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Quando cucinare migliora la vita. Intervista a Livia Aymonino

Quando cucinare migliora la vita. Intervista a Livia AymoninoCucinare può migliorare la nostra vita? Stando a quanto racconta Livia Aymonino parlando di sé e del suo ultimo libro, La lunga notte di Adele in cucina (Giunti), sembrerebbe proprio di sì.

Adele, giovane diventata vecchia anzitempo, si ritrova una notte, in preda all’insonnia, sola nella sua cucina. E inizia a preparare dei biscotti. Un’attività all’apparenza semplice che però le offre lo spunto per sopravvivere all’insonnia e per riprendere in mano alla sua vita. E così il libro diventa un romanzo che racconta insieme la storia di Adele come mezzo per raccontare quella di un’intera generazione e le ricette, abilmente inserite nella narrazione, diventano un mezzo per puntellare il racconto della protagonista.

E proprio di cucina e scrittura, abbiamo parlato con Livia Aymonino nell’intervista che ci ha gentilmente concesso.

 

Nell’introduzione al libro, ricordando una vecchia filastrocca che le raccontava sua mamma, lei si definisce «metà formica e metà grillo, labile di memoria ma piena di ricordi». Cosa rappresentano per lei la memoria e i ricordi?

Mi ricordo, dice nel suo libro mondo Joe Brainard nel 1970, mi ricordo tutto quello che posso.

Quello che non ricordo, scrive sugli argini del Lungotevere William Kentridge raccontando duemila anni di storia con i suoi bellissimi graffiti, per farci ricordare anche quello che non possiamo.

La vita, o almeno la mia, è l'intercapedine tra questi due pensieri, felicemente contraddittoria come Joe (formica) e William (grillo) mi hanno ricordato.

Quando cucinare migliora la vita. Intervista a Livia Aymonino

Lei definisce la cucina come «la mia decapottabile verso la terza età». Qual è il potere del cucinare?

Cucinare mi rende libera e immortale, per sempre giovane. Pulisce i pensieri e mi restituisce, intatte, due delle mie anime: quella militare e quella erotica in cucina convivono felici. Le altre si adattano tra pentole e fornelli.

 

Banana Yoshimoto, in una delle battute iniziale del suo Kitchen, fa dire alla protagonista: «Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po' meglio che pensare che sono rimasta proprio sola» e si riferisce alla cucina come stanza. Per Adele, la protagonista del suo libro, cos’è la cucina? E perché sembra darle una forza che non riesce a trovare altrimenti?

La cucina è stata l’autostrada della mia vita e nello stesso tempo il mio guscio di lumaca: una casa itinerante che puoi portare sempre in giro e che però rimane sempre lì, ferma. Mi segue da quando ho vent’anni e io inseguo lei con passione.

E, come un arco, mi fa tendere verso la perfezione senza, per fortuna, arrivarci mai.

Adele, nel libro, riesce a trovare qualche risposta cucinando dei biscotti durante una nottata interminabile, proprio come me.

 

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Quando cucinare migliora la vita. Intervista a Livia Aymonino

La lunga notte di Adele in cucina è insieme un romanzo e un ricettario. Cosa può provare una persona come Adele che soffre d’insonnia e «aveva ventitré anni ma se ne sentiva sul groppone dieci o cinquanta a seconda dei giorni» davanti a una ricetta e alla sua esecuzione?

Il libro, ancora prima che un ricettario, è un romanzo che racconta la storia di una generazione attraverso una singola storia, quella di Adele, che arriva alla soglia del terzo tempo senza essere preparata, come gran parte dei suoi compagni di viaggio. Solo che Adele da sempre ha un formidabile alleato, quello spazio privatissimo dove inforcare il grembiule e mettersi a cucinare, che l’aiuta spesso a trovare il bandolo della matassa.

Preparare un piatto e vederlo man mano prendere forma, come un effimero e temporaneo piccolo capolavoro, rende la mia vita (e quella di Adele) migliore, e sopportabile persino l’insonnia. La cucina è disciplina, ordine e creatività, sia a dieci anni che a cinquanta. Ma ogni tanto, per essere davvero contenti, bisogna abbandonare quegli antipatici grammi e derapare verso la felicità.

Quando cucinare migliora la vita. Intervista a Livia Aymonino

Spesso si dice che cucinare sia terapeutico. Secondo lei, è solo un senso di tranquillità che può derivare dall’idea di giungere a un risultato certo seguendo le istruzioni precise di una ricetta, oppure ci sono anche altre ragioni?

Non mi piace pensare alla cucina come a una terapia. Per me cucinare è una giostra dei sensi, è dare e avere, in piena libertà. Ho nutrito frotte di amici, familiari, colleghi, figli, mariti e sconosciuti, ma resto affamata e ogni volta ricomincio come fosse la prima volta, insicura, contenta, in attesa di vedere il risultato. Non ho mai eseguito, nemmeno dopo tutti questi anni, un piatto a occhi chiusi o di routine: cucinare per me è sempre una battaglia, unica, sola, e ogni volta differente. Un corpo a corpo pieno di incognite e avventure. Forse è per questo che non ne ho mai fatto una professione e lo considero il migliore dei miei vizi.

 

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Il libro è anche un ricettario. E ogni ricetta è occasione per raccontare la sua realizzazione e una parte della storia di Adele. Come mai ha scelto questa soluzione narrativa?

Il mio primo libro Sapori di Versi (Ed. Mursia) era un ricettario in rima dove la mia vita entrava dalla porta di servizio, nelle note a margine dopo le filastrocche. Qui sono rimasta in cucina ma ho invertito i ruoli: le ricette si intrecciano alla storia passando dalla cucina e non dalla porta principale. Ma la casa è la stessa e io sono sempre qui, con il grembiule addosso, sorseggiando gin tonic e con ancora la vita tra le mani.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

Per la prima foto, copyright: Todd Quackenbush.

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