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Quando la realtà è una menzogna. [ESTRATTO] “Solo la verità” di Karen Cleveland

Quando la realtà è una menzogna. [ESTRATTO] “Solo la verità” di Karen ClevelandUscito da pochi giorni in libreria, Solo la verità di Karen Cleveland (DeA Planeta, traduzione di Isabella Zani) si avvia a diventare un vero e proprio successo, già in corso di traduzione in oltre trenta Paesi e pronto per sbarcare al cinema grazie a Charlize Theron che lo produrrà e interpreterà il ruolo di Vivian Miller, la protagonista.

Vivian è un’analista del controspionaggio della CIA che ha messo a punto un algoritmo in grado di violare il sistema operativo che le permetterà di sgominare una banda di spie russe presenti negli Stati Uniti. A questo punto però si trova davanti a una verità sconvolgente: dietro l’intero sistema russo c’è Matt, quello che sembrava essere l’uomo della sua vita e che come tale si è comportato negli ultimi dieci anni. Da qui un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare a un intrigo politico che si fa sempre più pericoloso.

Di concerto con l’editore, qui di seguito un estratto delle prime pagine di Solo la verità.

 

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Quando la realtà è una menzogna. [ESTRATTO] “Solo la verità” di Karen Cleveland

Ferma sulla soglia della cameretta, guardo i gemelli dormire, placidi e innocenti, dietro le sbarre dei lettini che mi ricordano quelle di una cella.

La luce notturna diffonde nella stanza un morbido bagliore arancione. I mobili invadono lo spazio, sono davvero troppi per una cameretta tanto piccola: i lettini, uno vecchio e uno nuovo; un fasciatoio con pile di pannolini ancora incellofanati; la libreria che io e Matt abbiamo montato da soli una vita fa. Gli scaffali si sono imbarcati, stracarichi di libri che ai due grandi potrei recitare a memoria; gli stessi che vorrei leggere più spesso ai gemelli, se trovassi il tempo.

Sento i passi di Matt sulle scale e stringo le dita attorno alla chiavetta usb. Forte, come se serrando al massimo la presa potessi farla sparire: tutto tornerebbe come prima, gli ultimi due giorni si dissolverebbero, come un brutto sogno. Invece la chiavetta e ancora qui: dura, solida, reale.

Il pavimento del corridoio scricchiola nel solito punto.

Io non mi giro. Matt mi arriva alle spalle, cosi vicino da farmi avvertire il profumo del suo sapone e del suo shampoo, quell’odore di lui che ho sempre trovato stranamente confortante e che adesso, chissà perché, me lo rende ancora più estraneo. Intuisco la sua esitazione.

«Possiamo parlare?» chiede.

Lo dice piano, ma le sue parole scuotono Chase, che sospira nel sonno e poi si risistema, di nuovo raggomitolato, come se volesse proteggersi. Mi è sempre sembrato così simile a suo padre, con quegli occhietti seri che colgono tutto; e ora mi chiedo se lo conoscerò mai per davvero, se avrà segreti così pesanti da schiacciare chiunque gli voglia bene.

«Cosa c’e da dire?».

Matt si avvicina ancora di più, mi posa una mano sul braccio. Io mi sposto, quanto basta per liberarmene. La mano rimane sospesa in aria un istante, poi gli ricade lungo il fianco.

«Che cosa pensi di fare?» domanda.

Guardo l’altro lettino, Caleb dorme di schiena nella tutina con i piedi; riccioli biondi da cherubino, gambe e braccia divaricate a stella marina. Le mani aperte, le labbra rosee socchiuse. Non ha la minima consapevolezza della sua vulnerabilità, di quanto possa essere crudele il mondo.

Mi sono sempre detta che l’avrei protetto, che gli avrei dato la forza che non ha, e avrei fatto in modo che avesse qualsiasi opportunità, una vita più normale possibile.

Ma come faccio, se non ci sono?

Farei di tutto per i miei figli. Di tutto. Allento le dita e guardo la chiavetta, un anonimo rettangolino. Piccolissimo, ma con un potere immenso. Il potere di aggiustare e il potere di distruggere.

Un po’ come le bugie, a pensarci bene.

«Lo sai che non ho scelta» rispondo, e mi impongo di guardarlo in faccia, mio marito, l’uomo che conosco tanto bene, e che al tempo stesso non conosco per niente.

 

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Quando la realtà è una menzogna. [ESTRATTO] “Solo la verità” di Karen Cleveland

Due giorni prima

1

«Brutte notizie, Viv».

Le parole di Matt farebbero paura a chiunque, ma il tono e rassicurante: lieve, rammaricato. Dev’essere successo qualcosa di spiacevole, certo, ma gestibile. Se fosse qualcosa di veramente brutto il timbro sarebbe più grave, la frase più costruita e il mio nome completo: “Devo darti una brutta notizia, Vivian”.

Reggendo il telefono con la spalla, giro la sedia dall’altro lato della scrivania a l, con il computer davanti, proprio sotto i contenitori grigi. Porto il cursore sull’icona a forma di gufo e faccio doppio clic. Se la notizia e quella che credo – quella che so – allora ho poco tempo per stare alla scrivania.

«Ella, vero» dico. Lo sguardo vaga su un disegno a pastelli appeso con le puntine alle pareti mobili della mia postazione, una botta di colore in questo mare di grigio.

«Trentotto e due».

Chiudo gli occhi e faccio un respiro profondo. Ce lo aspettavamo. Mezza classe e già ammalata, cadono uno dopo l’altro come birilli: era solo questione di tempo. A quattro anni l’igiene non è la primissima preoccupazione. Ma proprio oggi, accidenti?

«Nient’altro?».

«Solo la febbre». Tace per un istante. «Mi spiace, Viv. Sembrava a posto, quando l’ho lasciato.

Incasso, con un nodo in gola, e faccio di sì con la testa anche se lui non può vedermi. Fosse capitato un qualunque altro giorno sarebbe andato a prenderla lui, perché Matt può lavorare anche da casa, almeno in teoria.

Io invece no, e ho già utilizzato tutti i permessi quando sono nati i gemelli. Oggi però lui deve portare Caleb in centro per l’ultimo giro di visite mediche; da settimane mi sento in colpa perché non posso esserci, e adesso non ci sarò comunque e dovrò anche prendere un permesso che non potrei più chiedere.

«Saro li tra un’ora»sospiro. È la regola, abbiamo un’ora di tempo dalla chiamata. Calcolando il tragitto in auto e la camminata per raggiungerla – nei più lontani recessi del grande parcheggio di Langley – mi resta circa un quarto d’ora per chiudere il lavoro di oggi. Un altro quarto d’ora da aggiungere a un bilancio già in rosso.

Guardo l’orologio nell’angolo del monitor – le dieci e sette minuti – e poi il bicchiere di Starbucks accanto al mio gomito sinistro, con il vapore che esce dal foro nel coperchietto di plastica. Mi ero concessa un regalo per festeggiare questo giorno attesissimo, carburante per le ore noiose che mi attendevano; preziosi minuti sprecati in coda, che invece avrei potuto usare per fare ricerche tra i file. Mi sarei dovuta accontentare del solito caffè della nostra macchinetta gorgogliante che lascia i fondi a galleggiare nella tazza.


Per la prima foto, copyright: Kleiton Silva.

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