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Può definirsi vita il fuggire dalla barbarie? “La traversata” di Adrien Bosc

Può definirsi vita il fuggire dalla barbarie? “La traversata” di Adrien BoscAdrien Bosc non è nuovo a romanzare la realtà storica. Nel suo precedente romanzo Prendere il volo tratta dell'incidente aereo accaduto nella notte tra il 27 e 28 ottobre 1949, in cui perse la vita il pugile Marcel Cerdan in volo verso New York per contendere il titolo mondiale dei medi a Jack La Motta. Edith Piaf, sua fidanzata, lo attenderà invano.

In La traversata, si ripete lo schema e la metafora: la nave al posto dell'aereo come teatro di eventi e umanità. La realtà storica risale all'anno 1941, esattamente il 24 marzo, quando un’obsoleta nave, il Capitaine-Paul-Lemerle, lascia il porto di Marsiglia per affrontare la traversata dell'Atlantico con a bordo circa trecento passeggeri in fuga dal nazismo e dal vergognoso asservimento del cosiddetto “Stato francese” sorto dopo l'armistizio firmato dal maresciallo Petain. Fanno parte dei fuggitivi André Betron e Claude Levi Strauss che vogliono raggiungere New York e che a bordo si confronteranno in dispute letterarie. Numerosi sono gli intellettuali francesi ed ebrei imbarcati che fuggono il governo filo-nazista di Vichy: André Masson, la fotografa Germaine Krull, la scrittrice Anna Seghers, il rivoluzionario russo Victor Serge, il pittore Wilfredo Lam e molti altri.

 

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La nave viene descritta come una bagnarola arrugginita, le condizioni a bordo sono deplorevoli: logori letti a castello, carenza di servizi igienici, cattivi odori, cibo scarso e scadente...

Può definirsi vita il fuggire dalla barbarie? “La traversata” di Adrien Bosc

Umanità fa rima con promiscuità. È quanto verrebbe da dire sfogliando le pagine del bel libro di Bosc. A bordo della carretta le due condizioni si elidono e lasciano coatto spazio a una terza dimensione: la fuga! Si abbandona uno stato consolidato per sopportare una condizione di provvisorietà che terminerà, si spera, non appena qualcuno avviserà “Terra, terra, terra!” È la prospettiva che conta non il tempo presente.

Nel frattempo bisogna continuare a vivere giorno per giorno, ora per ora. Può definirsi vita il fuggire dalla barbarie? A deciderlo è l'uomo e il suo bagaglio di paure e speranze. Ecco che a bordo in certi momenti si instaura l'arte dell'istante che accomuna ma pure discrimina il ricco e il povero, il fortunato e lo sfortunato, il giovane e il vecchio.Si formano gruppi e censi: una coppia di commercianti tedeschi amici personali di Albert Einstein, l'urologo viennese, un banchiere cattolico che si dice protetto dal Vaticano e che emigra in Brasile... Reti di assistenza, comitati di soccorso, associazioni sioniste formano l'ala protettiva di chi più di altri intravede fortuna e salvezza. (É interessante apprendere da Bosc come i famigerati visti per espatriare dovevano contare sull'avallo di famose persone, per lo più americane. Nel romanzo figura come firmatario per l'espatrio di una coppia di coniugi l'attore americano Melvyn Douglas, famoso in seguito per aver interpretato con Greta Garbo il film Ninotchka). Spesso un gruppo staziona in angoli appartati a discapito di altri gruppi, o di singole persone; oltre che contatti si stipulano contratti, un pezzo di formaggio o una sigaretta in più comportano umilianti baratti. L'agognato avviso “Terra, terra, terra!” diventa “bagno bagno bagno”, tale l'incivile penuria di servizi igienici contenuti nella carretta.

L'attesa si corrompe, ma pure si nobilita, a seconda se la solidarietà tra i fuggitivi venga affermata o negata. Valgono le alchimie della nostalgia e della fantasia. Se la nave è il mondo, il luogo privilegiato è Parigi. Spazi inospitali dell'immonda carretta, pochi passi ed ecco l'elegante Faubourg Saint Honore, e da qui, a Place Verdome, a Montparnasse, al Parc Monceau... L'attraversata si fa passeggiata. Volonterosa mimesi, gioco di società. Passatempo propiziatorio. Si passeggia sul ponte della nave come alle Tuileries… La mappa dell'illusionismo riporta a galla la patria, anche quando il battito di ciglia cambia direzione e si infrange sugli scogli della realtà, la stiva è chiamata “Corte dei miracoli”. La libera Francia contro la traditrice Vichy.

“Alto mare” è parafrasi che misura la capacità di superare gorghi e scogli. Il simbolo può dar forza all'uomo. Irrobustisce certamente il romanzo di Bosc che affila e raffina le armi di narratore fino a fare della moderna nave l'incarnazione della biblica Arca. È verità storica che a bordo della “Capitaine-Paul- Lemerle” si usarono gru per issare buoi e agnelli a scopo primo di cibaria e per divertire ragazzini e bambini. Poter indirizzarsi a quadrupedi che scalpitano in aria come uccelli non è cosa di tutti i giorni. Gli stessi animali costituiranno motivo di divertimento una volta assicurati a bordo e chiusi in recinti come nelle fiere di paese. Ora la nave-arca è davvero completa, e non solo di simboli, la carne degli animali macellati allevierà le scarse derrate.

