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Puglia infelice – Le sette sorelle mafiose

Puglia infelice – Le sette sorelle mafioseParte oggi una nuova rubrica. Dopo La Puglia allo specchio e I nuovi schiavi. Reportage tra i lavoratori agricoli, con Puglia infelice mi occuperò ogni quindici giorni di presentare le sette organizzazioni criminali di stampo mafioso che di fatto controllano il territorio pugliese.

Sono come minimo sette i sistemi criminali più o meno autoctoni presenti in Puglia. Un paio nel foggiano, almeno uno nella Bat, un paio nel barese, almeno uno in Salento e un altro, se non di più, a Taranto. Questo solo per restare alla superficie di una vastissima fenomenologia criminale poco studiata dai media e dagli analisti della criminalità organizzata.

Ciò è strano, perché la Puglia è saldamente tra le prime regioni italiane per numero di beni confiscati, per omicidi di mafia, per riciclaggio di denaro sporco, per spaccio di stupefacenti, per usura e racket, per detenzione illecita di armi da fuoco. Sono tutte spie della presenza criminale e del suo radicamento, del suo opportunismo, del suo affarismo spinto.

 

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A differenza di quel che si pensa comunemente, la Puglia è attraversata da un rinascente fermento criminale, anche in virtù di investimenti pubblici che raggiungono le cosche tramite imprese, mediatori, consulenti, colletti bianchi e politici senza scrupoli.

Nel turismo come in agricoltura, il denaro pubblico viene agguantato dai clan. Gli stessi che si accordano sempre più spesso con i caporali per taglieggiare la manodopera, sfruttarla e lucrare sulla nuova schiavitù. La magistratura e le forze dell’ordine combattono spesso una guerra impari. Nel foggiano, per esempio, dove è necessaria un’autonoma procura antimafia, perché l’attuale dipende da Bari.

 

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Le mafie pugliesi hanno anche qualcosa di diverso dalle altre. Sono più votate alla globalizzazione verso l’Est, facendo ancora affari con gli albanesi e con i montenegrini, e intrattenendo strette relazioni affaristiche con i georgiani di Tiblisi. Nella geografia mediterranea, le sette sorelle pugliesi si stanno guadagnando fama e rispettabilità, rapinando il territorio delle sue risorse materiali e morali.

In alcuni quartieri come i Tamburi o Paolo VI di Taranto, è colpa del crimine se c’è un aumento vertiginoso dell’abbandono scolastico: tutto a vantaggio dello spaccio, della gambizzazione, della formazione di un esercito bene armato di diseredati senz’arte né parte. La crisi economica, sentita in Puglia più che in altre meno ricche regioni del Sud, sta letteralmente consegnando una generazione di giovanissimi di periferia nelle mani dei vecchi e dei nuovi boss, ma a un costo enormemente più basso di una volta. Adesso un baby killer costa poco. Uno spacciatore anche meno. Tutto è parametrato alle nuove esigenze del mercato criminale.

 

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Eppure, in Puglia di questo si parla poco. E chi ne parla paga spesso con l’isolamento o l’attacco, soprattutto da parte delle Istituzioni, ipocritamente orientate a mantenere alto il brand fittizio di una terra mafiosa quanto, se non di più di tante altre. In questo clima le sette sorelle mafiose di Puglia prosperano indisturbate, mantenendo inalterato il loro carismatico controllo del territorio e dell’economia.

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