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Quando l’incubo diventa realtà. Intervista a Wulf Dorn

Quando l’incubo diventa realtà. Intervista a Wulf DornDopo il successo dei romanzi precedenti, torna in Italia Wulf Dorn con il suo nuovo psico-thriller Incubo (traduzione di Alessandra Petrelli – Corbaccio, 2016)

A nessuno piacerebbe risvegliarsi in un ospedale come unico sopravvissuto di un terribile incidente d’auto, ma è quello che accade a Simon, adolescente di Stoccarda sofferente di una leggera forma di autismo. Nel rogo dell’auto, da cui è stato miracolosamente catapultato fuori prima che prendesse fuoco, sono morti entrambi i genitori, lasciandolo solo con il fratello maggiore Michael e la zia Tilia. Nessuno dei due sembra però in grado di seguire da vicino il difficile recupero alla vita di Simon, che dopo le vacanze estive dovrà lasciare la casa della zia per continuare gli studi in un collegio, né di comprendere la serie di incubi, fobie e allucinazioni con cui il ragazzo si trova a combattere ogni giorno. Solo Caro, una coetanea iscritta alla stessa scuola, pare in grado di fargli compagnia e di seguirlo nei suoi vagabondaggi in bicicletta per la campagna attorno alla casa di Tilia. Nella zona però accadono fatti oscuri: una ragazza sparisce senza lasciare tracce, un’altra viene aggredita, si sospetta la presenza di lupi feroci. In un crescendo sempre più cupo e inquietante, in cui la realtà stenta a farsi strada tra gli incubi, il lettore verrà posto di fronte a una verità del tutto inimmaginabile.

Wulf Dorn è un aitante signore biondo e abbronzato, dall’aspetto tutt’altro che inquietante, che ha risposto con pazienza e qualche tocco di humor alle molte domande del folto gruppo di blogger presenti all’incontro organizzato nella sede milanese della casa editrice Corbaccio.

 

Ho trovato delle novità in questo libro: il personaggio principale è un ragazzo, non un adulto come nei suoi romanzi precedenti, mentre il nemico è la paura. Perché questa scelta?

Avevo già trattato una volta un personaggio giovane, nel romanzo Il mio cuore cattivo. Qui però si tratta soprattutto di elaborare la paura della perdita, che è il tema centrale di tutto il romanzo. Mi interessava partire dal punto di vista di un ragazzo, perché trovarsi proprio nel momento di passaggio tra l’infanzia e l’essere adulti rappresenta, secondo me, un processo estremamente interessante, che riguarda tutti. È il momento in cui ci troviamo di fronte alle nostre prime vere paure. Durante l’infanzia non hai mai paura di perdere qualcosa o qualcuno, tutto ciò comincia quando entri a far parte del mondo degli adulti. Proprio il tema della perdita assume dunque grande importanza, perché nel bambino non c’è mai l’idea di perdere qualcuno attraverso la morte, sei solo proiettato nella vita.

Ma se, proprio in questo momento, fai sì che il tuo personaggio perda qualcuno, questa perdita acquisisce un’intensità maggiore che se avvenisse in un altro momento.

Quando l’incubo diventa realtà. Intervista a Wulf Dorn

Secondo lei è più difficile sopportare una morte, una perdita, da giovani oppure a una certa età?

È una domanda difficile, ma direi che in ogni fase della nostra vita affrontare questi dolori è sempre complesso. Quando sei giovane e inesperto, queste cose ti colgono impreparato, la grande difficoltà sta proprio in questo: non hai gli strumenti per reagire.

Per quanto riguarda la mia esperienza personale, anche se ho dovuto affrontare questa cosa quando ero già ultraquarantenne, è stato comunque molto penoso, perché avevo costruito una relazione in tanti anni e poi ho perso la persona alla quale avevo voluto bene, quindi è stato difficile affrontare la situazione, ma soprattutto accettarla, anche se in verità non hai altra scelta: l’unica cosa che puoi fare è accettare, e provare a guardare in avanti.

Credo che in ogni fase della nostra vita questo tipo di esperienza sia complessa, così come trovare gli strumenti adatti per elaborarla.

 

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Che cos’è un incubo per lei e quanto può essere spaventoso?

Io direi che per me l’incubo è qualcosa che va nella stessa direzione di quello di Simon: la perdita di una persona cara mi impegna parecchio emotivamente e mi costringe a passare molte notti insonni. Però non è così legata a un’immagine come accade a Simon, non c’è il lupo: nel mio caso è qualcosa di più emozionale e meno figurativo.

