nipote a venire alla luce. Appena misi giù il telefono, avevo già deciso che avrei realizzato un documentario su quel padre e quella figlia. Invece, non girai neanche un minuto. Il mio amico perse il figlio, sua moglie si chiuse in casa con il padre malato e io lasciai perdere quel progetto. Finché un anno dopo non mi accorsi che quella storia spingeva ancora dentro di me per essere raccontata. E realizzai che il romanzo (più del documentario) era il miglior modo per raccontarla: l’immaginazione mi avrebbe aiutato a starmene lontano dai patetismi e dalla retorica. E a percorrere una strada più intima, più pudica e rispettosa.

 

Cosa significa per lei vivere nella consapevolezza che le nostre ore sono contate?

Significa che possiamo vivere lasciando che il tempo ci scorra tra le dita senza opporci oppure prendere una posizione. Scegliere di scrivere una storia, piuttosto che un’altra, è già una presa di posizione. In fondo, scrivere è come affidare un messaggio nella bottiglia all’oceano: si parla a qualcuno che non si conosce con la folle idea di dovergli raccontare qualcosa di urgente, di vitale, che ci sta a cuore sopra ogni altra cosa. Se questa urgenza verrà percepita anche dalla persona che raccoglierà il nostro messaggio, allora avremo impiegato bene il nostro tempo.


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Per la prima foto, copyright: chester wade.

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