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Puglia infelice – Gallipoli, città di mafia e di movida

Puglia infelice – Gallipoli, città di mafia e di movidaGallipoli è nota, troppo nota alla narrazione turistica pugliese per non essere interessata da notevolissimi sistemi mafiosi, concentrati su una serie di attività che vanno (spesso senza soluzione di continuità) dall’appalto edile fino alle concessioni dei lidi, dalla guardiania nelle discoteche al racket sulle stesse e sugli esercizi commerciali presenti nella cittadina.

Tutto questo accade perché anche a Gallipoli molti non desiderano che si racconti il volto arcigno e criminale della movida. Come abbiamo avuto modo di sostenere nel nostro Mafia Caporale, si tratta di una fenomenologia criminale interessante che produce evasione fiscale, spaccio di stupefacenti, inquinamento costiero e inquinamento acustico, cementificazione delle coste, lavoro nero e grigio, ricatto per i più giovani.

 

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Ma chi gestisce questa affaristica commistione tra mafie e impresa? Di sicuro il clan Padovano, feroce e assassino come pochi nel basso Salento, interessato da sempre, attraverso figure interne al bel mondo gallipolino e leccese, a entrare nel business turistico. Il clan Tornese, imparentato con i Padovano. L’ex pentito Barba, figura oscura, imperscrutabile, della Sacra Corona Unita del territorio. Come se ciò non bastasse, ad aggravare la già compromessa situazione ci sono gli investimenti provenienti da fuori: i camorristi napoletani del clan Contini, per esempio, che avrebbero lavorato per il Gallipoli calcio quando era allenato dall’ex romanista Giannini (poi passato ad allenare la nazionale libanese), investendo e lavando denaro sporco proveniente dalle attività illecite. Va ricordato che al clan Contini sono stati sequestrati, quest’anno, la bellezza di 320 milioni di euro: un patrimonio spaventoso!

 

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È evidente che assurgere alle vette del turismo nazionale significa entrare nell’orbita delle grandi associazioni mafiose. Ma è anche vero, al contrario, che grazie agli investimenti mafiosi è sorta tutta una filiera economico-turistica altrimenti impensabile. Infatti, il Salento senza i denari dei sacristi non sarebbe quello che è: un territorio fitto di pale eoliche e pannelli fotovoltaici, il luogo della schiavitù nei campi e dell’abusivismo edilizio, il territorio del nuovo padronato feudale, la patria di una certa arroganza identitaria che stritola migliaia di lavoratori sottopagati ogni estate. Insomma, una provincia dove ogni affare lecito è a rischio di infiltrazione, di inquinamento, di corruzione mafioso-politica grazie a un’antica cultura borghese della sudditanza, risalente alle dominazioni spagnole e mai del tutto estinta.

 

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Lo si capisce subito mettendo piede a Gallipoli, che assieme a poche altre mete rappresenta il laboratorio di questo intreccio tra investitori e mafiosi, dove l’omertà delle imprese è solida, ostinata, monolitica e assordante come poche altre in Italia. La cronaca ci consegna dunque un’immagine differente da quella narrata dal marketing territoriale. E basta attraversare con più attenzione la costa, fermarsi a osservare i segni della miseria diffusa tra i venditori ambulanti di frutta e verdura, per esempio, per accorgersi che il flusso turistico non diffonde ricchezza, ma acuisce le differenze sociali tra chi ha (imprese, politica e mafie) e chi non ha (gli altri, i sottoposti, i sottoccupati). Una contraddizione sociale che ricorda molto da vicino quella presente in altre località turistiche meridionali: Lamezia Terme, Isola Capo Rizzuto, il trapanese, la costiera amalfitana, eccetera eccetera. Un Sud, un Salento, che così muore incendiato, cementato, drogato, sfruttato, soffocato e ammutolito per sempre.

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