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Premio Strega 2017 – Intervista a Matteo Nucci

Premio Strega 2017 – Intervista a Matteo NucciMatteo Nucci, scrittore romano, arriva in finale al Premio Strega con il suo È giusto obbedire alla notte (edito da Ponte alle Grazie), una storia di dolore e di riscatto ambientata in una piccola comunità che ha scelto di vivere lungo il Tevere, ai margini della capitale.

E siccome in questo romanzo compare come protagonista una Roma molto particolare e sconosciuta ai più, in occasione dell’intervista ai cinque finalisti dello Strega è stato naturale fare all’autore soprattutto domande sulla città, che da molto tempo si ritrova quasi quotidianamente al centro di polemiche roventi sulla stampa e nei notiziari televisivi.

 

La tesi di fondo del suo libro è che superando il dolore si cresce: si obbedisce alla notte perché la notte non è infinita, e dopo di essa ci sarà un nuovo giorno. Perché oggi il dolore, e non solo quello fisico, fa più paura che in passato?

Se fa più paura è perché viviamo – noi occidentali (ossia una minoranza assoluta) – in una società opulenta e anestetizzata, dove si piange più la morte di un porcospino che quella di un bambino, dove si sono persi i confini fra umanità e animalità non razionale, mentre sono stati eretti muri sui confini fra gli uomini. Nessuno vuole perdere le straordinarie conquiste di una giovinezza eterna assicurata falsamente da chirurgie plastiche fallimentari che creano mostri di omologazione. Nessuno vuole più credere che si possa morire. Nessuno vuole più patire sofferenze psichiche. L’uso degli psicofarmaci e la medicalizzazione del disturbo sono all’ordine del giorno. Nessuno fa i conti con se stesso. Nessuno cresce quindi. La giovinezza eterna – che è un’immensa truffa – si risolve nell’eterna demenza infantile. Ma sbaglio: non è vero che tutti siano in queste condizioni. C’è un’ampia sacca critica. Quella che la crisi dei nostri giorni sta esaltando. La crisi. Ossia, secondo i greci, il bivio, la difficoltà della scelta, ciò che ha appunto a che fare con la critica. Si può sperare che non sia necessaria una guerra o una carestia o un’epidemia per ridare il giusto valore alle cose. Si può sperare che sia la critica, ossia la vera grande arma che la storia del pensiero occidentale ha creato, a restituire un senso. Si può sperare. La speranza resta sempre nel fondo del vaso di Pandora.

 

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Premio Strega 2017 – Intervista a Matteo Nucci

Nel suo romanzo lei parla di una Roma segreta, in apparenza dimenticata da tutti, ma dove le persone conservano sempre la loro dignità. Secondo lei la capitale riuscirà a ritrovare la sua dignità, vincendo il degrado in cui sembra essere sprofondata negli ultimi tempi?

Fare previsioni su Roma è assolutamente impossibile. È una città straordinaria, unica, di bellezza incomparabile. Si possono preferire altre città, che so? Venezia, ma in nessun’altra città la storia dell’arte e dell’architettura occidentali sono testimoniate per ogni epoca come a Roma. La più bella, dunque. E la più tradita. Tradimento incessante. Forse quel che si deve ritrovare è il carattere dei romani. Quel disincanto sornione, cinico senza cinismo, romantico, con cui si prende in giro tutto fuorché la propria città, perché nel cuore della propria città c’è una fede, un destino, un senso di grandezza e decadenza unico. Quella magnifica amarezza dei romani che negli ultimi decenni è stata soffocata da uno spirito di selvaggia conquista, di sconcertante disprezzo per la libertà altrui che invece i romani avevano sempre in qualche strano modo coltivato. Abbiamo bisogno di una rivoluzione civica. Ma non per assomigliare a un nord ordinato che non ci apparterrà mai. Bensì per tornare romani. Con la saggezza romana. La lungimiranza romana.

 

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La zona periferica in cui è ambientato il romanzo è stata al centro delle fortissime polemiche riguardanti la costruzione di un nuovo stadio, con conseguente cementificazione di zone che oggi, pur trascurate, sono ancora lasciate alla natura. È possibile conciliare lotta alla cementificazione e salvaguardia dell'ambiente, evitando però la trascuratezza e l'abbandono?

Certo che è possibile. Serve solo la buona volontà. Una cosa è l’assenza di iniziative per riqualificare zone di straordinaria ricchezza e potenzialità. Altra cosa è costruire dove è giusto e congruo costruire. L’ippodromo di Tor di Valle, che nel mio libro è definito dal protagonista un capolavoro immortale (e vorrebbero buttarlo giù figuriamoci), potrebbe diventare un luogo di eccezionale ricchezza culturale. L’ansa del Tevere è naturalisticamente unica. Guardate a quel che si è fatto a Madrid lungo le rive del Manzanares che è un fiumiciattolo. C’era una specie di autostrada. È stata interrata e ora l’area è tornata verde, disseminata di campi sportivi, spazi per i bambini, bar, luoghi di accoglienza, centri culturali. Madrid Rìo si chiama. Noi non dobbiamo interrare nessuna strada. Solo ripulire la zona e rivitalizzarla. Erano i luoghi degli antichi sacerdoti Arvali, dove si pregava Dia, poi Cerere, la terra, le messi. Non servirebbero grandi investimenti. Nessun’autostrada da interrare. Solo vita in luoghi che i romani non frequentano. Dopo aver predicato per anni fino allo sfinimento questo genere di progetti i nostri governanti di Roma cosa fanno? Accettano la cementificazione? Lo stadio? Ma per favore. Lo stadio – che io voglio, io da romanista voglio assolutamente – può essere costruito ovunque ma non qui. Ci sono zone molto più adatte. Ma la storia è nota. Gli interessi e così via. Veramente si resta sbalorditi di fronte a tanta miopia. Stiamo lasciando morire un patrimonio. Pensate allo stadio Flaminio in completo abbandono. Anche quello è un capolavoro architettonico e cade a pezzi. Siamo al paradosso. Si vuole costruire uno stadio perché – si dice – Tor di Valle cade a pezzi, è in abbandono eccetera. E intanto dove uno stadio c’è assistiamo all’abbandono e ai pezzi che cadono. E non sto parlando dell’altra questione più importante, il tema trasporti. Come si arriverà a Tor di Valle? Avete idea di come è collegata quell’area? Delle sue strade? Ci sono alternative raggiungibili in metropolitana. Sembra veramente un sogno eh! Alternative raggiungibili in metropolitana. Ma non vengono prese in considerazione. Bah.

