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Quando leggere è come andar per mare. “Omoo” di Herman Melville

Quando leggere è come andar per mare. “Omoo” di Herman MelvilleTorna, dopo decenni di naufragio, nelle librerie italiane, a cura e con la nuova traduzione di Fabrizio Bagatti, nonché corredato di un interessante diario e lettere inedite, per Edizioni Clichy, il secondo grande romanzo di Herman Melville, Omoo, naturale ma indipendente prosecuzione del noto esordio di Taipi: nonostante, infatti, le trame siano collegate da un narratore in prima persona (tratto tipico della prosa melvilliana, basti pensare all’incipit di Moby Dick o a Bartleby) che le accomuna, le vicende possono anche essere lette in maniera assolutamente autonoma e autoconclusiva.

Le radici di queste opere affondano nella biografia dell’autore: come sottolineato nella prefazione, Melville, nel 1841, si era imbarcato come «marinaio semplice a bordo della baleniera “Acushnet”» alla volta dell’Oceano Pacifico, verso le Isole Marchesi.

Una volta approdato nello stesso luogo, in compagnia di un amico, il protagonista del libro, proprio come l’autore, aveva abbandonato la nave allo sciabordare delle onde.

 

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La materia dell’opera si dipana da un evento realmente accaduto, che costituisce – su un piano metaforico – il nutrimento, la carne, la polpa in cui l’autore/vampiro pianta i denti e da cui trae sostentamento per raccontare storie (riprendo questo punto di vista riferendomi a quanto scritto da M. Mari, nel saggio Letteratura come vampirismo, in I demoni e la pasta sfoglia, Il Saggiatore, Milano, 2017, pp. 407-408).

Altra linfa trova modo di scorrere nei dettagliati excursus su tradizioni, usi costumi, alimentazione e vestiario degli abitanti di Tahiti, e il narratore non lesina sulle note, riprese da disparate fonti documentarie: in questo modo «comincia a rompersi l’involucro del romanzo» per lasciare il posto a una nuova forma, in cui si accolgono «la riflessione digressiva, il modulo del giornale di bordo e di terra» (cito dalla Prefazione di C. Gorlier a H. Melville, Opere scelte, Mondadori, Milano, 1998, p. XIII) , che troverà la più virtuosistica e maniacale applicazione in Moby Dick.

Quando leggere è come andar per mare. “Omoo” di Herman Melville

Con Omoo, Herman Melville dispiega una lunga, avventurosa e soprattutto coinvolgente peregrinazione nei mari del Sud non solo grazie all’ampio respiro narrativo e descrittivo ma anche allo scandaglio psicologico utilizzato nella caratterizzazione dei personaggi: il capitano della nave, pur chiamandosi «Guy» (l’equivalente angloamericano di “Tizio”) e pur avendo l’aspetto simile a quello di un bigio «contabile» è tratteggiato con intensità e precisione, tanto da parere un uomo reale, comune, ordinario. Il medico di bordo, conosciuto come Dottor Fantasmone – in inglese Long Ghost; lo stesso personaggio, in Taipi, era stato presentato come John Troy: la condivisione del nome, di parte del soprannome e di alcune peculiarità caratteriali come la giovialità e la sagacia potrebbero renderlo una passibile fonte per la creazione del Long John Silver stevensoniano – è una summa di atteggiamenti e forze contrastanti in cui al contegno dell’erudito si unisce l’impulsività temeraria dell’avventuriero, all’acume nel pensiero e a un certo impudente pragmatismo si combina un’evidente goffaggine dovuta alla complessione allampanata: è quel che si definisce un personaggio umoristico.

Quando leggere è come andar per mare. “Omoo” di Herman Melville

Altro ingrediente importante, che funge da collante in tutta l’opera, nell’impasto narrativo, è il sapiente ricorso al comico, cifra distintiva del Melville prima maniera, del suo sguardo sornione e sorridente: dalle iperboli, in cui un tratto di spiaggia sotto il sole diventa un «Sahara» o un «Deserto infuocato»; alla sorpresa e ai paragoni per assurdo, quando un eremita apparentemente muto sbotta tutt’a un tratto in un’esclamazione come «se una rana gli fosse balzata fuori dalla bocca»; alle similitudini, molto spesso animali (Jermin, il secondo ufficiale, nonostante un «aspetto da squalo», ha «il cuore grande come un toro»; la torsione di un altro marinaio durante una baruffa viene accostata a quella di un «serpente boa»); all’aneddotica (per esempio ci si sofferma sulla passione della gente di Tahiti nell’«affibbiare soprannomi» come «Testa di Budino» o «Pancia a Vaso» a pomposi esponenti d’alto rango completamente ignari della burla; memorabile è poi tutta la sezione dedicata al soggiorno presso la valle di Martair, umido ricettacolo di zanzare moleste, in cui Taipi e Fantasmone lavorano temporaneamente alle dipendenze di uno yankee raccogliendo patate con i metodi più astrusi o compiendo sforzi che li rendono ridicoli.

 

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Nonostante il vitalismo, l’ottimismo e lo scanzonato disincanto di cui il romanzo è intriso, in alcune zone del testo s’iniziano a intravedere la sagoma spettrale e abominevole del Leviatano e il tema della sua caccia ossessiva e tormentosa: un implacabile e rancoroso Maori, Bembo, dopo aver inseguito con tetra ostinazione una balena, vibra colpi con l’arpione, sbaglia, furioso balza sul dorso del cetaceo e scompare in «un vortice rosso di sangue e salsedine» per poi riapparire presso la falchetta dell’imbarcazione, come una prefigurazione del Capitano Achab; e non è forse simbolica dell’eterno peregrinar per mare la scelta di Herman Melville per un titolo come Omoo, che in Polinesia significa “girovago”?


Per la prima foto, copyright: Zoltan Tasi su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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