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Quando la politica boccia la cultura. Il brutto caso di Gaspare Gorresio

Quando la politica boccia la cultura. Il brutto caso di Gaspare GorresioIl legame tra cultura e classe politica in Italia è sempre stato molto altalenante, oseremmo dire addirittura problematico. Non ci riferiamo solo a noti casi di censura o vera e propria epurazione. Pensiamo invece alla riduzione di finanziamenti alla scuola pubblica o alla ricerca scientifica.

La valutazione è sempre di natura prettamente economica (mancanza di fondi, mancato o parziale rientro dei fondi, ecc.), come se un prodotto culturale fosse un prodotto come qualsiasi altro e lo Stato un’azienda che valuta la qualità di un’opera solo dal punto di vista della sua vendibilità e del numero di copie vendute o di possibili acquirenti.

Oggi siamo abituati a parlare di queste situazioni, perché sembrano essere all’ordine del giorno. E se ciò rientrasse in una solida tradizione del nostro Paese ben prima che questo esistesse politicamente? A fare chiarezza ci aiuta il caso di Gaspare Gorresio, raccontato da Vittorio Gorresio in La vita ingenua, edito da Rizzoli nel 1980 e vincitore del Premio Strega nello stesso anno.

 

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Vittorio ripercorre la sua vita e fa un accenno a questo suo antenato, raccontandoci la storia di Gaspare Gorresio che risulta emblematica di un malcostume tutto italiano:

A Bagnasco ero tornato con Sandra alla ricerca di memorie del più illustre dei Gorresio, il sacerdote, professore e senatore Gaspare, che sapeva il sanscrito e il cinese. In cinese mi rimane di lui un bellissimo carme, scritto – o per dir meglio pitturato – nel 1842 quando Vittorio Emanuele duca di Savoia futuro re d’Italia si sposò con l’arciduchessa d’Austria Maria Adelaide.

Quando la politica boccia la cultura. Il brutto caso di Gaspare Gorresio

Dopo aver raccontato brevemente di questo carme, incluso in una raccolta di versi composti dai docenti dell’università di Torino per un omaggio al re, «come allora si usava in occasione di fauste nozze regali», Vittorio Gorresio inizia a raccontare il caso di Gaspare Gorresio.

Gaspare a quel tempo stava a Parigi, lavorando alla traduzione del Ramayana, poema nazionale indiano in sei canti e un’appendice intitolata Uttarakanda.

 

Chi era Gaspare Gorresio? Vittorio lo descrive con precisione chirurgica in poche frasi:

Nativo di Bagnasco, si era laureato e fatto prete a Torino, era diventato cappellano dell’accademia militare, dove «godeva tavola e alloggio» e uno stipendio annuo di mille lire. Nel 1839 il demone della cultura lo aveva però spinto a lasciare tutto per recarsi a Parigi ad imparare il sanscrito.

Quando la politica boccia la cultura. Il brutto caso di Gaspare Gorresio

A Parigi constatò come lo studio del sanscrito fosse «strettamente affine a quello del cinese, per le intime relazioni che esistono tra l’un popolo e l’altro», e dunque:

Andò a Londra, desiderando «prendere qualche nozione della lingua cinese».

 

È da questo momento che hanno avvio i suoi tormentati rapporti con il Governo piemontese, rapporti che dimostrano la difficile relazione tra la classe politica e qualsiasi forma di attività culturale:

Doveva essere un mostro di capacità scientifiche, né meno abile […] nelle trattative con i potenti. Da un governo solo modestamente interessato alla cultura come era quello di Carlo Alberto, era riuscito ad ottenere di essere mantenuto nelle spese per i suoi studi e finanziato per la stampa del Ramayana in italiano col testo sanscrito a fronte.

 

A questo punto Vittorio Gorresio inizia a ricostruire il difficile e burrascoso legame tra Gaspare e il Governo attingendo a uno studio del professor Lamberto Bavi, pubblicato nel 1969 dalla Deputazione subalpina di storia patria e nel quale «si narra la storia, per così dire amministrativa, dei rapporti intercorsi tra Gaspare Gorresio ed il governo piemontese che lo finanziava.»

Lo stipendio che gli passavano era insufficiente per vivere a Parigi ma da Torino gli scrivevano che per il resto si rifacesse, a suo tempo, «sul prodotto delle vendite dell’edizione dell’opera». Stampasse intanto un minor numero di copie, se i soldi non bastavano, e si pagasse il conto del soggiorno realizzando economie tipografiche.

Quando la politica boccia la cultura. Il brutto caso di Gaspare Gorresio

Insomma, si arrangiasse. Altri soldi non sarebbero arrivati. Le cose però non stanno tutte qui, perché

C’erano altre contestazioni: la dotta introduzione di Gaspare non piacque al conte Stefano Gallina, primo segretario per gli affari dell’interno e delle finanze. Costui avrebbe desiderato un testo brillante, che attirasse l’attenzione del grande pubblico: «Ed invece non vi ho sinora trovato che disquisizioni di mera erudizione».

 

Non basta. Da buon “economo” il primo segretario guarda anche oltre:

Il conte Gallina si spazientiva inoltre perché due mesi dopo l’uscita del primo volume il successo di vendita continuava ad essere scarso.

 

La risposta di Gaspare, citata da Gorresio, non si lascia attendere:

«Le opere del genere della mia» […] «non si possono vendere ed esaurire in pochi mesi; ci vuole tempo. L’opera si venderà, ne sono certo».

