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Professors, We need You!

Nicholas KristofProfessors, We need You! È il grido accorato, e documentato, con il quale Nicholas Kristof, giornalista americano due volte Premio Pulitzer, ha concluso un suo editoriale sul ruolo degli “accademici”, specialisti in particolar modo nelle scienze umane e politiche, nella società contemporanea.

Nicholas Kristof, inviato di guerra, esperto di politica estera Americana, oppositore di Bush contro la guerra in Iraq, reporter in Africa, che scrive per il «New York Times» dal 1984 ed è editorialista per lo stesso NYT dal 2001, il 15 febbraio 2014 ha deciso di affrontare “i professori”, coloro che, a suo dire, si auto-marginalizzano dalla vita concreta, che scrivono i loro paper in una lingua astrusa e incomprensibile e che rimangono esperti di teoria politica, mentre il mondo, con i suoi enormi problemi, attenderebbe da loro delle soluzioni concrete.

L’articolo è stato rilanciato su Twitter seguito da commenti di opposte vedute, legato all’hashtag #engagedacademics; i tweets relativi sono alcune migliaia, vengono dalla comunità accademica americana e hanno riguardato soprattutto il mondo anglofono.Tanti docenti americani, inglesi, australiani, canadesi e anche del nord Europa hanno risposto alle critiche di Kristof, dicendo, per cominciare, che sono tanti i docenti su Twitter e Facebook che contribuiscono attivamente dando il loro punto di vista sulla politica, da studiosi e da accademici. Il dibattito ancora molto vivo, con gli ultimi commenti postati su Twitter in questi giorni, sembra lontano dall’Italia. Sebbene abbiamo sulle prime pagine dei nostri quotidiani, una grossa polemica sui “professori”, che per esempio «bloccherebbero le riforme del premier Renzi».

Bisogna dire che di docenti, accademici, soprattutto politologi, i nostri talk show in prima serata sono stracolmi, e non si può dire che quest’ultimi s’isolino, al contrario alzano la voce, come gli altri ospiti, e danno filo da torcere ai vari Floris, o Formigli di turno.

Ma il ragionamento di Nicholas Kristof, non riguarda, se si legge attentamente il suo articolo, i politologi “mediatizzati”, ma gli studiosi puri. Quelli che scrivono i paper per i dottorati di ricerca, quelli che pubblicano sulle riviste scientifiche, perché come scrive lui «publish or perish». Per la tenure, il mantenimento di una cattedra è vincolato dal numero delle pubblicazioni nelle riviste scientifiche. A suo dire quelle pubblicazioni, frutto di analisi, anni di ricerche, sottoposte al giudizio dei pari (peer reviewed) sarebbero preziose se fossero scritte per essere lette da tutti, per dare un contributo concreto alle tematiche chiave del mondo reale.

In quest’ottica, l’Italia e l’Europa dovrebbero essere coinvolte dal ragionamento di Kristof, e dalle risposte, anche molto critiche, che ha ricevuto il suo articolo. I meno criptici? Gli storici, gli economisti, i giuristi. Ma a suo modo di vedere il mondo ha bisogno di esperti, studiosi di Scienze Politiche, di Sociologi, di Umanisti. Viene da pensare che qualcuno dei paper pubblicati dai nostri ricercatori, potrebbe tornare utile a sostenere o dare vita a nuovi disegni di legge, a orientare governo e opposizione, fondandosi su dati scientifici. Essere uno scienziato non vuol dire comunicare i risultati ottenuti attraverso metodi quantitativi, o analizzare dati, bensì stare a stretto contatto con il mondo reale. Questa è la sfida lanciata da Kristof.

Un esempio italiano importante è Lavoce.info, ma in questo caso i docenti – per la verità non tutti accademici – si sono messi a fare un think tank on line, hanno dato un contributo di divulgazione, con l’intenzione di essere «una testata, che svolga la funzione di watchdog», ponendosi tutto ciò come una missione. Ma su Lavoce.info non sono ovviamente pubblicati i paper di Tito Boeri, di Francesco Giavazzi o di Riccardo Puglisi. Altri esempi nascono in rete, dalle università, come Il lavoro culturale dell’università di Siena, con il focus sulla ricerca in scienze umane per fare un esempio a me caro. Si tratta d’iniziative che mediano tra la divulgazione e il giornalismo. Di riviste universitarie è pieno il mondo, più o meno seguite, «Harvard Business Rewiew» lo è dal 1922.

