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Quando la solitudine uccide. Intervista a Romano De Marco

Quando la solitudine uccide. Intervista a Romano De MarcoÈ uscito in libreria da pochi giorni il nuovo thriller targato Romano De Marco, Se la notte ti cerca, edito da Piemme.

Un serial killer, delle donne vittime e Laura Damiani, una poliziotta incaricata delle indagini sono al centro di questo nuovo romanzo dell’autore di Città di polvere (Feltrinelli) e L’uomo di casa (Piemme). Ma c’è anche un’altra protagonista: la solitudine che attanaglia molti dei personaggi del libro di Romano De Marco. E proprio da questa siamo partiti per porre qualche domanda allo scrittore di Francavilla al Mare.

 

Al centro del romanzo ci sono le donne, sia come vittime sia a capo delle indagini. Perché l’idea di porle a questi due estremi?

Da qualche anno ho scoperto che scrivere di personaggi femminili è molto più gratificante. Le donne hanno caratteri e sensibilità più tridimensionali, più sfaccettati e profondi. In questo caso l’idea di renderle protagoniste in entrambi i sensi nasce dal rischio di fraintendimento che avrei corso nel raccontare di un uomo che indaga sulla morte di donne sole. Una situazione stereotipata che avrebbe sicuramente attirato critiche. È per questo che il tema della solitudine, nel romanzo, viene affrontato anche dal punto di vista maschile. E Laura Damiani, la poliziotta che indaga, è un personaggio forte e risoluto, pur con le sue fragilità e i suoi demoni interiori.

 

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Quando la solitudine uccide. Intervista a Romano De Marco

Qualche tempo fa, il «Guardian» ha lanciato la notizia di un nuovo premio letterario, Staunch book prize, dedicato ai thriller, ma solo a quelli che non presentano scene di violenza contro le donne. Come giudica quest’iniziativa?

Mi sembra lodevole. Nei miei romanzi evito sempre di indugiare nella rappresentazione di violenze efferate ai danni dei corpi femminili. In questo romanzo, in particolare, qualche scena violenta c’è, ma sono tutt’altro che gratuite e assolutamente strumentali alla storia. Troppo spesso, nei romanzi che si autoproclamano thriller, la violenza estrema serve a mascherare pochezza di idee e, soprattutto, scarsa padronanza della struttura narrativa.

 

L’altra grande protagonista del romanzo sembra essere la solitudine dato che il killer colpisce donne sole. Quanto pesa la solitudine nelle nostre vite iperconnesse?

L’aspetto che volevo sottolineare, parlando di solitudine (sia maschile che femminile), è proprio questo, ovvero quanto l’iperconnessione globale abbia influito negativamente sui rapporti umani, creando dei livelli subordinati di comunicazione fra persone, giocati proprio sull’assunto del non doversi confrontare realmente. È una tematica sulla quale si è scritto molto e, forse, è un po’ abusata. Per questo, nel romanzo, la tematica dei social network appare solo come sfondo. Vengono menzionati nel racconto di una delle vittime predestinate ma ho preferito spostare l’azione in un luogo reale, il club per incontri “Single”.

Quando la solitudine uccide. Intervista a Romano De Marco

Lei è essenzialmente un autore di thriller. Com’è cambiato questo genere in Italia negli ultimi anni?

Da qualche anno c’è una forte richiesta di thriller italiani che, per il momento, hanno sostituito il noir nelle preferenze dei lettori di narrativa di genere. Penso che in Italia ci siano ottimi autori di thriller che hanno il valore aggiunto di raccontare scorci di società e, soprattutto, di realtà, attraverso l’introspezione di personaggi alle prese con drammi esistenziali. Una caratteristica che nel thriller anglosassone, più basato su aspetti procedurali e colpi di scena, spesso manca. Idem nei thriller nordici, il cui ingrediente principale è l’atmosfera a discapito della profondità caratteriale dei protagonisti e della tensione narrativa.

Fino a qualche anno fa era raro che un italiano presentasse il suo romanzo come thriller. Più facile autodefinirsi “noiristi”, laddove il noir, in fondo, è ancora un oggetto sfuggente, che si presta a più interpretazioni e incarnazioni. Ma questo è un altro discorso.

 

Il suo primo libro risale al 2012, fino a oggi ha pubblicato otto romanzi (senza contare ebook e racconti). Come riesce a rinnovarsi ogni volta senza cadere in schemi ripetitivi?

In realtà il mio primo libro è del 2009, il Giallo Mondadori n. 2974 intitolato Ferro e fuoco. Scrivere sempre qualcosa di originale è un tacito accordo di onestà nei confronti dei miei lettori e anche di me stesso. Se non lo facessi rischierei di perdere quella passione nella scrittura che mi fa andare avanti e mi permette di continuare questa avventura nonostante i miei tempi molto risicati e i miei folli ritmi di vita. Ho scelto, a tal proposito, di non intraprendere la strada della serialità stretta, ma di attingere a un grande “universo narrativo” (alla maniera del compianto maestro e amico Sergio Altieri) pescando di volta in volta nel bacino dei miei personaggi e rappresentandoli in diverse fasi della loro vita in storie leggibilissime in maniera a sé stante.

 

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Quali sono i cliché del thriller che proprio la fanno inorridire? E ci cita qualche autore, italiano o no, che invece è riuscito a rinnovare il genere o comunque a offrire un punto di vista originale?

Detesto chi basa la trama sul solito serial killer che usa i soliti riti omicidi con dovizia di rappresentazione di efferatezze e accanimento sui corpi. Detesto le soluzioni a sorpresa poco credibili che offendono l’intelligenza e il buon senso del lettore. La sorpresa è un nucleo intorno al quale devi costruire l’intero romanzo rendendola credibile benché inattesa. Non è facile scrivere un thriller, anche se in molti pensano che bastino una serie di omicidi e la soluzione più stramba possibile. Preferisco non citare nomi italiani per non far torto a nessuno, ma seguo con interesse diversi giovani autori che, mi pare, stiano infondendo una linfa vitale a questo genere narrativo. Fra gli stranieri ritengo che John Sandford sia il migliore in assoluto. Peccato sia stato pubblicato in Italia in maniera incompleta e discontinua. Negli USA ogni suo nuovo titolo finisce dritto ai primi posti in classifica.


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Per la prima foto, copyright: Jean Gerber.

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