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“Pubblici infortuni” di Alessandro Piperno

Alessandro Piperno, Pubblici infortuniCi sono foto in cui appare col volto pulito e sottile, lo sguardo serio che sembra fissare un altrove,  occhiali dalla montatura leggera che fa tanto intellettuale, giacca e (spesso) cravatta, ora un po' dandy ora un po' scholar. Ma in certi scatti lo si incontra più casual, sorridente e dolce, con un che di bambino anche. Alessandro Piperno ci mostra, insomma, un “doppio volto” nelle immagini in posa o rubate; un “doppio volto” che riconosciamo quando leggiamo in Pubblici infortuni (Mondadori, 2013) che è favorevole alla «vituperatissima torre d'avorio, purché ovviamente fornita di telefono e di ascensore» (come raccomandato da Nabokov), a cui aggiungerebbe, però, «un buon tabacco da pipa, una bottiglia di Oban, una scorta di Nutella e qualche cofanetto dei “Simpsons”». Alessandro Piperno è, dunque, per lo meno un bi-verso. Cosa di cui si è già accorto chi ha letto gli articoli oltre alle opere narrative dello scrittore romano classe 1972, ormai celebre quanto discusso (da me stimato) autore dei romanzi Con le peggiori intenzioni, Persecuzione e Inseparabili (tutti pubblicati per i tipi Mondadori rispettivamente nel 2005, 2010 e 2012).

È nota la prosa sofisticata delle sue fatiche letterarie; nei contributi apparsi su testate varie (dal «Corriere della Sera» al »Sole 24 Ore» a «Nuovi Argomenti») lo stile è, invece, di una comunicatività e fluidità rare (il perfetto contrario della “maniera Arbasino”, per intenderci). È uno stile «leggero e vagante» (parafrasando Saba), innestato su una prosa morbida, alimentata dall'esperienza dello scrittore DOC oltre che dalle conoscenze del docente di letteratura francese di Tor Vergata. Uno stile cattivante e moderno, colloquiale, intriso di un senso dell'umorismo ora diffuso ora concentrato in battute, che sentiamo tanto appartenere al Piperno a cui capita di essere inseguito da un pazzo pacifista per le sue dichiarazioni anti-guerra in Afghanistan, di essere schiaffeggiato da un concorrente a un premio letterario (anche) per la sua faccia da ebreo, di svenire davanti al pubblico accorso per lui a un festival canadese.

Perché questo è il letterato che incontriamo in Pubblici infortuni: un letterato che è un autentico umanista, che ha imparato a venire a patti non con sé stesso (o verrebbe a mancare l'humus per la  scrittura), ma con la contemporaneità sgraziata e avvilente con cui a tutti tocca fare quotidianamente i conti, con gli entourage feroci, ipocriti e non di rado volgari degli ambienti letterari che trasudano invidia, con la sciatterìa della comunicazione massmediatica, e anche – eh sì – col marketing e col mercato editoriale.

In effetti, questo libretto che per lo stesso Piperno è «indefinibile» e che, sempre a dar fede alle sue parole, è quanto di più vicino a un libro di mémoires lui sia in grado di scrivere, è in gran parte il frutto della rielaborazione di pezzi già apparsi su riviste e quotidiani. Articoli rielaborati e riordinati, come si evince anche solo dalla struttura circolare del testo, il cui senso, tuttavia, non mi convince pienamente. Mi aspetterei dunque (in effetti, se mi leggerà, glielo sto chiedendo) un libro di mémoires più articolato e ricco come quello che solo un umanista può scrivere: mémoires in cui arte e vita si intreccino l'una con l'altra, e dove si sa bene che tutto è letteratura.

Nonostante questi – a mio parere – limiti dell'esperienza, mi sento di consigliare la lettura di Pubblici infortuni e proprio perché viviamo in questo tempo. Piperno è l'esempio dell'autore-studioso che ha trovato una modalità efficace per parlare seriamente di letteratura riuscendo a essere compreso da un pubblico ampio di lettori, catturati dall'agilità, dal brio, dal tono quasi scanzonato di una scrittura giocata su ironia e auto-ironia. Un esempio (cui magari qualcuno dovrebbe o potrebbe ispirarsi) di come si possa parlare oggi di arte e del suo legame con la vita.

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Alessandro PipernoLa letteratura è cosa seria, per Piperno, e proprio in quanto «beffa, ironia, mistero», e perché  «vendetta contro la vita», oltre che fonte di quel piacere unico che nasce dall'identificarsi con i  personaggi e le loro storie, che non ci si può limitare a dissanguare e dissezionare su tavoli anatomici come si ostinano a fare critici più o meno assolutistici o accademici compulsivamente iper-certosini. Di certo, per il nostro, la letteratura non è l'edulcorame civil-sentimentale intriso di presunti messaggi universali e politicamente corretti di cui abbonda molta trasandata produzione contemporanea.

Peccato solo quella ricerca bulimica di amore e approvazione che divora gli autori... Se così non fosse, la scrittura potrebbe davvero essere “solo” un «pubblico infortunio» da viversi con eleganza e sereno distacco. “Infortunio” perché, come scrive il Philip Roth amato da Piperno, «inventarmi biografie false, storie false, architettare un'esistenza semi-immaginaria a partire dal dramma reale della mia vita è la mia vita», cui segue, se va bene, la pubblicazione. Ma non forse anche perché, ironicamente, l'essere messo in mostra è (a volte) un infortunio in sé? Rimane che, nella prospettiva umanistica che impregna il beffardo e tragico mistero dell'arte, vale sempre la pena scrivere.

Percorrendo esperienze personali chissà se reali e viaggi critici nelle opere di Proust, Kafka, Roth (Philip), Bellow, Fitzgerald, Flaubert, Pubblici infortuni ci introduce insomma a un umanesimo moderno.
Ecco perché io consiglierei il libro a mio figlio se fossi un genitore, ai miei studenti se fossi un'insegnante, così come a recensori e a critici letterari. Pubblici infortuni manca della concentrata intensità che sfida l'intelligenza. Ma Piperno lo sa bene. Lui semplicemente scrive e, così facendo, avanza una proposta. A me pare sia il caso di valutarla oltre che di utilizzarla al meglio.

E pensare che tutto cominciò quando, sempre a prestar fede all'autore, in seguito alla prima delusione amorosa che lo indusse a un digiuno da dolore acuto, invece di un abbraccio consolatore l'adolescente Alessandro ricevette da suo padre un libro. Il suo titolo era Il segreto. Il protagonista di quel libro “era” Alessandro.
Ma non è per questa via tutta emotiva che ci si innamora della letteratura?

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