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Quando afferrare la libertà sembra impossibile. “Primo amore” di Gwendoline Riley

Quando afferrare la libertà sembra impossibile. “Primo amore” di Gwendoline RileyPrimo amore di Gwendoline Riley è stato pubblicato in inglese dalla Granta Books, e, dopo aver riscosso grande successo in terra natia ed essere stato inserito nella long list del Bailey’s Women’s Prize, è arrivato nelle librerie italiane con l’editore Bompiani e la traduzione di Tommaso Pincio.

«É possibile che il futuro sia una distesa bianca? É possibile correrci a perdifiato, col cuore che martella?

Mi rendo conto di non aver mai pensato granché al futuro. Se non per questo senso di fuga. Ovunque ti giri, desolazione. Eppure eccomi qua.»

 

Questa frase riassume bene due dei costanti pensieri di Neve, la protagonista del romanzo: l’ossessiva voglia di libertà e la taciuta speranza che il futuro stia tenendo in caldo la serenità che il presente e il passato le hanno negato.

Neve ha poco più di trent’anni, è inglese e fa la scrittrice. All’inizio del romanzo la troviamo in una casa dove vive da ormai diciotto mesi con suo marito Edwyn, un uomo più anziano di lei, che soffre di una grave forma di cardiopatia. Il quadretto familiare iniziale, quello della sposina che aspetta il suo maritino a ritorno da lavoro e lo accoglie con coccole e parole dolci, viene presto tinto da colori nefasti. I nomignoli sdolcinati, «micetta luccicosa», «cavoletto», «piccola manovale», vengono subito distorti e la vera natura della relazione tra i due si svela:

«Solo perché tu lo sappia,» mi ha detto lo scorso anno, «passare la vita con un toporagno non rientra nei miei piani. Solo perché tu lo sappia. Una sorciaragna bizzosa con una faccia a buco di culo... raggrinzita come se avesse ingoiato dell’acido.»

«Puoi sempre smammare, se mi trovi tanto spregevole,» ha proseguito, le gambe divaricate, i pugni serrati, guardandomi truce dall’altro lato del divano. «Devi attenerti al programma Neve, altrimenti smammi».

 

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La vita coniugale di Neve ed Edwyn si riversa sulla pagina attraverso le insensate e continue discussioni dei due, in cui l’uomo trova ogni scusa e vecchio rancore per farla sentire fuori luogo, in colpa e umiliata e aumentare il suo senso di inadeguatezza e la sua gratitudine servile. Neve deve ringraziare per ogni boccata d’aria che inala in casa di Edwyn, per ogni sorso d’acqua che beve e chiedere scusa ogni qual volta lui si infastidisce, diventa irascibile e aggressivo, e i modi per assecondare i capricci dell’uomo vengono ripetuti come un mantra nella mente di Neve. Ma questi non sono le uniche martellanti parole che risiedono nei suoi pensieri. La voglia imperante di liberarsi dal marito, di essere economicamente indipendente e di non sottostare più a insensate vessazioni sono sempre pronte a contrastare l’attitudine servile di Neve. Questa lotta di pensieri genera una forte dicotomìa che si tràmuta nella domanda che più assilla il lettore del romanzo: Cosa ti impedisce di liberarti, Neve?

Quando afferrare la libertà sembra impossibile. “Primo amore” di Gwendoline Riley

La relazione con Edwyin non è l’unico rapporto disfunzionale che Neve si è trovata ad affrontare. Primo su tutti infatti ci fu il rapporto con suo padre, la cui morte, durante il corso del romanzo, innesca un meccanismo di flash back che le fanno rivivere i momenti passati con lui, fin quando lei non aveva deciso di tagliare i contatti. Il padre di Neve viene descritto come un uomo volgare e sboccato, che umilia i figli e che esercita su di loro un forte controllo:

«Era “solo un bambino cresciuto, davvero” aveva detto Christine. Be’, è proprio così. Per certi versi, questo era. Un bambino ingordo. Un bambino despota. E per quindici anni, ogni sabato, io e mio fratello ci siamo messi a sua disposizione, pronti a soddisfarlo. Come un bimbo con i suoi giocattoli, esercitava un dominio capriccioso, e come ogni piccolo imperatore, la sua ira era satanica se i suoi piani non venivano assecondati con deferenza.»

