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Premio Strega 2013: intervista ad Alessandro Perissinotto

Premio Strega, Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padri«Questa storia inizia con un pugno in faccia e finisce con un colpo di pistola, o viceversa […] L’ordine è solo una convenzione e il tempo, che sembra allineare gli eventi lungo sequenze immutabili, talvolta si ritorce su se stesso come legno di vite». Il romanzo inizia con una dichiarazione di stampo hegeliano dove inizio e fine sembrano coincidere, per poi proseguire verso una considerazione del tempo come mancanza di linearità logica. In quale modo questo ha influito sulla scrittura del romanzo?

Più che sulla stesura ha influito sulla trama. E più che a Hegel mi verrebbe da suggerire Giovanbattista Vico. Il torcersi del tempo come legno di vite indica infatti i ricorsi della storia: poiché il protagonista si trova sospeso tra il presente e i ricordi degli anni Settanta, le analogie tra le due epoche sono proprio uno di questi ritorni della storia. In particolare della storia sociale del nostro Paese, dall’inizio degli anni Settanta, quando ci troviamo di fronte a un diffuso senso di impotenza rispetto ai poteri forti. Negli anni Settanta questo senso di impotenza generò il terrorismo, il mio augurio è che non si generi, oggi, così tanta violenza, anche se devo dire che sembrano esserci i presupposti perché questo accada. Ed ecco dunque il perché del colpo di pistola.

26 ottobre 2011 è la data che segna una cesura fra il prima e il dopo nella vita di Guido Marchisio, protagonista di Le colpe dei padri, edito da Piemme. È davvero possibile segnare una frattura di separazione nella biografia di un uomo oppure si tratta di una continuazione nel trauma?

Io credo che nella vita di ognuno di noi ci siano delle linee molto nette. Credo che molti di noi, almeno io lo faccio, suddividano la vita in “prima” e “dopo”, prima e dopo alcuni eventi fondamentali. Tant’è che la nostra stessa memoria, quando deve appellarsi a dei punti di riferimento per collocare un certo evento minore, ricorre alla suddivisione in periodi segnati da svolte brusche. Ad esempio, prima o dopo il mio matrimonio, prima o dopo la morte dei miei genitori, prima o dopo la separazione, quindi alcune date servono proprio da spartiacque.

Lei è anche docente di scrittura creativa, come riesce a gestire i confini fra perfezione della tecnica e istintività creativa?

Sono abbastanza d’accordo sul fatto che la tecnica non debba essere in contatto con la creatività, anzi. Il mio insegnamento all’Università si chiama “Teorie e tecniche delle scritture”. Ecco, quello che io posso insegnare sono le tecniche per passare dalla creatività alla creazione, cioè insegno a usare alcuni strumenti da mettere al servizio della creatività, non insegno la creatività. Possono esistere degli scrittori con una perfezione tecnica ma nessuna creatività, possono esistere delle opere che ti fanno rimanere stupefatto per il livello raggiunto nell’uso del linguaggio, per il livello di certe immagini, ma che ti lasciano altrettanto stupefatto per il vuoto che creano dentro, per l’assenza di cuore e di partecipazione. Si può essere dei perfetti attori ma non riuscire a comunicare niente al pubblico. Quello che io insegno è come mettere a frutto la propria creatività, cercando forse la perfezione tecnica, ma non dimenticando mai che scrivere significa instaurare un dialogo con gli altri, instaurare un dialogo con i lettori. Se non pensiamo al nostro scrivere in forma di dialogo e lo intendiamo solo in maniera autoreferenziale, le nostre opere saranno completamente prive di qualsiasi valore letterario. Non si può considerare il pubblico, il lettore, come un orpello della nostra attività. Il lettore deve essere al centro, non per ragioni di mercato, ma perché è la persona a cui parliamo, quel qualcuno che ci dà la dimensione collettiva dello scrivere, e che ci toglie la sensazione di scrivere solo per sentire il suono delle nostre parole.

Sicuramente in questo la rete aiuta tantissimo, dà la possibilità di avere feedback, tanti e spesso in tempo reale. Com’è il suo rapporto con il web e come interagisce con chi la contatta, magari tramite i social network?

Ho un sito che gestisco alla vecchia maniera, essendo un navigatore della prima ora; sono uno che ha iniziato a usare il computer occupandosi di ipertesti, prima che nascesse la rete. Sono entrato presto nei meccanismi della rete, tuttavia non ho un blog, semplicemente perché ritengo di non essere bravo a gestire rapidi scambi di comunicazione. E anche su Facebook, ad esempio, mi affaccio raramente, e di questo anzi mi scuso con tutti quelli che mi scrivono. Diciamo che seguo con molta curiosità lo sviluppo tecnologico, ma dal punto di vista relazionale sono rimasto a una timidezza, e a una riservatezza, pre-tecnologiche.

Premio Strega, Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padriGli spazi di fraintendimento che crea il destino, dal sapore a tratti pirandelliano, rappresentano la via per spingere la tensione narrativa con ritmo fino al climax o filtrano la caratterizzazione dei personaggi svicolando dalla forza architettonica della trama con l’obiettivo di palesare la centralità dei rapporti personali e quindi gli equivoci?