Cari Professori, titolari di cattedre, Ricercatori Senior, siete disposti a rendere comprensibili a tutti le vostre ricerche sulla politica internazionale, o nazionale, affinché cittadini, amministratori, politici, studenti, commercianti, appassionati, possano servirsene?

La risposta non è così scontata, se si segue il ragionamento del giornalista americano, che comincia proprio tacciando di anti-intellettualismo gli Stati Uniti, dove il presidente Obama fu accusato dal senatore repubblicano Rick Santorum, di snobismo per desiderare che sempre più ragazzi andassero al College. Mentre, nel 2013, i repubblicani del congresso decisero una forte limitazione per la ricerca in Political Science a meno che la ricerca non promuovesse «la sicurezza nazionale o gli interessi economici degli Stati Uniti».

«L'ultimo tentativo da parte dell’universo accademico di “relegare” se stesso fuori dal mondo – continua l’articolo – è avvenuto quando il consiglio direttivo dell’autorevole International Studies Association ha deciso che ai redattori delle sue pubblicazioni fosse impedito di avere blog personali. È come se questa prestigiosa associazione si fosse messa a gridare: Vogliamo che i nostri studiosi siano meno influenti!».

Nello stesso articolo, citando una ricerca di Trends Research si dà notizia che dal 2009 negli Usa i finanziamenti nella ricerca sulle Scienze Politiche sono in costante diminuzione.

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Professori universitariMa Nicholas Kristof si sofferma (parecchio) sulla scrittura degli accademici. «Oscura, incomprensibile, gergale, burocratese». Per motivi non casuali. Kristof spiega la pratica della doppia protezione: una pratica consolidata degli accademici che vogliono mantenere la tenure (la cattedra di professore o di associato) è quella di esprimersi in una prosa ridondante. «È come se mettessero in atto una doppia protezione contro il consumo pubblico; infatti, questo gergo impenetrabile a sua volta è nascosto in riviste oscure, o pubblicato da case editrici universitarie la cui reputazione “soporifera” tiene a debita distanza i lettori», continua Kristof, che al contrario non lesina le parole.

Descrive la scenografia connotata da un fitta nebbia dei programmi di PhD, nei quali si praticherebbe una scrittura quasi in codice, fatta per essere compresa dai propri pari, e trasmessa in questa forma alle generazioni successive attraverso il mantra: publish-or-perish. Il giornalista americano cita un’altra ricerca del Centro Stimson che, dopo la primavera araba, verificò se qualche esperto o studioso nelle università avesse previsto le rivolte delle popolazioni, ma proprio gli studiosi che realizzavano ricerche su quelle aree geografiche pare si fossero concentrati su dati quantitativi o costrutti teorici che si sono rivelati inutili.

Le università, i loro professori più bravi, le menti più acute sono in contatto con il mondo? Sembra una domanda del Diciannovesimo secolo. Infatti, tutti i professori con un account Twitter o Facebook hanno fatto avere loro notizie a Nicholas Kristof, con numerosi commenti, alcuni molto critici, e parecchio offesi. Kristof ha risposto che per esempio le star di Ted, in maggioranza non sono accademici, e hanno – forse proprio per questo – un successo enorme.

Adesso la parola andrebbe agli accademici, sono capaci di mantenere la propria tenure e di pubblicare per la vita accademica e per il mondo? Restando degli studiosi, non diventando dei guru, o dei personaggi televisivi, aggiungo in punta di piedi. Aprendo il patrimonio di conoscenza, attraverso un linguaggio, che non sia settario, ma chiaro, nitido. Non è una domanda provocatoria rivolta ai ricercatori, assegnisti, che lavorano gratis, con vite precarizzate. L’interlocutore è lo stesso, ma lo studioso, e il ricercatore in particolare, nonostante tutto ciò, segue il proprio sogno.

E poi ai lettori: è vero che il mondo, ha bisogno di sapienza scientifica? Kristof chiude il suo articolo dicendo: «Scrivo tutto ciò rattristandomi, avendo pensato per la mia vita a una carriera accademica».

Io chiudo, incuriosita. Domandandomi se in Italia, con le nostre università storiche dove crescono non pochi innovatori, abbiamo voglia di entrare in un dibattito dove si parla di “accademici”, di “ricerca scientifica”, di “professori il mondo ha bisogno di voi”.  

Domanda rischiosa.

Ma da queste parti, siamo coraggiosi, disposti a ricevere anche un sincero lancio di uova.

Si tratta di una buona causa! Professors, We need You! #engagedacademics

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