In questo romanzo, l’incubo ricorrente di Simon era uno strumento stilistico che mi consentiva di mostrare le paure del personaggio, perché è sempre difficile descriverle, e un’immagine mi serviva per dimostrarle.

 

Lei pensa che ricordi e fantasie si mischino?

Ritengo che questa cosa sia abbastanza difficile da spiegare, perché per me ci sono determinati ricordi che sono collegati a una perdita, e che quindi sono legati a cose dolorose, così che il subconscio si mette a lavorare affinché emergano i ricordi belli, ma succede tutto a livello inconscio, ed è un processo strettamente individuale. Credo sia difficile da analizzare.

 

Lei apre il libro con un riferimento a Cappuccetto Rosso. Qual era la favola che proprio non sopportava da bambino?

Non c’è nessuna favola che non mi piacesse, tuttavia ci sono alcune favole che mi hanno particolarmente colpito, soprattutto certe scene che mi sono rimaste fisse nella memoria. Una di queste è “la guardiana delle oche” (dei fratelli Grimm), dove si racconta di una ragazza, con la testa tagliata di un cavallo, che parla in continuazione, una scena veramente raccapricciante: mi è rimasta impressa anche se non ricordo più tutta la storia. E poi ci sono dei personaggi delle favole che ricordo in modo molto vivido, come il lupo cattivo che è un simbolo molto preciso, direi freudiano, di tutto ciò che è negativo e cattivo, quindi sta bene sulla copertina del romanzo.

La cosa che più m’impressiona è che, rileggendo certe favole con gli occhi dell’adulto, si vede come ciò che è lì nero su bianco sia qualcosa da cui, rimanendo fedeli alla lettera, si potrebbe trarre un vero film dell’orrore. Pensate al cannibalismo di Hansel e Gretel o alla matrigna di Cenerentola che danza con i piedi sanguinanti (sempre nella versione dei Grimm), eppure si leggevano tranquillamente ai bambini. Se io oggi inserissi una scena del genere in uno dei miei libri, il mio editor mi direbbe “dacci una limatina per favore, perché sei troppo brutale.”

 

All’inizio del romanzo scrive «Niente dura per sempre. La sicurezza è un’illusione. Simon Strode fece questa amara esperienza un sabato di marzo». Cosa significa per lei sicurezza e quanto è importante essere al sicuro?

Direi che la sicurezza è per tutti molto importante, perché è ciò che ci dà stabilità. Nella vita dobbiamo tutti imparare che questa sicurezza non ci viene dall’esterno, ma è qualcosa che abbiamo dentro di noi: quando tutto attorno a noi va male, possiamo trovare dentro di noi qualcosa che ci dà energia e fiducia, e allora riusciamo con maggiore facilità a gestire le situazioni complesse. Per me, almeno, è così. La sicurezza mi sembra che sia la fiducia nei nostri mezzi che riusciamo a trovare nel momento della difficoltà, e che ci permette di reagire e di guardare al futuro.

Quando l’incubo diventa realtà. Intervista a Wulf Dorn

Qualcuno le ha ispirato il personaggio di Caro, oppure è frutto della sua fantasia?

Caro era proprio il personaggio che volevo creare, che fosse l’opposto di Simon: parte all’offensiva, non è proprio bravissima però lo aiuta a diventare grande. In comune hanno questo fatto, che si sentono costantemente persi in una sorta di terra di nessuno al confine tra l’infanzia e l’età adulta. Non sanno mai dove si trovano, non sono mai accettati né da una parte, né dall’altra. Credo che questo personaggio sia stato in qualche modo influenzato dalle mie giovani lettrici, che mi scrivono spesso, mi mandano fotografie e mi fanno veramente un grandissimo piacere. Amo molto Caro e mi sento molto legato a lei.

Aggiungo un dettaglio su di lei, a proposito delle scarpe che indossa: una sera ero a un concerto con amici e accanto a me c’era una ragazzina proprio con quelle stesse scarpe. Quando le ho viste, ho capito subito che Caro le avrebbe indossate la prima volta che entra in contatto con Simon, che le nota immediatamente. In questo modo riesco a renderla più viva e reale, perché sono qualcosa di stravagante.

 

Caro studia psicologia ed è convinta che le persone siano un mistero dietro le loro maschere. Nella sua vita ha incontrato molte maschere, ed è riuscito a capire cosa nascondevano?

