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Quando immaginazione e realtà si fondono. “Il quaderno canguro” di Abe Kōbō

Quando immaginazione e realtà si fondono. “Il quaderno canguro” di Abe KōbōDante, Verne, Kafka. Potrebbero essere molti gli autori a cui pensare quando si legge Abe Kōbō. Atmosphere libri pubblica, per la prima volta in Italia, Il quaderno canguro nella collana Asiasphere con la traduzione e la postfazione di Gianluca Coci.

«Sarebbe dovuta essere una mattina come le altre. Stavo mangiucchiando una fetta di pane a cassetta ben tostata, spalmata con uno spesso strato di paté di fegato e sedano. Tenevo il gomito appoggiato su un angolo del giornale aperto e il busto un po’ inclinato verso destra. Gli occhi saltavano rapidi da un titolo all’altro, mentre sorseggiavo un caffè nero molto forte. […]. D’un tratto avverto uno strano formicolio all’altezza degli stinchi».

 

Un impiegato propone l’idea di un quaderno con una tasca, ovvero un quaderno canguro. La proposta viene accolta con entusiasmo, mentre il suo stesso ideatore non capisce il motivo del successo. Così invece di apprezzare i riconoscimenti che vengono dall’alto, avverte soltanto un forte stress, tanto che i suoi amati germogli di daikon cominciano a crescergli sulle gambe. Preoccupato e ansioso di risolvere il problema si precipita in una clinica dermatologica. Qui troverà l’infermiera chiamata da lui “libellula” per la forma rotonda dei suoi occhiali e un dottore che non riesce a comprendere le cause del fenomeno. Lo portano in sala operatoria per un intervento d’urgenza. La realtà ora comincia a essere confusa. La faccia del medico, che gli consiglia di curarsi presso le terme della Valle dell’Inferno, gli appare sotto forma di un irrigatore antincendio.

 

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Quando immaginazione e realtà si fondono. “Il quaderno canguro” di Abe Kōbō

Ma l’impossibile deve ancora accadere. L’impiegato, attaccato alla flebo, comincia a vagare per strada trasportato dal lettino di acciaio dell’ospedale. Si convince di essere stato abbondonato dal medico e dalla sua infermiera libellula, e quando pensa di essersi risvegliato da un incubo, scopre che a osservarlo con una torcia elettrica sull’elmetto non è il dottore, ma un uomo che non ha mai visto. Si accorge inoltre di trovarsi all’entrata di un cantiere. Il lettino non rimane fermo a lungo perché lo trascina verso tunnel scavati in profondità. Poi avviene un altro risveglio, questa volta però l’impiegato è davvero in clinica. Pensa che quelle scene di lui perso tra cunicoli siano solo un incubo. Eppure la realtà è una parentesi e di colpo riprende vita quello che sembrava soltanto frutto dell’immaginazione. Ben presto si ritroverà sul limite di due mondi. L’inferno, o quello che potrebbe essere il centro della terra, lo accoglie con la sua puzza di zolfo e i suoi bizzarri personaggi. A dissetarlo, lungo l’esplorazione di quest’universo sotterraneo, è il suo sudore, mentre a nutrirlo sono gli stessi germogli che intanto continuano a crescere sulle gambe.

 

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Il quaderno canguro inventato dal protagonista è il filo conduttore di una storia in cui il sogno è dentro la realtà e la realtà è dentro il sogno, fino a quando il confine si annulla in uno stato di angoscia. Morto o vivo? L’impiegato s’interroga sulla sua condizione con il nodo alla gola. Perché il falso appare necessario tanto quanto il vero e le sue sensazioni diventano l’unico dato certo.

Ecco perché questa storia surreale rivela le parti impercettibili dell’esistenza, come afferma Gianluca Coci nella sua postfazione Abe Kōbō, sperimentatore onirico del secondo Novecento giapponese:

«Mettendo a nudo i dettagli “invisibili” della realtà, Abe ci mostra l’altra faccia delle cose, il rovescio della medaglia, il negativo che troppo spesso è occultato dal positivo».

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L’impiegato di Abe Kōbō diventa all’improvviso un “uomo daikon”, perché il surreale si presenta senza annunciarsi prima e confonde il soggetto che si percepisce come un essere sottomesso a una trasformazione che non può controllare:

«La metamorfosi, fin dai primi racconti giovanili, viene utilizzata come metafora della solitudine e dell’angoscia che attanaglia l’uomo moderno alla continua ricerca di un’identità».

 

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Il quaderno canguro di Abe Kōbō è un cerchio di espedienti fantastici che isolano la realtà per mostrala senza contaminazioni.

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