Premio Strega 2017 – Intervista a Matteo Nucci

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Il Tevere è uno dei protagonisti del romanzo, un fiume di cui Roma sembra essersi un po' dimenticata. Sarebbe ancora possibile riavvicinare i romani al loro fiume?

Qui le questioni sono altre ancora. Si potrebbero aprire linee di battelli non a prezzi turistici che ti obbligano a sborsare venti euro per un tratto inconsistente di fiume. Si potrebbero rivitalizzare le rive non soltanto con i baracchini che vendono cibi e cianfrusaglie durante quei resti sconfortanti di estate romana. Estate romana? Ci ricordiamo della visionarietà di Nicolini? Si potrebbero fare mille cose e il primo Rutelli (l’ultimo vero sindaco di Roma) ci provò. In ogni caso, il Tevere è l’anima della città. Gli argini lo hanno separato dal centro e è diventato cartolina. Sono i romani stessi che devono riprenderselo. Sono i romani che devono tornare a essere romani. Smettiamola di lamentarci che venga ritratto in film dove Roma è una falsa Roma e facciamo quel che possiamo. Abbiamo la possibilità di votare e eleggere sindaci capaci. E abbiamo la possibilità di non parcheggiare in doppia fila, tanto per cominciare. E di fermarci quando il semaforo è giallo se l’incrocio è affollato. E magari di prendere meno la macchina e sprecare meno vita fermi nel traffico. Tre piccoli cambiamenti di atteggiamento che si porterebbero dietro molte altre cose. Tornare romani, ecco. Ma non ho mica capito, però scusate. Io ho scritto un romanzo ambientato a Roma, su questioni che non sono solo romane, vite che potrebbero essere vite ovunque. Scrivo romanzi mica voglio fare il sindaco. Perché mi chiedete tutte queste cose? Forse perché manca chi parla davvero di Roma? E lo si può fare solo in un romanzo. Addirittura questo. Manca chi ha un’idea di Roma e la si può trovare solo in un’opera d’invenzione. Forse è così?

Premio Strega 2017 – Intervista a Matteo Nucci

Lei è un appassionato di cultura classica, di cui ci sono ampi riferimenti nel romanzo. La lezione dei classici viene ancora recepita nella cultura contemporanea, oppure non è sufficientemente valorizzata?

Mi pare che la lettura dei classici sia sottovalutata. Omero secondo me è imprescindibile e molti non lo hanno mai letto. Platone è considerato un filosofo, quasi un trattatista dunque, anziché uno scrittore enorme. Aristofane, i tragici, i lirici. Robe scolastiche. O da attualizzare. Io trovo che l’attualizzazione dei classici sia la cosa più orribile che esiste. I classici sono già sempre attuali. Non cambia nulla in quel che viviamo. Si nasce, si vive e si muore. In questo arco fin troppo breve comunque vadano le cose, noi cerchiamo di essere felici. La ricerca della felicità e di risposte alle eterne domande è quel che conta. I greci in questi secoli straordinari hanno dato risposte di chiarezza cristallina. O meglio hanno posto le domande in maniera cristallina. Noi non facciamo che tornare su quelle domande. Non per questo però siamo epigoni. Ho avuto una lunga e bellissima discussione con una bravissima editor italiana che è Martina Testa. Lei dice: tu non credi nel progresso, credi nella circolarità del tempo. Non so se le cose si possano risolvere così. Nei libri per me più belli che lei ha pubblicato io trovavo le stesse cose che trovo negli antichi. Magari dette in modi un po’ diversi, certo. Ma sono sempre quelle. Ovviamente lei non accetterà mai ciò che dico. Ma cosa significa essere postmoderni? Non lo so. Mi sfugge. Lei dice: tu sei epico invece. Ma chi usa la parola è epico. Deve essere epico. Cos’è l’epos, infatti? Cosa significa epos? Io credo nella parola viva, nella parola che vola e che s’infila nei polmoni di chi ascolta, la parola che germoglia e diventa immortale. Non c’è epoca che tenga. La parola quello è e quello resterà. Su un papiro o in uno smartphone. La vita della parola siamo noi a darla. Chi gliela dà davvero è epico. Per me il libro più bello che negli ultimi tempi Martina Testa ha pubblicato – Anatomia di un soldato - è un libro epico.

 

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Come si sta preparando per la serata finale del Premio Strega?

Ah il Ninfeo! Sono felice che sia una serata nel museo Etrusco di villa Giulia. È un museo pazzesco che molti romani ignorano. E il Ninfeo è un luogo mitico. Che preparativi devo fare? Mi sono comprato un sigaro cubano a Madrid l’altro ieri. Me lo fumerò con gusto. Siamo all’aperto e si può fumare. E se qualcuno mi dice che dà fastidio, farò finta di nulla.


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Per la prima foto, copyright: Paul Dufour.

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