 

Le cose comunque si misero male:

Ma a credere nella fortuna dell’opera, Gaspare era disgraziatamente quasi solo, e infatti il rischio che l’impresa fosse abbandonata dal governo si profilò gravissimo dopo la sconfitta piemontese a Novara il 21 marzo 1849: «L’onore, la dignità del governo del re Carlo Alberto a cui l’opera è dedicata, non consentono che si lasci interrotta», scriveva Gaspare allarmato il 9 giugno di quell’anno a Urbano Rattazzi, nuovo ministro dell’interno. Ma i pagamenti continuavano a tardare, ed un altro ministro, l’avvocato Giovanni Filippo Galvagno, giudicò seccamente che purtroppo era fallita «la speculazione commerciale letteraria» della pubblicazione del Ramayana, «la quale finora a dire il vero non è appagante, se si eccettua il successo letterario che può aver prodotto nella sfera degli scienziati, ma ciò non basta alla commissione del bilancio la quale non ha altro in vista che l’interesse delle finanze dello Stato».

Quando la politica boccia la cultura. Il brutto caso di Gaspare Gorresio

Già a metà Ottocento la cultura è mera speculazione economica e un’impresa culturale viene valutata solo sulla base di parametri economici, dinanzi ai quali il successo letterario è ridotto a qualcosa di secondo piano per l’interesse dello Stato. Qualcuno potrebbe obiettare che questa era la posizione dei ministri dell’interno e delle finanze. Ecco allora il parere del ministro dell’istruzione che non si fece attendere:

Anche Giovanni Lanza ministro della pubblica istruzione aveva forti dubbi, e il 25 novembre 1855 chiedeva a Rattazzi informazioni sul costo dell’opera. Rattazzi rispondeva che purtroppo erano svanite tutte «le belle speranze» che l’opera di Gaspare Gorresio potesse «non solo recare lustro e fama allo Stato, ma essergli eziandio lucrativa da ricompensarlo a mille doppi dei sagrifizi pecuniari» sostenuti e da sostenere.

 

Ancora dunque una valutazione solo ed esclusivamente economica che non poteva che essere negativa.

Nuove speranze si affacciarono per Gaspare quando Rattazzi lasciò il ministero dell’interno e a sostituirlo fu chiamato Cavour:

Gaspare si affrettò a chiedergli di prendere nelle sue mani «questo piccolo affare ed a provvedere la somma indicata nel mémoire che io ho mandato al ministero, affinché io possa al più presto ripigliare e terminare la stampa del decimo ed ultimo volume, e rientrare quindi in patria senza lasciare incompiuta un’opera che pur fu di qualche onore al paese».

 

Cavour subito si attivò chiedendo una relazione «dalla quale risultò che il Ramayana era costato al governo piemontese 95 mila lire tutto compreso e che per ultimare l’opera ne erano necessarie ancora quattromila.»

A questo punto interviene Alasia, direttore capo della prima divisione del ministero dell’interno, il quale

ammetteva bensì la convenienza di spendere quelle ultime lire«per non fare troppo cattivo senso» in tutti gli ambienti di «distinti letterati, personaggi, biblioteche ed università, tanto nazionali che estere»; ma non per questo si esimeva da una postilla: «Sebbene» egli scriveva con delusione «il lustro, il decoro, l’utilità recati alla letteratura italiana ed al Piemonte da una siffatta opera sia fin qui in astratto e problematico».

 

La questione dunque non è più solo meramente economica ma un dirigente del ministero dell’interno si spinge a una valutazione culturale.

Quando la politica boccia la cultura. Il brutto caso di Gaspare Gorresio

La risposta di Cavour non tardò ad arrivare e sul margine della relazione di Alasia annotò:

«Il chiedere un credito straordinario alle Camere sarebbe andare incontro ad un voto negativo sicuro. Conviene veder modo di supplire al fondo mancante in altro modo, coi fondi di cui il ministero può disporre».

 

Cavour sposta l’accento da una questione economica e culturale a una prettamente politica. Visto che le Camere mai approverebbero bisogna trovare i fondi altrove.

Come andò a finire?

Naturalmente i fondi si trovarono, e il 22 marzo 1858 furono mandate a Gaspare le sospirate quattromila lire.

 

Con un’aggiunta:

doveva considerarle veramente le ultime, e con la raccomandazione di economizzarle al massimo e di procurarne il maggior reintegro possibile grazie alla vendita dei volumi.

 

Nessun appoggio o riconoscimento di tipo culturale, ancora una volta una preoccupazione solo economica.

Il solo riconoscimento ufficiale giunse al mio antenato vent’anni dopo, quando re Umberto in luglio del 1878 ricevette una deputazione di professori dell’università di Torino: «Il re d’Italia» disse il sovrano per l’occasione «è superbo di incontrare i re della scienza in casa sua». Poi, rivolgendosi direttamente a Gaspare aggiunse che sarebbe stato purtroppo «un suo infelice discepolo, parendogli il cinese ed il sanscrito terribilmente difficili per lui». Parola di re, non si poteva dubitarne.

 

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Insomma da parte del governo piemontese e poi italiano non arrivò mai un riconoscimento del valore culturale dell’operazione condotta da Gaspare Gorresio che fu completata tra molte difficoltà create dallo stesso governo e solo sulla base di valutazioni economiche. Chi ci ricorda?


Per la prima foto, copyright: Konstantin Dyadyun su Unsplash.

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