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Quando le critiche fanno crescere. Intervista a Jackson Pollock

Quando le critiche fanno crescere. Intervista a Jackson PollockLa nostra rubrica di interviste (im)possibili agli artisti prosegue. In questa occasione abbiamo incontrato un artista di gran lunga più folle di Frida Kahlo. La sua arte è ed è stata a lungo criticata, tanto da far esclamare ai più scettici la tipica frase: «Questo quadro lo potrei fare anch'io».

Nel 1959 tra le pagine del giornale inglese «Reynold's News», in riferimento alle sue creazioni, era apparso un articolo dal titolo molto chiaro: «Questa non è arte, è uno scherzo di cattivo gusto».

I difensori del suo metodo. che ha stravolto il concetto di opere d'arte degli anni Quaranta del secolo scorso. trovano invece un senso profondo nelle sue creazioni, per tale motivo i lavori artistici di Jackson Pollock sono molto quotati. Nel febbraio scorso un suo dipinto Number 17A è stato venduto all'asta per 200 milioni di dollari (quasi 180 milioni di euro).

L'abbiamo incontrato nel suo garage a Long Island, mentre era intento alla creazione di un'opera.

Ci scusiamo con il nostro lettore per i toni dell'intervista: abbiamo voluto "provocare" Pollock per farci spiegare il senso della sua arte. Lui ha reagito in modo discreto, nonostante quei quattro bicchieri in più di vino.

 

Quando le critiche fanno crescere. Intervista a Jackson Pollock

 

Buongiorno, signor Pollock. Che cosa sta facendo su quella tela bianca adagiata per terra?

Se la tela è a terra lavoro meglio, mi sento più vicino al quadro, ne faccio parte, posso camminargli intorno e lavorarci da tutti e quattro i lati, starci letteralmente dentro. Quando sono nel dipinto non mi rendo conto di quello che faccio.

 

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Beh, in realtà non la capiamo neppure noi, signor Pollock. I suoi lavori, come quello che sta realizzando, sono linee aggrovigliate, sembra tutto a caso...

Ma che cavolate sta dicendo. Se la gente lasciasse i preconcetti a casa e guardasse i miei quadri, non credo avrebbe difficoltà ad apprezzarli. È come guardare un prato di fiori: lei si strappa i capelli per capire cosa significa?

 

Direi di no. Ma quest'opera la potrebbe eseguire anche un bambino. Non lo dico solo io, lo pensano in molti. Mi convinca del contrario.

Partiamo da una premessa: la mia pittura non viene dal cavalletto. Penso che il quadro da cavalletto sia un genere in via di estinzione e che la sensibilità moderna sia proiettata verso la pittura murale. Non tendo mai la tela prima di dipingerla, la adagio sul pavimento, mi sento più a mio agio.  Ho bisogno della resistenza di una superficie dura. . Non è così originale, gli orientali lo fanno da sempre. Ritengo che un dipinto abbia una vita propria e io cerco di farla emergere. Il risultato appare disordinato solo quando perdo contatto con il dipinto, altrimenti c'è armonia pura, un semplice do ut des, e il quadro riesce bene.

 

Sappiamo che la tecnica da lei utilizzata è definita Dripping, che in lingua italiana viene tradotto con "sgocciolamento". Come si regola con l'uso del colore?

Quando le critiche fanno crescere. Intervista a Jackson Pollock

Uso principalmente una vernice molto fluida, dello smalto, mentre mi servo del pennello come di uno stecco. Il pennello non tocca la tela quasi mai. Colo il colore direttamente dal tubetto o dal pennello. A volte buco anche i barattoli grandi.

 

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Sono perplessa. Non c'è il rischio di non riuscire a dosarlo, di macchiare la tela?

No, non credo proprio. Con l'esperienza diventa possibile controllare il flusso di colore anche su vaste superfici. Io non lascio niente a caso, io nego la casualità. Solo dopo una fase che definisco di riscaldamento riconosco ciò che sto realizzando e non ho timore di apportare modifiche o di rovinare il quadro perché esso ha una propria vita. La pittura è scoperta di sé. Ognuno dipinge ciò che è.

 

Scusi, sto osservando questa sua opera: c'è della sabbia o sbaglio?

Vero. Oltre alla sabbia, utilizzo anche vetri rotti, sassolini, corde, unghie e altri corpi estranei. Un metodo di pittura è uno sviluppo naturale derivante da un bisogno. La mia pittura è diretta.

 

Quando le critiche fanno crescere. Intervista a Jackson Pollock

 

Parliamo di alcuni suoi colleghi. Cosa pensa di Picasso?

[sorride] Superato! Anche se lo ammiravo. Ricordo che un giorno lessi una sua monografia. Imbestialito la gettai a terra. Maledizione, non ha tralasciato niente!

 

E di Willem de Kooning?

Sta imparando, sta imparando...

 

Le confermo che ha imparato bene, a quanto pare. Una serie di sue opere sono considerate tra le più affascinanti di tutto l'espressionismo astratto, di cui anche lei fa parte, e sono state vendute all'asta per 160 milioni di dollari...

Ha avuto un discreto successo. Sa cosa mi scrisse mio padre nel 1928, quando avevo sedici anni? «Il segreto del successo sta nel raggruppare l’interesse nella vita, l’interesse nello sport e nei bei tempi, l’interesse nei tuoi studi, l’interesse nei tuoi compagni di scuola, l’interesse nelle piccole cose della natura, insetti, uccelli, fiori, foglie, etc. In altre parole, nell’essere pienamente cosciente di tutto ciò che ti riguarda e più impari più sarai in grado di apprezzare, e ottenere nella giusta quantità, gioia e felicità dalla vita. Non penso che una persona giovane debba essere troppo seria, dovrebbe essere piena dello spirito di un furioso Charles Dickens qualche volta, per creare equilibrio. Penso che ogni persona debba pensare, agire e credere secondo i precetti della sua propria coscienza, senza troppa pressione dall’esterno». Aveva ragione.

