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“Professione Lolita” di Daniele Autieri: cosa accade ai nostri adolescenti?

Daniele Autieri, Professione LolitaLo scorso gennaio è uscito per Chiarelettere Professione Lolita, del giornalista di «Repubblica» Daniele Autieri, le cui inchieste hanno condotto all’arresto di Furio Fusco, il cosiddetto “fotografo delle minorenni”, e permesso ai carabinieri di sventare un giro internazionale di produzione di materiale pedopornografico.

Professione Lolita non è il “racconto giornalistico” dello scandalo delle baby squillo dei Parioli che ha interessato la capitale e sconvolto la nazione, bensì un romanzo di fantasia nel quale iriferimenti a luoghi e persone sono casuali e complementari alla narrazione. Quello che sembra un desiderio di occultarsi del giornalista, a favore dell’autore, si rivela un espediente vincente perché riesce a penetrare nel lettore con maggiore irruenza che non la semplice lettura di un reportage giornalistico. Perché Lalla, Jenny, Chicca, Fairy, Trilly, Malphas e Je Na potrebbero essere chiunque. I figli di qualcun altro ma anche i nostri figli.

 

«Perché un sito di professioniste dovrebbe scegliere proprio noi?!»

«Perché siamo carne fresca»

 

In questo modo si chiude il proscenio curato dal vignettista Vincenzo Bizzarri e si apre il libro di Autieri. Carne fresca, adolescenti che pensano di aver capito come funziona il mondo ma soprattutto che vogliono conquistarlo questo mondo fatto di successo, di potere e di denaro che li circonda e li schiaccia da quando erano in fasce. Un universo nel quale sono cresciuti o dentro il quale vogliono entrare a ogni costo. Vengono da famiglie disagiate, hanno genitori separati, problemi di inserimento, oppure sono viziati fino all’inverosimile e comunque insoddisfatti e alla continua ricerca di uno sballo che faccia dimenticare le paure, le incertezze, le delusioni che vengono annegate in modo sistematico nell’alcol, fumo, droghe di vario genere e piccoli approcci alla delinquenza di strada.

Quando non è una questione di soldi ma di rivalsa, il solo scopo è quello di ferire i propri genitori assenti, silenziosi, distratti, per attirare la loro attenzione. Quando invece alla base di tutto c’è il denaro, quello che non si ha e che si vorrebbe possedere, allora si ricorre ai metodi più antichi ma anche più brutali: delinquenza e prostituzione. Ragazzini che si ritrovano al baretto o all’incrocio, in piccoli o grandi gruppi, sotto gli occhi di tutti, passanti e turisti, adulti e anziani che vedono solo la loro adolescenza, non i loro demoni, ben nascosti dietro la pelle liscia, i capelli lunghi, la visiera di un casco o le lenti scure di un occhiale alla moda. Eppure scalpitano, questi demoni, insistenti più che mai, rendendo i ragazzi e le ragazze sempre più vulnerabili, disponibili a farsi sopraffare o a infliggere violenza e auto-infliggersela, a diventare, alla fin fine, i peggiori nemici di se stessi.

Foto di Gustavo Gomes

Fairy ha trascorso gran parte degli ultimi mesi in bagno a vomitare anche l’anima, fino a quando non si è sentita finalmente pronta a guardare e apprezzare la sua immagine riflessa in quello specchio che comunque non riesce a frenare l’inquietudine dei suoi pensieri, il vortice dei suoi tormenti e finisce nelle mani di un fotografo di mezza età che, promettendo successo, regala vergogna. Jenny e Lalla vogliono a tutti i costi riuscire a comprarsi le borse migliori, le scarpe più belle, la bamba più forte, l’accesso ai locali più in. Un posto d’onore in quel mondo dorato di chi ce l’ha fatta ed è “arrivato”. Per farlo pensano di sfruttare il proprio giovane e bel corpo e solo quando è ormai troppo tardi realizzano di essere solamente state fottute.

«E se bastasse urlare? Se la sua gola fosse in grado di emettere un solo grido capace di risvegliare tutte le coscienze addormentate, forse non servirebbe altro. Neanche vendere se stessa».

Foto di Gustavo Gomes

Dietro ogni ragazzo o ragazza inquieta c’è una famiglia problematica o assente che con le urla o i silenzi spinge a imboccare un tunnel buio ma pieno di abbagli, dove pronti ad accoglierli ci sono altri adulti, urlanti o silenti ma molto più pericolosi. E allora ci si domanda: “In quale futuro possono mai credere questi ragazzi che hanno imparato a proprie spese che dei grandi non ci si deve fidare?”