 

In contrapposizione al padre troviamo la figura della madre di Neve. La donna, sulla sessantina, sta cercando di ricominciare da capo dopo il divorzio dal secondo marito. Le due non si frequentano assiduamente e, quando si incontrano, Neve ha quasi sempre un atteggiamento scostante nei confronti della madre, come se giudicasse le sue scelte, il suo approcciarsi alla vita e, forse, invidiando la sua ritrovata libertà.

Intorno a queste tre figure, che giocano un ruolo fondamentale nella vita e nella formazione di Neve, troviamo altri personaggi e altre situazioni che ci mostrano tante nuove sfaccettature del suo carattere. Troviamo vecchi amori, amicizie, desideri e il “lavoro” di Neve, la scrittura. La Riley non punta mai la lente d’ingrandimento su questo aspetto, ma lo sfiora con l’allusione a un romanzo o a un soggiorno artistico in Francia. Verso le ultime pagine, però, dopo un monologo interiore sul senso della libertà, troviamo, in corsivo uno scritto di Neve, una bozza su un’agenda, una lettera a se stessa, che, sintomatica del suo dissidio interiore, inizia così:

Lìberati. Smetti di dire che lo ami. Stai diventando un disco rotto. Dillo soltanto quando lo pensi. Metti da parte dei soldi. Piccoli passi. Metti da parte qualcosa ogni mese. Ricordati che sei una donna adulta ormai.

 

Primo amore è un romanzo di grande forza, che porta il lettore a empatizzare con la voce narrante e far propri i suoi dolori. Questo effetto è reso possibile dalla maestria stilistica e narrativa di Gwendoline Riley.

I due grandi punti di forza del romanzo sono l’organizzazione della trama e i dialoghi. La trama è una linea del tempo spezzettata e riorganizzata tra le pagine dall’autrice, con l’apparente intento di far riordinare gli eventi al lettore. L’effetto è quello di farci vivere ogni spezzone della vita di Neve come isolato, portandoci a pensare alla sua come a una storia ambientata in un eterno presente. È proprio la conoscenza della protagonista a rendere assurdo agli occhi del lettore il ruolo di sottomessa a cui si relega in casa di Edwyn, e quasi verrebbe voglia di entrare nel romanzo e chiederle perché non si ribella o spingerla addirittura a farlo.

Quando afferrare la libertà sembra impossibile. “Primo amore” di Gwendoline Riley

Gran parte del romanzo è costruito sul dialogo. Il linguaggio dei personaggi è uno specchio della loro personalità, rivela la loro vera natura senza l’utilizzo di filtri, e quelli che vengono utilizzati risultano solo ridicoli e pedanti, come l’appellativo «amore» che Edwyn adopera costantemente mentre insulta Neve.

“Pensi che voglia fare il badante, eh? È questo che pensi?” disse, mentre io cercavo di passare.

Scossi la testa.

“No.”

Mi seguì nel ripostiglio, dove tornai a sedermi e raggomitolarmi, misi le mani sopra la testa.

“Non preoccuparti,” disse. “è a me che do la colpa. Sapevo casa mi accollavo. Sapevo cos’eri. Non hai mai imparato, eh, come interagire con il prossimo, in un modo che non sia folle. Come stare al mondo in un mondo che non sia folle e malato… Non è colpa tua. Lo capisco. Ma non sarò il badante di nessuno. Ti è chiaro?”

 

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Pagina dopo pagina i dialoghi tra Edwyn e Neve si fanno sempre più ossessivi, martellanti come in un climax che sembra tendere a un’esplosione finale. La testa del lettore fa da cassa di risonanza agli insulti e ai litigi, e ne diventa quasi spettatore, testimone. Ma nel mondo di Edwyn e Neve la ribellione sembra destinata a non uscire mai dalla sua prigione di pensiero.

In conclusione, Gwendoline Riley con Primo amore ci mette davanti un romanzo potente, dalla lettura a tratti disturbante. Il testo, per quanto il destino della sua protagonista possa sembrare incerto, innesca un processo catartico nel lettore, che si arma di nuove consapevolezze che potrebbero trasformare in atto le lotte che molti, come Neve, vivono solo in potenza.


Per la prima foto, copyright: Sydney Sims.

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