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Premio Strega 2015 – Intervista a Marco Santagata

Premio Strega 2015 – Intervista a Marco SantagataCome donna innamorata (edito da Guanda editore) è il racconto romanzato della biografia dantesca, e restituisce (almeno in parte) l’immagine di un Dante nullafacente, rimbrottato dalla moglie e dalla matrigna, additato come un po’ fuori di testa dai concittadini. Perché un fine dantista come lei ha optato per questo tipo di approccio?

Per uscire dallo stereotipo. Tutti noi ci portiamo dentro l’immagine, trasmessa essenzialmente dalla scuola, di un Dante tutto di un pezzo, tetragono ai colpi di fortuna, inteso solo alla verità e così via. Ebbene, è una immagine falsa. Nel romanzo ho forse calcato un po’ le tinte, ma penso di non essermi discostato troppo dal vero Dante, almeno dal Dante che avevo dipinto nella mia biografia. Sono convinto che gettare il monumento giù dal piedistallo, recuperarne nei limiti del possibile i lati umani, mostrare che anche lui aveva una vita quotidiana e una vita familiare, che la sua azione di uomo pubblico è intessuta anche di contraddizioni e di atti poco nobili, ebbene, sono convinto che tutto ciò aiuti a capire meglio la Commedia, un capolavoro nel quale l’autore parla incessantemente di sé. Quanto ai rimbrotti e all’atteggiamento dei concittadini, si tratta ovviamente di una mia invenzione, basata però sul fatto, documentabile, che Dante si è sempre ritenuto diverso, eccezionale e che mai ha accettato la sua realtà di cittadino di origini mediocri. Elevarsi al rango dei nobili è stata una delle sue fissazioni: tanto per fare un esempio, è stato l’unico degli Alighieri che non ha mai esercitato alcun lavoro, e questo perché i nobili non lavoravano. Nessun intento dissacratorio, dunque, ma il tentativo di capire di più.

 

D’altra parte, però, lei restituisce un’immagine di Dante anche molto attento alla sua carriera politica e conscio del rispetto dovuto alla famiglia Donati, con cui si era imparentato grazie al matrimonio con Gemma. Quanto ha inciso questa forma di orgoglio nella produzione letteraria di Dante?

Quello con i Donati è stato un rapporto difficile e contrastato: i Donati erano i suoi nemici politici, Corso Donati è stato forse il maggiore responsabile del suo esilio; ma imparentandosi con i Donati, una delle più aristocratiche famiglie di Firenze, Dante aveva fatto un salto sociale, e questo non l’ha mai dimenticato. Ecco perché nella Commedia li tratta con rispetto. Non può non accusare Corso, gettato nell’Inferno, ma quasi a compenso ne salva i fratelli: Forese è nel Purgatorio, Piccarda addirittura in Paradiso. Aggiungo che l’idea corrente che si ha di Dante è che fosse un uomo solo, mentre in realtà dai dati a disposizione emerge che i suoi legami con la famiglia sono stati stretti e non privi di implicazioni affettive.

Premio Strega 2015 – Intervista a Marco Santagata

A un certo punto della narrazione, lei attribuisce a Dante questo pensiero: «Forse la sua Beatrice non sarebbe morta insieme a Bice. Sarebbe sopravvissuta nella sua poesia». Possiamo parlare di una consapevolezza della distinzione tra la Beatrice Portinari, moglie di Simone de’ Bardi, e la donna amata da Dante stesso? E fino a che punto è possibile indicare questa come una scissione tra la donna nella realtà e la donna “raccontata” nella poesia?

Non sappiamo niente del reale rapporto fra Dante e Bice Portinari; sappiamo invece che dal punto di vista meramente quantitativo le poesie per Beatrice scritte dal giovane Dante sono assai poche, meno di quelle scritte per altre donne. Il mito di Beatrice, dunque, nasce con la Vita Nova per poi perdurare per l’intera produzione dantesca posteriore. Credo si possa dire che esso ha meno implicazioni biografiche di quello che costruirà Petrarca intorno a Laura. Detto ciò, bisogna anche avvertire che Dante, fedele al patto autobiografico stretto con i lettori, cerca di sostanziare di episodi veri o credibilmente veri il racconto del suo amore per quella donna: in altre parole, costruisce un’autobiografia fittizia intessuta di particolare realistici. Da questo punto di vista l’operazione che Petrarca farà nel Canzoniere va in una direzione contraria: benché protagonista di una storia sotto molti aspetti veramente vissuta, Petrarca elimina i riferimenti troppo diretti alla realtà extraletteraria.