Io penso che Caro ci dica una cosa molto importante, che ognuno di noi porta sempre una maschera o tante maschere, con i colleghi, i superiori, gli inferiori: ci sono tante maschere diverse, se prendiamo un giorno qualsiasi della nostra vita. Io oggi, per esempio, indosso la maschera del passeggero, dell’ospite dell’hotel e del ristorante, dello scrittore che viene intervistato, e anche quella del marito atteso. Ma se le mettiamo insieme tutte salta fuori la persona che siamo.

 

Mi è piaciuto molto il rapporto tra i due fratelli, che promettono di non lasciarsi mai neanche da adulti, nonostante i cambiamenti della vita. Quanto è mutata la sua vita da quando ha iniziato a scrivere?

Mi è piaciuta subito la storia di questo legame tra i fratelli e mi è piaciuta anche l’idea della vita che ti impone dei cambiamenti, quindi questo loro rapporto è messo continuamente in discussione ed è stata una cosa che mi ha coinvolto moltissimo. Credo che all’inizio, quando ho cominciato a scrivere, ci fossero delle cose che ancora non sapevo e che dovevo imparare. Per esempio, quando ho scritto La psichiatra vivevo ancora in una mansarda con mia moglie, avevo già un agente e anche l’idea di questo libro, ma non avevo nessun tipo di pressione, sceglievo io i tempi, non avevo una data di consegna, però dovevo ancora trovare un editore.

A quel punto, stavo sperando che ci fossero quelle due o tre persone a cui il mio libro potesse piacere. Tre anni dopo, mi sono ritrovato a Bogotà a una fiera del libro a parlare con un centinaio di studenti di psichiatria, e proprio a discutere di questo libro, che è diventato un best seller in Sudamerica e anche in Italia. Una cosa incredibile: così tanta gente che aveva avuto per le mani il mio libro. Questa cosa era diventata vera e dovevo imparare che io ormai ero così.

Va anche detto che sono una persona tendenzialmente timida, che ha qualche difficoltà a trovarsi di fronte a così tanta gente che ti fa così tante domande. Il crinale al di là e al di qua del quale si trovano la felicità, ma anche la paura del successo, è molto sottile e non sei mai preparato. Forse non puoi neanche prepararti, al successo. Non riesci mai a pensare veramente che il tuo libro potrà diventare un best seller. Oggi sono felice di questo successo, però mi sembra di non essermi montato la testa, o almeno lo spero.

 

Nel romanzo si parla di come riconoscere le persone giuste, quelle di cui fidarsi, ma lei sostiene anche che lo scrittore vive fuori dalla realtà. Questo è un rischio reale?

Gli autori, ma questo vale anche per gli attori, sono delle persone che si muovono tra vari mondi, tra quello della realtà – al mattino mia moglie mi dice di portare giù la spazzatura – e quello del personaggio che sto creando. Volendo esagerare, mi muovo tra i bidoni della spazzatura e un personaggio destinato a salvare le sorti del mondo. Credo che il pericolo, in certe situazioni della vita, sia che si preferisca ritirarsi nel mondo virtuale e nascondersi lì.

 

In Incubo si parla anche di bullismo. Che dimensioni ha il fenomeno in Germania?

Se ne discute tantissimo. Due anni fa, quando ancora lavoravo in ambito psichiatrico, ho avuto modo di occuparmi di due vittime di cyber mobbing. Internet ha mostrato un certo aspetto dell’essere umano che altrimenti non sarebbe probabilmente emerso. Attraverso l’anonimato che garantisce la rete, alcuni osano fare cose che altrimenti non avrebbero mai fatto, con effetti a volte drammatici. Ho presente il caso di una ragazza che è stata vittima di bullismo e che è stata picchiata, svestita e filmata.

È un modo per distruggere psicologicamente una persona. In Germania la situazione sta peggiorando. Non vorrei sembrare uno di quei vecchietti che ce l’ha sempre con i giovani, però è vero che oggi ci troviamo di fronte a delle situazioni che non avremmo mai immaginato potessero esistere. Soprattutto, stiamo perdendo il rispetto per gli altri e il compito della mia generazione è di insegnarlo di nuovo ai nostri figli, anche quando sono più deboli o la pensano in maniera diversa. Dobbiamo insegnare che va dato a tutti il rispetto che noi ci aspettiamo dagli altri.

Quando l’incubo diventa realtà. Intervista a Wulf Dorn

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C’è una scena che l’ha coinvolta maggiormente mentre scriveva?