Si arriva a organizzare feste, per quel poco che si può («Sulla nave viaggiavano delle donne giovani e carine; si erano profilati dei flirt, c'erano stati degli avvicinamenti»). Paradigma di quanto messo alla prova l'uomo sappia limitare i danni e rovesciare le avversità. “Navigare” è parafrasi della malleabilità umana di sapersi “arrangiare”. Un fuggitivo non può fuggire da tutto. Il ponte della carretta non deve costituire tabula rasa.

Dura quel che dura. Quando s'avventa la triste realtà, gli intellettuali Breton e Levi Strauss cercano di eluderla intrattenendo da un capo all'altro della nave (del mondo) rapporti epistolari in tema di letteratura: disquisizioni dimostrativamente, appositamente teoretiche, lontane dalla sofferta realtà contingente. L'elaborazione letteraria favorisce l'illusione del controllo.Breton propugna i canoni del Surrealismo, Levi Strauss progetta un romanzo che avrà a protagonista la traversata. A bordo c'è pure una fotografa. E da una vecchia fotografia, forse l'unica rimasta (Germaine Krull le brucerà tutte: non vuole che resti traccia dell'attraversata), partirà Bosc per traversare questa umana pagina di storia che trae la propria epica dai simboli che rappresenta.

La prosa di Bosc, a volte un po' troppo sontuosa, rispondente al respiro epico, acquista potenza di documento (alla fine del racconto sono ben dieci le pagine che racchiudono le fonti storiche del romanzo). La traversata è titolo esaustivo.

Può definirsi vita il fuggire dalla barbarie? “La traversata” di Adrien Bosc

I ricordi qualificano e quantificano le vite vissute e la dignità dei fuggitivi. Riverbero patrimoniale ora che a bordo proprietà e prestigi personali sono in bilico. Tutto il libro è percorso dal raffronto tra il presente e il passato: ricordare le estenuanti traversie per ottenere un visto e un passaggio in nave o in aereo significa inorgoglirsi per non essersi lasciati andare a fatalismi rinunciatari (il lettore ricorda il film Casablanca e le traversie sofferte da chi è in cerca di un visto per fuggire in altri paesi, vittima dei sciacallaggi di loschi approfittatori. L'opera di Bosc amplia la marmaglia a quegli armatori che fanno passare per nave traballanti carette al limite del galleggiamento). Esemplare è la “lista della spesa” compilata da Breton in previsione di uno scalo a Orano, dove era stato assicurato che i passeggeri sarebbero potuti scendere: TOILETTE: tazza, portasapone, spazzolino da denti, spazzolino per le unghie, spazzola e lucido per le scarpe, 6  salviette per igiene intima, specchietti, sapone… E altri strumenti. Ci sono pure le voci EFFETTI PERSONALI, TABACCO, SCRIVERE… E Carte da gioco. Una dettagliata, capillare ricorrenza di metodo, ordine e appartenenza. Un nostalgico contrappunto di sentimento e riconoscimento della persona. Il ricordo di stipendi e borse di studio riempie la cassaforte dell'anima. Il fuggitivo si attacca a ciò che ha avuto e spera di poter avere ancora, una volta che la meta non rappresenti più una fosca chimera.

La capacità del romanzo di Bosc si realizza nello spronare il lettore a continui aggiornamenti simbolici. Ogni romanzo lo si legge con la mente fuori dal contesto specifico rappresentato: che la si chiami distrazione e non attenzione, il lettore di La traversata trova facile distrarsi e tirare a bordo la medievale Nave dei folli, scafo in cui venivano imbarcati i folli rifiutati dalla società e abbandonati alla deriva. Foucault la cita nella sua Storia della follia e la chiama “carico insensato”. Non è insensato pensare che molti dei fuggitivi che traversavano l'oceano in cerca della terra promessa possano impazzire. Il lettore si fa carico di realistico pessimismo, in attesa di finire la lettura.

Il pessimismo sembra confermato: la carretta fa scalo alla Martinica francese, dove i fuggitivi trovano riparo in un antico lebbrosario. Il “bagno” è speranza maggiormente delusa. Al comando c'è un ufficiale che non risparmia agli esuli divieti e umiliazioni. Uscire dal recinto e recarsi in città per i basilari acquisti è opzione che solo la spietata discrezionalità dell'ufficiale può concedere, C'è chi fortunato, come Levi Strauss, alloggia in un hotel, ma la maggioranza degli internati deve attendere giorni e giorni sperando nell'indulgenza del militare. L'attesa di un nuovo mondo come un sadico esponente matematico si eleva a numeri incalcolabili. Quando si potrà ripartire per la libertà?

 

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Il numero tracciato alla fine del libro è 21, mese di maggio, 1941. Partito dalla Martinica il piroscafo della Compagnie Transatlantiquue Duc d'Aumale entrò nel porto di New York il 29 mattina. Le date che seguono quel fausto giorno riportano la corrispondenza che i fuggitivi inoltrano a parenti e amici a ricordo della traversata. A Bosc, il racconto.

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