Non vedrei una scelta tra queste due polarità, cioè trama e personaggi, e nemmeno vedrei uno svincolo dei personaggi dalla trama. Nel senso che la trama si costruisce sulle scelte dei personaggi, e le scelte si costruiscono in base al carattere dei personaggi. Quindi i fraintendimenti e gli eventi che il destino dispone costituiscono la trama così come accade nella vita. Nel finale del romanzo, quando sto per rivelare l’ultimo atto, dico che la tecnica narrativa vorrebbe che preparassi il finale gradualmente, con una serie di eventi collegati tra loro da rapporti di causa e effetto. Ma dico anche che la vita di solito non fa così. La vita non ci prepara né i finali, né gli eventi importanti in maniera logica. Ce li propone brutalmente, come incidenti. Dall’incidente più semplice, come quello di incontrare una persona imprevista, a quelli più drammatici, come quelli che ci fanno perdere la vita all’improvviso o ce la trasformano all’improvviso. Allora costruire la trama a partire dall’autenticità dei personaggi significa contemplare il ruolo del caso, contemplare il ruolo dei fraintendimenti, e anche accettare che siano le rappresentazioni dell’autenticità della vita a condurre la trama. In questo c’è forse qualcosa di pirandelliano. Il ruolo del caso, il ruolo dell’identità, ma soprattutto, in questo romanzo, ho cercato di fare in modo che la trama venisse costruita da una serie di eventi che assomigliano molto, per gratuità, a quelli della vita.

Davvero non si sfugge alle colpe dei padri?

No, credo che non si possa sfuggire. Credo che non si possa sfuggire, ad esempio, a livello personale, al confronto con le aspettative che i nostri genitori hanno su di noi. Ognuno di noi, per quanto ribelle possa essere stato il suo atteggiamento in famiglia, in fondo cerca di compiacere i propri genitori. Nel romanzo cito un episodio ampiamente noto, ma che mi fu confermato un paio d’anni fa, personalmente, dal figlio di George Simenon: per tutta la vita Simenon cercò di conquistare l’affetto di sua madre, il consenso, mentre lei, invece, per tutta la vita, gli preferì l’altro fratello, che era un fallito, sicuramente una persona con grandi problemi e comportamenti dubbi. Quindi uno dei più importanti scrittori del Ventesimo secolo, con una produzione sterminata, con una ricchezza ugualmente sterminata, probabilmente morì cercando ancora di capire perché non avesse soddisfatto le aspettative di sua madre. Ma questa non è che una delle colpe dei padri. Oggi che tra i padri ci sono anche io, per ragioni generazionali, penso che i padri abbiano delle responsabilità nella costruzione del futuro dei figli. Queste responsabilità possono essere meriti e talvolta possono essere colpe. Credo che la mia generazione abbia, nei confronti della generazione successiva, la colpa di non aver costruito un futuro all’altezza di quello che è stato il nostro passato.

Come si preparerà per la serata finale del Premio Strega?

Come tutte le competizioni, anche questa è imprevedibile. Molti amici, anche alcuni che sono già passati per il premio Strega, mi dicono che gli ultimi giorni saranno sconvolgenti e che, secondo loro, mi lascerò travolgere dall’ansia. Io spero che questo non avvenga, perché voglio continuare a godermi la bellezza del partecipare al premio Strega. Come ho già detto più volte, per me è estremamente gratificante il semplice partecipare, perché è un rimescolare le carte messe lì dal destino, che invece magari prevedevano un altro tipo di futuro. Per questo non voglio farmi prendere dall’ansia, per riuscire a godermi fino in fondo questa opportunità, e la compagnia degli altri scrittori che con me concorrono allo Strega. Da qui alla sera della premiazione avremo una serie di eventi che ci vedranno insieme. Questa è una bellissima occasione per stare con persone che fanno il tuo stesso mestiere, che si confrontano con i tuoi stessi problemi. Ho trovato tante bellissime persone, anche tra i dodici finalisti, prima della cinquina. Ho scoperto persone autentiche, e spesso un clima quasi… goliardico (ecco, spero che nessuno me ne voglia per questa definizione), così mi sto preparando cercando di tenere al centro l’entusiasmo che ho per l’incontro con tutti loro. Ad attenuare la tensione, per il resto, ci pensa anche il mio lavoro di professore universitario, che tra esami, tesi e obblighi di relazioni al Ministero, non mi lascia certo il tempo per pensare all’ansia. Non mi fa neanche tanta impressione l’esposizione mediatica. Non ho mai trovato i media troppo invadenti. Certo, bisogna essere sempre lucidi, e quando parli in televisione ciò può essere impegnativo per chi non è abituato, soprattutto pensando che si sta parlando a centinaia di migliaia di persone. Per quanto mi riguarda, ci metto lo stesso impegno che metto nel fare lezione, sarà anche per questo che ciò non mi logora più di tanto.

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