Una scena molto intensa è quella che si svolge nel vecchio hotel, quando i ragazzi lo scoprono e cominciano a entrarvi. È una scena che ho amato molto, e trovo sempre affascinante che dei personaggi giovani vadano incontro al passato attraversando queste rovine. C’è uno scambio tra presente e passato, è una scena molto emozionante, dove ho davvero provato la sensazione di esserci dentro anch’io.

Un’altra scena che ho vissuto con intensità, anche se ora non voglio aggiungere troppo per chi non avesse ancora letto il libro, è quella in cui Simon e suo fratello parlano di come Michael voglia cambiare la propria vita. È il momento in cui Simon deve diventare adulto, ma protesta e cerca di ribellarsi a questa situazione, mentre Michael tenta di appianare il conflitto tra loro.

 

Quanto è stato difficile, a livello emozionale, costruire un finale come quello del libro? È da interpretare come la chiusura di un cerchio oppure, viceversa, come una discesa ancora più forte attraverso un baratro?

È sempre difficile parlare pubblicamente della fine di un libro però in qualità di autore hai un grande vantaggio: quello che quando cominci a scrivere un romanzo ne conosci già la fine. Almeno per me è così: quando comincio la stesura di un romanzo so già anche come andrà a finire. Effettivamente è un finale molto emotivo che mi ha impegnato tantissimo. Io mi pongo però in maniera neutrale e lascio al lettore la facoltà di decidere come potrebbe evolversi se in senso positivo o negativo. In generale, questo è un finale aperto. Tutta la questione ruota attorno a cosa credi tu, lettore, che possa accadere dopo ai personaggi.

 

Che cosa le fa più paura?

Credo che la cosa che mi fa più paura sia ciò di cui sono capaci gli esseri umani, soprattutto i fanatici. Mi fa molta paura il fanatismo: qualunque forma esso assuma, politica o religiosa, si tratta sempre di una cosa pericolosa. Queste persone non accettano le opinioni altrui e sono pronte a qualunque cosa, quindi noi dobbiamo sempre essere pronti a capire cosa è giusto e cosa no. La tolleranza è fondamentale nella nostra società.

 

Quali sono i tre scrittori che l’hanno ispirata di più?

Difficile sceglierne solo tre! Ma se devo limitarmi a tre credo che un ruolo fondamentale l’abbia avuto Stephen King. Tre anni fa ho avuto modo di conoscerlo, ed è un personaggio affascinante quanto i suoi libri, pieno di un umorismo incredibile. Anche suo figlio Joe Hill, di cui sto leggendo ora un libro, scrive in una maniera fantastica, è pieno di fantasia. E poi mi piace molto anche Neil Gaiman.

 

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Qual è il libro che le ha fatto venire più paura?

Penso che sia L’esorcista, che ho trovato veramente terrificante. In Germania è uscito l’audiolibro, letto da un attore favoloso, in una maniera tale da farti venire la pelle d’oca.

Molti anni prima c’era stato uno scrittore inglese, M.R. James, autore della storia più terrificante che mi sia capitato di leggere, anche se non è un horror in senso stretto Lost Hearts. Dopo averlo letto credo di non essere più stato capace di andare in bagno da solo per un bel pezzo.

 

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Ha mai pensato di scrivere qualcosa di diverso dai thriller?

Lo so che adesso vi metterete a ridere tutti, però stavo pensando a un libro di cucina, con delle ricette italiane, perché ritengo che la cucina italiana sia veramente la migliore. Da nord a sud, in Sicilia e in Sardegna, ogni regione ha delle specialità fantastiche e vorrei fare una sorta di giro d’Italia raccogliendo ricette, ma non quelle dei ristoranti, quelle della nonna, di famiglia, che si tramandano di generazione in generazione, e di cui si va così fieri.

Non ho ancora iniziato, ma l’intenzione è quella. So che c’è già un libro scritto da Jamie Oliver, che è proprio di questo genere ed è bellissimo, però credo che mi piacerebbe fare un libro che vada proprio in questa direzione.

 

Ha delle abitudini, delle manie di scrittura particolari? Come e dove scrive?

Sono uno scrittore noioso e ho una giornata di lavoro estremamente normale. Alle sei ci alziamo, alle sette mia moglie, neurologa, esce per andare al lavoro e io comincio a mia volta a lavorare. Mi siedo alla scrivania e scrivo, faccio una pausa di metà mattina e una per il pranzo. Se dopo questa pausa non ho lavorato troppo e me la sento riprendo a scrivere, ma non è detto. Se non continuo faccio cose esaltanti, tipo la dichiarazione dei redditi, rispondo alla posta e mantengo i contatti con i lettori. Poi mi dedico al giardino e alla casa, oppure esco a fare un giro.

