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“Psychokiller”, il nuovo inquietante romanzo di Paolo Roversi

“Psychokiller”, il nuovo inquietante romanzo di Paolo RoversiModenese trapiantato a Milano, dove ambienta molti dei suoi romanzi, Paolo Roversi è di nuovo in libreria con Psychokiller (SEM, 2020), un thriller che nasce al di fuori della collaudata serie dedicata al giornalista hacker Enrico Radeschi (pubblicata da Marsilio) e dopo la positiva esperienza di Addicted, pubblicato sempre da SEM esattamente un anno fa.

Come il titolo fa intuire, siamo alle prese con la storia di un assassino che sembra particolarmente pericoloso: non solo commette una serie di efferati delitti, ma si diverte a filmare il momento in cui soffoca le sue vittime per poi spedire il video al commissario di polizia Diego Ruiz, a capo della squadra incaricata di indagare sulla vicenda, che si svolge ancora una volta a Milano. Da Roma arriva presto anche Gaia Virgili, una brillante profiler che era stata incaricata di seguire un altro caso, ma che dopo la rapida soluzione di questo viene affiancata al gruppo di Ruiz perché cerchi di tracciare un identikit del presunto assassino.

I fatti sembrano indicare agli inquirenti una direzione precisa: le vittime sono tutte giudici coinvolti tempo prima in un discusso processo per omicidio, conclusosi con un’assoluzione del presunto assassino che aveva lasciato il caso irrisolto. Ma ogni volta che la polizia sembra avvicinarsi al possibile scioglimento del mistero, il killer cambia completamente le carte in tavole, generando molti dubbi nel commissario Ruiz e allungando l’elenco dei sospettati. Il finale è davvero spiazzante, ma in linea con quanto promesso dal titolo.

 

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Alla vigilia della prima presentazione ufficiale, Paolo Roversi ha incontrato un gruppo di blogger nella sede della casa editrice SEM per rispondere alle domande su Psychokiller.

“Psychokiller”, il nuovo inquietante romanzo di Paolo Roversi

Con questo romanzo lei prosegue la strada aperta un anno fa da Addicted. Preferisce scrivere questi romanzi unici o si sente più a suo agio quando si dedica alla serie di Radeschi?

Devo dire che sono due cose completamente diverse. Questi ultimi sono dei thriller molto adrenalinici e ricchi di colpi di scena, la scrittura si rivela diversa rispetto ai romanzi seriali. Anche lì ci sono naturalmente cambiamenti e colpi di scena, ma per te e per i tuoi lettori è sempre come tornare in un ambiente già noto. Ogni romanzo del tutto nuovo invece è una grande sfida, perché in questo caso al lettore occorrono magari trenta o quaranta pagine per entrare in sintonia con i personaggi e la storia, sempre che questo poi accada: il personaggio può non piacere, come può non piacere la storia. Il lettore di gialli, in ogni caso, vuole la suspence e un ingresso immediato nella storia, soprattutto se il romanzo non è tanto lungo.

L’anno scorso ho scritto tre libri diversi, di cui uno per ragazzi, perché mi piace spaziare, ed entrare ogni volta in un’ottica diversa.

 

Come si è messo a scrivere quella parte del libro in cui il killer si racconta in prima persona? In altre parole e senza fare spoiler: come ci si immedesima in una figura del genere?

In realtà non ho avuto nessuna difficoltà, mi è venuto abbastanza naturale. Per prima cosa, è un fatto noto che gli scrittori scrivono per risparmiarsi i soldi della psicanalisi, e poi il piacere del giallo e del noir è proprio quello di raccontare l’uomo nero, il cattivo, il lato oscuro, altrimenti si scriverebbero libri d’altro genere. Noi siamo attirati dai personaggi cattivi: pensate che una delle figure più riconosciute del mondo della letteratura di genere è Hannibal Lecter, quello che vorrebbe cenare con te in senso letterale, e che noi lettori troviamo affascinante. Leggiamo i gialli sapendo che non possiamo sfogare in altro modo i nostri bassi istinti. Nei miei romanzi tanti personaggi parlano in prima persona, a partire da Radeschi: per me la prima persona è bellissima per un autore, è come la macchina da presa su una spalla.

 

Questo libro è pieno di schemi e di regole. C’è chi se le dà per convincersi di stare meglio di quanto stia in realtà, chi le segue anche nel crimine… Quanto peso hanno avuto le regole nella stesura del romanzo e che peso hanno nella sua vita di scrittore?

Rispondo prima alla seconda domanda: per me le regole hanno un ruolo fondamentale e me le impongo per scrivere: considero i tempi, i momenti, poi scrivo le scalette e le sinossi di ogni capitolo. Un thriller va dosato, i capitoli devono avere più o meno la stessa lunghezza. Ci sono regole da rispettare che non sono limitanti, ma che rappresentano spesso una sfida.