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Daniele AutieriRagazzi e adulti della capitale che, con in tasca qualche piotta o in banca molto di più, si sentono pronti ad affrontare e vincere contro il mondo intero. Politici, giudici, professionisti, borghesi che pensano di essere imbattibili e furbi. Tutti crollano miseramente di fronte alla paura, quella vera, che viene dal sentirsi una pistola alla tempia o la vita che sfugge. Il terrore generato da chi non si lascia impressionare dai vestiti di sartoria, dalle scarpe lucenti o promesse da marinaio. Davanti ai criminali seri crollano tutti, grandi e piccini, e lo fanno perché si rendono conto che il tempo degli inganni è finito, che non possono cavarsela con scuse a buon mercato come quelle accampate, per esempio, dai politici in campagna elettorale per giustificare il non fatto o il malfatto. Quando ti trovi dinanzi a un boss o un affiliato capisci che il “codice d’onore” vale più di ogni altra cosa e che la parola data, se non mantenuta, non fornisce vie d’uscita.

Per salvare la vita al figlio, il padre di Malphas è costretto a scavare nel suo passato da militante di estrema destra, per ritrovare compagni di fila che possano aiutarlo nell’intento. All’incontro porta anche il ragazzo, il quale ha smesso ormai gli abiti da “duro” per assumere un atteggiamento più remissivo. Entrambi, padre e figlio, si ritrovano a sedere, da principianti, a un tavolo da poker per professionisti, con il terrore di non uscirne vivi, col ricordo ancora caldo di Je Na steso sull’asfalto, con un proiettile nel petto. Così Malphas vende il segreto di Jenny e Lalla al Camaleonte, che gradisce molto l’informazione perché siamo nella Capitale e se un mafioso scopre un giro di prostituzione minorile, in uno dei quartieri più esclusivi di Roma, non pensa a ricavarci denaro bensì grossi favori, la possibilità di tenere in pugno, ricattandola, la gente che conta. Politici, giudici e professionisti diventano suoi burattini all’interno delle Istituzioni. «La conosci la teoria del mondo di mezzo, compa’? Ci stanno, come si dice… i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo. […] E allora vuol dire che ci sta un mondo, un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano. Tu mi dici cazzo come è possibile che quello… com’è possibile, che ne so, che un domani io posso stare a cena con Berlusconi? […] È impossibile tu mi dici… capito? E invece no, perché secondo la teoria del mondo di mezzo c’è un mondo invece dove tutto si incontra».

In Professione Lolita di Daniele Autieri tutto si consuma tra le vie e i palazzi di una «città che si concede a tutti, ma non ama davvero nessuno», una capitale dove convive di tutto: spettacolo, potere, politica, affare e malaffare. Ogni categoria, ogni persona, anche i ragazzini e le ragazzine sono convinti di poter fregare gli altri e conquistarsi il tanto agognato posto nel “mondo che conta”, sono tutti illusi di aver le giuste carte in mano che gli consentiranno di chiudere la partita, e tutti sono destinati a schiantarsi o contro il muro della paura o contro quello della giustizia. Sia nel primo che nel secondo caso capiranno che hanno nuotato in un mare dove a vincere è la regola che il pesce più grande mangia quello più piccolo. Stop. La giustizia segue regole diverse, il denaro e il potere ritornano a contare di nuovo. Jenny e Lalla finiscono con gli assistenti sociali, il fotografo in prigione, insieme con i mafiosi, mentre i giudici, i politici, i professionisti immischiati a vario titolo nella vicenda si ritrovano liberi di vivere le proprie vite, illudendosi di poter ripulire la propria anima comprando, per esempio, vestiti e auto nuove.

Foto di Gustavo Gomes

«Abbiamo venduto l’anima al diavolo e quello non ce la restituirà».

Per tutte le trecento pagine, per ogni singola pagina, il testo porta il lettore a conoscere un mondo ai più sconosciuto, oppure ignorato, e lo fa con un linguaggio colloquiale, ricco di citazioni dialettali che comunque non disturbano la lettura essendo termini di un romanesco noto praticamente a tutti. Un libro che lascia un grande amaro in bocca ma che aiuta a guardare il mondo con occhi nuovi, sicuramente diversi, Professione Lolita di Daniele Autieri.

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