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“Prima che tu mi tradisca” di Antonella Lattanzi

Antonella Lattanzi, Prima che tu mi tradiscaIl prologo è memorabile. Bari, 2 dicembre 1943: mentre il porto sta subendo un disastroso bombardamento, il secondo più grave della Seconda guerra mondiale dopo Pearl Harbor, viene alla luce Giovanni Cipriani e sua nonna prendendolo in braccio lo issa al soffitto gridando al Signore di chiamarlo a sé in cambio della salvezza, convinta che sia il demonio, salvo poi gridare al miracolo quando una scheggia entrata in casa per l’esplosione lo manca di un millimetro. Il “disastro di Bari”, l’esplosione della nave carica di iprite che contaminò la zona e fu insabbiato dagli Alleati per decenni, episodio poco conosciuto della storia patria, è dettagliatamente raccontato nelle pagine iniziali di Prima che tu mi tradisca (Einaudi) della scrittrice barese Antonella Lattanzi, classe 1979. Il bambino che nasce quel giorno è il padre delle due protagoniste, Angela, detta Angélagei per distinguerla dalla madre, omonima, e Michela, il cui rapporto, insieme alle altre dinamiche familiari, è al centro di questo romanzo denso, ruvido, doloroso, che non fa niente per compiacere il lettore, mettendolo anzi di fronte alla spigolosa verità dei rapporti umani. Angela è la figlia maggiore, la più bella, quella che riceve attenzioni da tutti, Michela la più timida e brusca. Nel momento più importante della sua crescita, quando anche lei sta diventando donna, Angelagéi le ruba ancora una volta la scena scappando di casa e sparendo. Ma non è la trama che qui interessa raccontare, ché di trame son pieni gli scaffali delle librerie, ed è peraltro efficacemente organizzata dall’autrice con salti temporali lungo un ventennio e più.

Quello che conta è che a dipanarla sia la voce sicura di una romanziera di talento, con uno stile e una scrittura non banali. Una letterarietà interessante che già si era fatta notare nella prima prova narrativa, Devozione, qui affinata ulteriormente, con un uso sapiente del dialetto – e un’importante sottolineatura degli accenti e della pronuncia –, che non è mai inutile colore né ricostruzione di quel sud oleografico di certa narrativa pugliese recente, persa nella descrizione di un finto folklore che si attarda nel banale binomio arcaicità e postmoderno. E un ritmo calibratissimo, come nelle due pagine di serrati improperi del padre, in un monologo interiore che ricorda quello di Edward Norton ne La 25a ora di Spike Lee.

 

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Antonella LattanziDecisive le ambientazioni, protagoniste non marginali della vicenda: la Bari «sostanza vischiosa e scura che si appiccicava ai nostri corpi e man mano ci inglobava», quella in cui «cosa c’era. Al massimo il polpo arricciato sugli scogli. Una cosa azzannata a morte e sbattuta sulle rocce» e la Roma agognata e non risolutiva meta delle fuggitive. Nonché i diversi momenti storici che, tra realtà e metafora, accompagnano la vita della famiglia Cipriani nel quartiere Japigia di Bari: dal rogo del Petruzzelli a un memorabile gol di Cassano, dall’abbattimento dell’ecomostro di Punta Perotti alla scarcerazione del boss cittadino residente in quella zona. «Volevo raccontare Bari, non essere Bari», fa dire a un certo punto la Lattanzi a una delle protagoniste. Lei non sappiamo se sia riuscita a non “essere” Bari, di certo l’ha raccontata benissimo.

In una recente intervista Stephen King ha dichiarato che per lui la famiglia resta la realtà più difficile da raccontare, è «come entrare nell’acqua gelida: devi farlo molto molto lentamente». La Lattanzi ci costringe a un tuffo rapidissimo senza possibilità di acclimatarsi, se non abituandosi a una lunga nuotata nell’acqua gelida di quei rapporti familiari inestricabile groviglio di amori, risentimenti, tradimenti, ricostruzioni immaginarie, mezze verità e bugie intere, donne che si chiedono «che cos’ho, io, che non funziona» e sorelle che si rinfacciano «dov’eri, tu, quando ho cominciato a sbagliare tutto [...], dove cazzo eri. Neanche lo sai quanto è distruzione quello che mi hai fatto», mamme che insegnano che «le colpe si pagano, a mamma, si pagano tutte, sull’unghia» a figlie che si chiedono confuse «e se davvero avevo sbagliato tutto nella vita, mia sorella era buona, io ero cattiva, ed era tutta colpa mia?».

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