La musica mi serve per creare delle atmosfere, per scrivere determinate scene, ma durante la fase di scrittura vera e propria in genere non ascolto musica, ho provato ma non ha funzionato. Ho delle playlist di suoni, abbastanza monotoni e con una valenza ipnotica, che mi aiutano a mettere a fuoco il testo e a concentrarmi meglio. Un’altra cosa che mi aiuta è il tempo: quando fuori piove spalanco la finestra e ascolto il rumore della pioggia.

Quando l’incubo diventa realtà. Intervista a Wulf Dorn

Lei ha lavorato a lungo come logopedista. Quanto l’ha aiutata poi questa professione nell’essere scrittore? C’è per esempio un altro autore, Patrick McGrath, che è uno psichiatra, che ha scritto molti libri riguardanti la sua professione. C’è quindi qualcosa di autobiografico nei suoi romanzi oppure no?

Sono due aspetti che vanno avanti insieme. C’è tutta l’esperienza legata alla mia professione, che è durata vent’anni, che però si lega bene con il bisogno di creare con la fantasia. Quando ho cominciato a scrivere, io ho scritto soprattutto dei racconti horror di tipo classico, con fantasmi e personaggi horror, fino a quando ho capito che dietro a questi fantasmi se ne celavano degli altri: sono quelli che vivono dentro di noi, nel subconscio, all’interno delle nostre paure e dei nostri timori. Quello è stato il momento in cui ho capito che potevo passare dall’horror classico a questo nuovo stile di psicothriller. In questo senso, dunque, la mia professione mi ha dato una mano.

Quando creo un personaggio, la prima cosa a cui penso è il suo punto di vista psicologico: quali sono le sue caratteristiche, che carattere ha, quali sono le sue paure. In questo senso mi sembrava che Simon fosse il personaggio ideale da mettere nella mia storia, perché si inserisce in maniera perfetta all’interno di un cambiamento drammatico.

 

A quale dei suoi libri si sente più legato emotivamente?

È una bellissima domanda che mi viene posta spesso, ed è come chiedere a un papà qual è il suo figlio preferito. Per ogni libro si crea un rapporto particolare, nell’anno che impieghi a scriverlo. In quest’anno tante cose si mettono in movimento, cambiano, ci sono rapporti personali che subiscono un’evoluzione. Ogni singolo libro evoca dei ricordi particolari.

Nel caso del Superstite vivevo ancora nella mansarda, l’ho scritto durante un’estate caldissima e l’appartamento era bollente, però volevo ambientare questa storia in pieno inverno. Quindi, mentre c’erano trenta gradi ho immaginato che i miei personaggi si muovessero in un inverno gelido e pieno di neve: credo che nel libro faccia così freddo proprio perché ho dovuto metterci tanta energia.

Ogni storia è legata a qualche piccolo racconto. Nel caso de Il mio cuore cattivo c’è la prospettiva di una ragazza sedicenne e io sono un maschio ultraquarantenne, quindi ho dovuto tentare di pensare come una sedicenne e provare le sue sensazioni, mettendomi letteralmente nei panni di una ragazzina. Mia moglie mi ha aiutato, e anche nostra nipote.

Tutto è stato filtrato attraverso ogni esperienza del quotidiano, ed è forse per questo che il personaggio poi risulta così vivo e reale. Ci sono sempre rapporti particolari che tu ti strutturi con ogni libro che scrivi.

 

Incubo è stato terminato nel mese di luglio 2015. Cos’ha fatto in questi mesi?

Ho cominciato a scrivere un nuovo libro. Sono una persona estremamente superstiziosa e quindi mi comporto come quando ti sta per nascere un bambino, ma non vuoi dire il nome prima della nascita. È ancora una storia terribile, con un argomento molto particolare, che mi stava estremamente a cuore. Il mio editore tedesco, quando gli ho raccontato come funzionava la mia idea, mi ha guardato veramente con degli occhi così e mi ha detto “ma sei sicuro?”

Ma io lo sto scrivendo, sono molto fiducioso e spero di finirlo il mese prossimo. L’uscita in Germania è programmata per la prossima primavera. Subito dopo uscirà anche in Italia.

Vi do solo un indizio: si parla di bambini.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori.

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