Per quanto riguarda invece la prima domanda, io sono partito dal personaggio del commissario Ruiz, un alcolista che avrebbe dovuto seguire delle regole per liberarsi del suo problema, ma è del tutto incapace di farlo, perciò è sempre insofferente sia sul lavoro, sia nella vita privata. In realtà, lui e anche gli altri personaggi sanno che esistono delle regole da rispettare, ma le infrangono continuamente.

“Psychokiller”, il nuovo inquietante romanzo di Paolo Roversi

Il personaggio di Gaia ha due facce: da un lato vuole infrangere le regole, ma dall’altro quasi si punisce per averlo fatto. Come nasce?

Dal fatto che ho visto troppe serie di Criminal Minds e avevo voglia di avere un personaggio di quel genere. Gaia riesce ad avere l’occasione della vita per mostrare le sue capacità di profiler. Tra l’altro è un personaggio che mi piacerebbe riprendere in futuro, perché ha in sé delle grosse potenzialità: Gaia è un personaggio positivo, una donna che crede in se stessa e sa di potersi imporre, pur trovandosi in un ambiente maschile e tra persone che hanno tutte un lato oscuro, per cui meriterebbe di continuare a vivere in altri libri.

 

È la prima volta che in un suo romanzo compare la politica, nel senso che lei delinea un personaggio di un certo tipo. Come mai?

Avevo bisogno di creare un gruppo di poliziotti in cui ognuno avesse un lato oscuro, perciò ho scelto di inserirne uno che odia gli extracomunitari ed è dichiaratamente di destra. Gli altri hanno problemi diversi, come il vizio del gioco, ma questo è anche un racconto dell’Italia di oggi, perciò mi sembra normale che ci sia qualcuno che mostra acredine verso gli stranieri.

 

In questo romanzo s’intrecciano tre storie, scandite dal modo in cui è suddiviso. Le storie per lei nascono tutte nello stesso momento oppure si sviluppano durante la scrittura?

Nasce tutto prima. Magari scrivo prima la storia di un personaggio e poi la spezzetto in capitoli per distribuirla tra le altre, ma tutto ciò che sembra casuale nei gialli, in realtà dev’essere costruito prima per funzionare, e anche per apparire poi casuale al lettore. Io scrivo un romanzo in tre mesi, ma al termine di un lungo lavoro preparatorio. Si comincia sempre dalla fine, dal delitto attorno a cui deve girare tutto.

“Psychokiller”, il nuovo inquietante romanzo di Paolo Roversi

È interessante l’inserimento di un serial killer a Milano.

In realtà, di serial killer in Italia ne abbiamo avuti davvero pochi e nessuno di loro era una figura particolarmente interessante, mentre quelli descritti nei romanzi sono sempre geniali, intelligentissimi, ecc., soprattutto tra gli autori americani. Romanzi come Psychokiller finiscono per avere un respiro molto più internazionale dei romanzi seriali: Addicted, ad esempio, ha avuto molte più traduzioni delle storie di Radeschi.

 

Come ha scelto il titolo?

Perché è una parola sola e non necessita di traduzione, come Addicted che è uscito così anche all’estero, mentre i titoli dei romanzi di Radeschi vengono sempre cambiati nelle varie lingue, e poi questo è anche collegato alla canzone omonima dei Talking Heads.

 

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Si sente cambiato come scrittore rispetto ai primi romanzi?

Certo, e mi preoccuperei se non fosse così, visto che scrivo da quattordici anni. Però non cambierei niente dei miei libri precedenti, perché penso che un libro valga per il momento della tua vita in cui l’hai scritto, e quindi deve restare così. Per me riscrivere non ha nessun senso. Poco tempo fa è stato ripubblicato il mio primo romanzo Blue Tango, la prima storia di Enrico Radeschi, ma nel rivederlo non ho cambiato quasi niente. Del resto, quando l’ho scritto, non pensavo certo che potesse diventare un personaggio seriale: la seconda storia la pubblichi solo se vendi la prima, anche se oggi c’è chi esordisce con “la prima indagine di …” senza sapere se pubblicherà mai la seconda.

Adesso, naturalmente, c’è molto più mestiere in quello che scrivo, soprattutto nei dialoghi, che mi piacciono moltissimo. Il mio primo romanzo l’avevo scritto a braccio, senza farmi nessuna scaletta, tanto che a un certo punto mi ero impantanato e avevo dovuto riscriverlo da cima a fondo perché altrimenti non sarei mai arrivato a una conclusione.


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Per la prima foto, copyright: sebastiaan stam su Unsplash.

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