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Premio Strega 2015 – Intervista a Nicola Lagioia

Premio Strega 2015 – Intervista a Nicola LagioiaLa ferocia (edito da Einaudi) si apre con una pallida luna di tre quarti, a segnare fin da subito l'avvicinarsi al compimento delle fasi lunari, compimento che è anche un nuovo inizio delle stesse. E la conclusione del romanzo sembra procedere in questa direzione con un nuovo inizio della storia in personaggi diversi. Non ci libereremo mai dai feroci?

In realtà il romanzo s'intitola La ferocia e non I feroci. È un'indagine sul nostro lato oscuro, ma sta dalla parte del Macbeth di Shakespeare nel raccontare il male come una forma di possessione, non come una caratteristica intrinseca e inestirpabile dell'uomo. L'uomo, semmai, è un ospite ideale (anzi, un contenitore) per il male che a un certo punto bussa alla nostra porta. Il che vuol dire che quella forza viene da "fuori" e noi siamo particolarmente sensibili al suo richiamo. L'incipit della tragedia di Shakespeare è geniale da questo punto di vista. A Macbeth l'idea che potrebbe usurpare il trono di Scozia viene perché glielo dicono le streghe. La pulce nell'orecchio gliela mettono loro. Il contesto de La ferocia è l'Italia di questi anni: nei periodi di crisi, siamo tutti più fragili, più permeabili. Più sensibili al richiamo.

 

Ma quella pallida luna di tre quarti getta anche una fioca luce su una notte e su un omicidio che accade in quella notte. Dunque, metafora di una illuminazione del lato oscuro delle vite che attraversano La ferocia?

L'illuminazione, ne La ferocia, sta credo in due motivi: il libero arbitrio e l'amore disinteressato. Nel primo caso, è la storia dell'attraversamento della linea d'ombra da parte di Michele. Il contesto non è dei migliori, ma a lui a un certo punto è dato di fare uno scarto rispetto alla strada segnata: il futuro non è scritto. Nel secondo caso, è la storia del modo in cui Clara si occupa di Michele quando sono ragazzini. Prendendosi cura di lui, compie un atto d'amore disinteressato. Ed è quello, per Michele, per così dire il momento di singolarità. Intanto – al prezzo di grandi sofferenze – diventa una persona se non libera almeno capace di scegliere, in quanto ha ricevuto anni prima quel tipo di amore.

Premio Strega 2015 – Intervista a Nicola Lagioia

Restiamo ancora su quella notte iniziale, in cui sono presentati tre personaggi che, almeno in apparenza, ricordano le tre fiere dantesche: la lussuriosa Clara Salvemini, il superbo Vittorio Salvemini e l'avido Orazio Labbate. Mentre Dante, però, chiosa con l'ottimistica fiducia nell'arrivo del veltro che si ciberà di sapienza, amore e virtù, lei ingloba i tre vizi in una forza negativa ancora più forte, la ferocia, appunto. Non c'è più spazio per le profezie positive?

Clara non è solo lussuria ma anche pietà e amore disinteressato. Vittorio non è solo superbia, ma anche volontà d'emancipazione. Orazio Labbate prima di essere avido è povero. Insomma, siamo lontani, credo, delle allegorie dantesche. Sono personaggi pieni di contraddizioni, sfumature, ambiguità, per me è difficile condannarli, anche i peggiori. Provo per i loro difetti (cioè per le loro debolezze) una forma di pietà. La profezia positiva è proprio questa: non esistono uomini completamente buoni, cattivi, o superbi, o avidi.

 

Nel romanzo colpisce molto la connotazione in chiave non sensazionalistica della ferocia che si manifesta in azioni quotidiane, anche semplici se guardiamo alla naturalezza con cui sono compiute. È il rischio che si corre quando la ferocia diventa sistematica ed endemica?

Abituarsi al peggio è molto più facile di quello che ci piace immaginare. I contadini di Oświęcim quasi non facevano più caso alle colonne di fumo che si levavano in lontananza dai crematori di Auschwitz. L'Italia è uno dei Paesi più corrotti d'Europa, e interpretare come terreno di conquista ciò che dovrebbe essere al contrario oggetto di condivisione sta diventando un'abitudine. La crisi fa il resto.

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La figura di Vittorio Salvemini si regge su un equivoco, lo stesso forse intorno al quale s regge la fortuna di colui che diverrà il nuovo proprietario della casa: essere convinto che tutto dipenda da lui stesso perché tutto corruttibile, eppure basta un rifiuto perché il sistema crolli. Un modo per affermare che la forza della corruzione dipende dall’accondiscendenza dei corrotti?

Certo, dipende anche dalla debolezza dei corrotti. L'equivoco più che altro riguarda però le illusioni che ciascuno di noi si fa sulla propria fortuna, specie quella generata dal potere. Da questo punto di vista, la Storia resta un cimitero di aristocrazie. E la morte arriva per tutti.

Premio Strega 2015 – Intervista a Nicola Lagioia

Al centro del romanzo c’è non solo Vittorio, ma l’intera famiglia Salvemini, intesa anche come clan con i propri sostenitori e famigli. Questo, per certi versi, ricorda un importante romanzo come Vendita galline km2 di Aldo Busi, del quale ripropone anche una certa immagine del potere preso dall’ansia di perpetuarsi e di resistere. È possibile, secondo lei, accostare i suoi Salvemini ai Pastalunghi busiani?

Aldo Busi è uno scrittore che amo molto. Difficile prescinderne. Persino i suoi detrattori di talento hanno un debito con lui, ma non lo sanno. Io il mio lo riconosco.

 

Come si sta preparando alla serata finale del Premio Strega 2015?

Sto lavorando – come l'anno scorso e due anni fa – al Lido di Venezia per la Mostra del Cinema. Sono uno dei selezionatori dei film. Sono qui con i miei colleghi, a cui ormai sono legato da un sentimento di amicizia. Al tempo stesso, continua il mio impegno con minimum fax. Sto anche facendo gli editing dei libri di narrativa italiana che usciranno a partire dal prossimo autunno.


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