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In una recente intervista a «Il Messaggero» lei ha dichiarato: «A volte non so proprio dire se, quando parlo di Dante, parlo da critico o da narratore». Cosa vuol dire oggi divulgare l’opera e la figura di Dante?

Penso voglia dire cercare di identificarsi con un autore della cui vita sappiamo ben poco e perciò assumersi dei rischi. Deve essere chiaro, tuttavia, che si tratta di rischi calcolati: è lecito colmare le lacune documentarie, a patto che il discorso complessivo sia coerente e, soprattutto, si appoggi in modo rigoroso ai pochi dati certi. Voglio sottolineare che non si tratta di biografismo fine a sé stesso, dal momento che Dante, in tutte le sue opere (compreso il trattato politico sulla Monarchia) parla incessantemente di sé. Mi è capitato di scrivere che la sua opera intera mette in scena un arcipersonaggio che abolisce i confini tra realtà e finzione. Petrarca mescolerà realtà e finzione, manipolando la prima a suo piacere; Dante semplicemente assume la finzione come dato di realtà e quest’ultima come elemento alla pari dell’invenzione letteraria.

 

Ci racconta com’è nata la sua passione per Dante? E, soprattutto, come si è consolidata nel tempo?

È nata molti anni fa. Il mio primo lavoro a stampa – frequentavo allora il secondo anno di università – era dedicato al reperimento di immagini, parole e stilemi della Commedia nel Canzoniere di Petrarca. Poi, per alcuni decenni mi sono dedicato al solo Petrarca, senza tuttavia mai abbandonare lo studio di Dante. Il mio atteggiamento nei confronti di entrambi ha conosciuto una evoluzione molto simile: a un certo punto ciascuno dei due autori, che per molto tempo ho fatto oggetto di studi, come si suol dire, “scientifici”, è diventato protagonista di una mia opera d’invenzione. Mi sono chiesto come mai ho sentito il bisogno di passare dalla critica alla narrativa, e mi sono detto che sono stati proprio i miei stessi interessi di studio a spingermi a fare quel salto. Nel corso del tempo, infatti, il mio interesse si è sempre più rivolto verso quella zona imprendile, quel quid inafferrabile, in cui la biografia cessa di essere tale e l’opera ancora non esiste. Insomma, quella zona misteriosa che potremmo chiamare creatività o immaginazione. Gli strumenti della critica, anche i più raffinati, non consentono di inoltrarsi in questo territorio sconosciuto; una fantasia creatrice che abbia alle spalle un solido retroterra di studi può permetterti di suscitare suggestioni che, svincolate da ogni obbligo di verificabilità, possono gettare alcuni fasci di luce nuova anche su opera lette e rilette per secoli.

Premio Strega 2015 – Intervista a Marco Santagata

Ricorrono i 750 anni dalla nascita di Dante. Possiamo provare a spiegare perché un’opera come la Commedia conserva un fascino immutato nel tempo, e quale potrebbe essere la chiave di approccio più adeguata per farla amare agli studenti?

Come mai la Commediaè una delle opere più lette da noi e nel mondo anche se ciò di cui parla è lontanissimo dalla nostra esperienza e dalla nostra cultura? La mia risposta è che a noi vicino è il modo in cui ne parla. Voglio dire che quel poema solo in parte imita la realtà, mentre quasi sempre riproduce i nostri meccanismi di percezione del reale. Non è questione di esperienza e di cultura, dunque, ma di sensibilità estetica. Il lettore della Commedia percepisce l’universo fittizio del libro allo stesso modo in cui, se ci inoltriamo in una città sconosciuta, noi percepiamo ciò che vediamo intorno: a volte, con piena cognizione di ciò che vede e ascolta; altre volte, con cognizioni solo parziali; spesso semplicemente per intuizioni; non di rado, senza comprendere ciò che vede e ascolta. La modernità di quel libro è proprio questa. Non stupisce, allora, che modalità simili si riscontrino, per esempio, nell’Ulisse di Joyce, uno dei libri che hanno fondato la modernità in letteratura. Uno dei limiti più gravi delle fasce di commento che a scuola soffocano il testo di Dante è l’iperinterpretazione. Sono convinto che bisognerebbe dare più fiducia al testo, lasciare che il giovane lettore vi si immerga e un poco alla volta costruisca le coordinate che lo possono guidare in una sua personale interpretazione.

 

Come si sta preparando alla serata finale del Premio Strega 2015?

Penso che acquisterò una giacca nera.


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