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Premio Viareggio 2016 – Intervista a Franco Cordelli

Premio Viareggio 2016 – Intervista a Franco CordelliFinalista al Premio Viareggio 2016 con il romanzo edito da Einaudi, Una sostanza sottile (qui la recensione di Sul Romanzo), Franco Cordelli, critico teatrale del «Corriere della Sera», scrittore e saggista sempre fuori da schemi, categorie, poetiche e linguaggi totalizzanti, ci racconta, in questa intervista, qual è la sostanza sottile di cui è fatto il suo romanzo, tanto sottile da preconizzare la morte del romanzo stesso.

 

Una sostanza sottile si apre con una richiesta a distanza di François a sua figlia Irene: «tua madre dimenticala per un poco». Cosa rappresenta Agnès nell’economia del rapporto padre-figlia e per quale motivo si rende necessario metterla da parte?

Presumo per due ragioni. La prima perché, non a caso, questa coppia è separata, e quindi si può immaginare una non armonia tra i due o addirittura, visto che è il padre a parlare, un disincanto suo nei confronti della madre di Irene. L’altra è perché quest’uomo già annuncia, con questa sua richiesta, una sua tendenza esclusivistica, persino egocentrica, magari è solo l’affare di un momento, non usuale rispetto alle altre vacanze trascorse nello stesso luogo con la figlia. Il problema del libro, secondo me ‒ che è poi il problema della letteratura sempre e del romanzo contemporaneo in particolare, modernista e post-moderno ‒ è quello di contrastare questa inclinazione dell’io. Siamo di fronte a una conclamata manifestazione dell’io, ma il problema dell’autore (in questo caso il mio) è quello di mettere le carte in tavola e chiarire che la questione è ostacolare questa invadenza.

 

Perché, a un certo punto, un padre come François decide di raccontare e raccontarsi a sua figlia? È solo la necessità, il desiderio di tramandare sé stesso o ci sono ragioni più profonde?

Penso che non sia tanto una necessità di tramandare a sé stesso o di mettere a verbale qualcosa perché importante, importante nell’economia della vita sia individuale che famigliare, intendo, quanto un principio di critica dell’io (che forse non appare immediatamente) e che si manifesta come atto d’amore nei confronti della figlia. Perché è la figlia, e una figlia è un bene preziosa, non un’eredità, ma una realtà preziosa, forse la più preziosa.

 

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Premio Viareggio 2016 – Intervista a Franco Cordelli

Quale significato reale o metaforico, materiale o simbolico, assume l’altro personaggio o “silhouette”, ovvero Michèle Jung?

In verità, un personaggio femminile che per me assume un ruolo più pregnante è Adele, la ragazza che incontra a Ponte Milvio, un personaggio importante nell’economia complessiva del libro, perché il carico di apertura e messa in discussione di sé nei confronti dell’altro mi sembrava insufficiente devoluto tutto alla figlia, ovvero a una persona con la quale, in ogni caso, il rapporto può spingersi fino a un certo punto, e con cui non può esserci, evidentemente, traccia alcuna di sessualità. Era importante che la sessualità ci fosse, perciò laddove il rapporto con la figlia è tutto mentale, emotivo, spirituale, il rapporto con l’altra è invece prevalentemente sessuale. Quindi, una unità divisa in due.

Per quanto riguarda Michèle Jung, la verità è che è una persona reale, che ho conosciuto per caso, così come racconto. Perché poi sia comparsa, col suo vero nome nel libro, è un’altra questione: non è che quando ho incontrato la vera Michèle Jung, sei anni fa circa, avessi già concepito, sia pure in nuce, l’idea di questo libro. È stato un incontro che certamente mi ha impressionato, per la coincidenza del cognome con la sua professione di psicanalista, peraltro lacaniana. Probabilmente nel corso degli anni, degli eventi e dell’elaborazione di questo libro, questa particolare congiuntura ha finito per coagularsi e trovare forma propria.

C’è, inoltre, una generale oscillazione interpretativa, dal mio punto di vista, che va da Freud, Jung, Lacan, fino a Groddeck, che mi ha fatto riprendere in mano il Libro dell’Es, che non prendevo in mano da trenta o quarant’anni, e ho notato che la prefazione era di Lawrence Durrell, che, per l’appunto, chiude questo cerchio interpretativo. Questa coincidenza, tra l’altro, è venuta fuori quando il libro era strafinito, non in bozze (di stampa, n.d.r.) ma in ultima copia dattiloscritta.

Premio Viareggio 2016 – Intervista a Franco Cordelli

Il romanzo ha una architettura, un ordine estremamente particolare: ottantuno brevi capitoli, strofe di tre pagine, titoli di due-tre correlativi simbolici. Vorrebbe spiegare ai nostri lettori la sua funzione e se ci sono, eventualmente, dei motivi peculiari che l’hanno ispirata?