 

Lei ha avuto diversi problemi legati anche all'alcolismo, tanto che la critica definiva le sue opere «delirii di un ubriacone»...

Tempo fa un critico ha scritto che i miei dipinti non hanno inizio né fine. Non lo intendeva come un complimento anche se in realtà lo era. Era proprio un bel complimento. Mio padre mi diceva sempre: «I problemi risolti oggi ti danno la forza di risolverne di più difficili domani e così via. In questa vita non possiamo cambiare il passato, possiamo solo fare del nostro meglio ora e in futuro».

Non ho avuto una vita semplice, ma ricordo d'aver detto a mio padre che sarei diventato un grande artista. Io racconto il mio incoscio nei miei quadri. D'altronde lo stesso Carl Gustav Jung dichiarava: «In ogni caos c’è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto»[1].

 

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Lei era legato a suo padre anche se lui spesso era fuori casa per lavoro. Che bambino era Pollock?

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Beh, ero un artista, diciamo così. Fui espulso più volte dai scuola, avevo crisi di nervi, prendevo a pugni i mie compagni.

 

Ora le faccio leggere un passo di una lettera di Alex Horn, allievo di Thomas Benton, il quale è stato anche suo insegnante.

«Un particolare accentuava l'aspetto contadino di Jack: il dito medio della mano destra, amputato a metà. Ecco come capitò l'incidente: lui era piccolo, e stava giocando nel cortile del ranch con altri bambini. Faceva caldo. I bambini si annoiavano. Una catasta di legna vicina a un ceppo nel quale era conficcata una scure attirò l'attenzione del più grandicello della compagnia. Strappata la scure dal ceppo, la impugnò e ingiunse a uno dei compagni di mettere un dito sul ceppo. Tutti guardarono Jack che era il più giovane del gruppo. Senza riflettere lui si fece avanti e posò il dito sul ceppo. La scure si abbattè. Mentre i bambini guardavano sbalorditi il pezzo di dito caduto a terra, accorse un enorme gallo, ingoiò la falange e fuggì via»[2].

[sorride] Era il 1923, ricordo che volevo rompere un ramo. Il mio amico Johnny Porter mi disse che ero troppo piccolo per usare quella scure, così si è offerto lui di farlo per me. Ho indicato dove avrei voluto tagliasse e... il terzo dito della mia mano destra... se ne andò! Corsi da mia madre che riuscì a ricucirmi la ferita, ma il mio dito rimase deformato. Mi sentivo impacciato a causa dell'infortunio.

 

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Davvero? Quindi è per questo motivo, signor Pollock, che nelle sue foto la troviamo spesso con la mano destra nascosta.

Esatto, per me quel difetto era diventato qualcosa di cui vergognarmi. Quando mi fotografavano tenevo sempre la sigaretta con la mano sinistra.

 

Quando le critiche fanno crescere. Intervista a Jackson Pollock

 

Devo dire che incontro alcune difficoltà ad apprezzare fino in fondo le sue opere, come, per esempio Number 27, che è uno dei suoi dipinti più conosciuti. Sembrano segni senza alcun senso, un po' a caso...

 

Quando le critiche fanno crescere. Intervista a Jackson Pollock

Facciamo così: mi convinca del contrario. Perché le sue opere meritano il successo che hanno avuto e che l'hanno portata ad essere considerato il maggiore esponente dell'Action Painting, dell'espressionismo astratto?

Non mi interessa l’espressionismo astratto… e comunque non si tratta di un’arte senza oggetto, né di un’arte che non rappresenta. Io a volte ho molta capacità di rappresentare, anche se di solito ne ho poca. Ma se tu dipingi il tuo inconscio, le figure devono per forza emergere. L'inconscio è un elemento molto importante dell'arte moderna e penso che le pulsioni dell'inconscio abbiano grande significato per chi guarda un quadro. Non lavoro partendo da disegni o schizzi a colori. La mia pittura è diretta.

 

Come facciamo quindi ad apprezzare l'arte contemporanea?

Penso che si debba guardare passivamente. Cercare di ricevere quello che il quadro ha da offrire e non avere un soggetto o un’aspettativa preconcetta. L'arte astratta dovrebbe esser amata come si ama la musica: dopo un po' piace o non piace. Che problema c'è? Amo certi fiori e altri no. Anche per la pittura dev'essere così. L'artista moderno lavora con lo spazio e il tempo ed esprime i suoi sentimenti piuttosto che illustrarli. Io lo faccio con i gesti sulla tela, action painting come ha detto in precedenza.

 

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Grazie Pollock per questa sua intervista.

Cari lettori, vi lasciamo con una provocazione: quindi anche ciò che Pollock ha lasciato sul pavimento della sua casa è definibile opera arte?

 

Quando le critiche fanno crescere. Intervista a Jackson Pollock

 

Consigli di lettura.

E. Pontiggia (a cura di), Jackson Pollock. Lettere, riflessioni, testimonianze. Abscondita, 2006.

D. Solomon, Jackson Pollock: a biography, Cooper Square Press, 2001.


[1]    Pollock fu curato dall'alcolismo secondo la psicanalisi junghiana.

[2]    E. Pontiggia (a cura di), Jackson Pollock. Lettere, riflessioni, testimonianze, Abscondita, 2006.

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