La numerologia è una mia mania del tutto immotivata, addirittura idiosincratica e se non proprio tutti i miei libri, almeno i romanzi sicuramente sono strutturati sul numero otto. Il che mi avrebbe portato a scrivere ottanta capitoli, nel momento in cui il libro è nato. A un certo punto, però, mi sono ricordato di aver letto qualche anno fa il Libro del Tao; l’ho ripreso in mano e ho visto che erano ottantuno capitoli e questa coincidenza mi ha portato a spostare il numero dei capitoli da ottanta a ottantuno. A un certo punto della storia, il protagonista, perde (o crede di aver perso) i biglietti che aveva comprato per la corrida e li ritrova proprio nel libro del Tao che lui dice di aver trovato nella piccola biblioteca dell’albergo. Metaforicamente, il ritrovamento di quei biglietti proprio all’interno di quel libro è un fatto molto potente, perché se la corrida è un rituale di morte, il Tao è un libro sapienziale sulla vita; anche sulla morte, ovviamente, ma la morte come parte integrante della vita, non come altro da essa. Anche il rituale della corrida è interpretato da qualcuno come parte della vita. Ma noi tendiamo comunque a pensare alla corrida come a un rituale di morte, dove qualcuno deve morire ‒ o il torero o il toro. Ecco, nel Tao non è così. Nel Tao, la vita e la morte sono la stessa cosa o comunque si congiungono, e si giustificano l’un l’altra, senza escludersi. I biglietti della corrida ritrovati dentro il Libro del Tao, ne vengono assorbiti in un certo senso. Quindi c’è una scelta da parte del protagonista, sceglie il Tao invece della corrida, sceglie la vita piuttosto che la morte. Non è morto, ma è rinato. Non dimentichiamo che François è stato colpito da una malattia e sta raccontando sostanzialmente una guarigione. Non è la storia di una malattia, è la storia di una guarigione da una morte accaduta (quella della madre Noris) e una morte possibile, anzi due volte possibile, e per due volte scongiurata.

 

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Sono state fornite molte letture, molte interpretazioni della sostanza sottile, per alcuni si tratta della letteratura, per altri della stessa Irene. Noi vorremmo lasciare la parola direttamente a lei: cos’è la sostanza sottile in gioco tra Irene e François?

Da un punto di vista materialistico è il dialogo. La parola dell’uno e il silenzio dell’altro, che tuttavia qualche volta si fa sentire, anche in modo risentito. Per esempio quando il padre si scusa per aver usato la parola frocio. Perché si scusa? Perché nella ragazza c’è un elemento più moralista rispetto al padre, come talvolta sanno essere moralisti i giovani, e dunque lui si scusa, ma con l’avvertenza che nel contesto di quel dialogo quella è l’unica parola possibile. Quindi direi che la sostanza sottile è proprio il dialogo tra due entità così diverse, l’una molto eloquente, l’altra piuttosto silente.

Da un punto di vista filosofico-metaforico, invece, è il Tao. È come il Tao descrive la vita, la labilità del confine che separa padre e figlia è la stessa labilità di confine che separa vita e morte.

Premio Viareggio 2016 – Intervista a Franco Cordelli

Vero. Verosimile. Autobiografia. Autofiction. Può spiegarci le relazioni e le proporzioni che questi termini intrattengono nel romanzo?

Da un punto di vista tecnico ci sono tutte e quattro. Anche se a un certo punto, è lo stesso padre, con uno scatto di nervi, a contestarlo. È vero che è stato lui a ordinare (o a pregare) la figlia di scrivere al posto suo, perché lui non ne ha più voglia, perché scrivere gli sembra una condanna a dire io, e allora preferisce che a farlo sia un altro. D’altra parte, quest’altro, non può che trascrivere ciò che lui racconto e dunque l’io rientra, ma non è più lui a esprimerlo: adesso è l’espressione di un altro. Ci sarà, di conseguenza, una diminuzione della vergogna di dire io, una deresponsabilizzazione nei confronti del più grave peccato insito nello scrivere che è lo scrivere io. Sì, certo, si potrebbe scrivere anche in terza persona, tuttavia bisognerebbe crederci e io non ci credo. Quindi non lo posso fare.

Ci sono dunque, per tornare alla domanda, delle cose vere, ci sono delle cose verosimili, ci sono episodi autobiografici; l’autofiction, invece, ci riporta al discorso di prima sul romanzo postmoderno. Tutto rientra nel grande alveo della lenta e progressivo erosione della sostanza romanzesca. Il genere romanzo è una lunga, estenuante agonia, una deriva della credibilità di un genere letterario che si va lentamente svuotando di senso e di significato, di sorpresa e di vitalità. Ma non sarà un’erosione infinita. Essendo anche un lettore, posso dire che, pur leggendo ancora dei bei romanzi, non credo che il romanzo sia un genere letterario destinato all’immortalità. Anche il sonetto è durato per cinque, sei secoli. E poi si è esaurito. Il romanzo dura dal XVII secolo, forse ha ancora uno o due secoli di vita prima di esaurirsi. Ma non riesco a immaginarlo oltre. Credo che la tecnologia lo inghiottirà completamente.


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