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Premio Galileo 2015 – Intervista al Dott. Romano Camassi

Premio Galileo 2015Il saggio I Terremoti. Quando la terra trema, edito da Il Mulino e di cui è co-autore insieme a Marco Massa, si apre con una distinzione tra superstizione e strumentalizzazioni politico-religiose dei terremoti, da un lato, e spiegazioni scientifiche, dall'altro. Da questo punto di vista, in quale misura si può parlare di una funzione politica della scienza?

La scienza è sempre figlia del proprio tempo. Sembra un’ovvietà ma non lo è del tutto. Significa dire che la scienza interpreta la realtà con gli strumenti propri del suo tempo. Da questo punto di vista è improprio dire che esistono visioni della realtà – nel nostro caso di quella cosa che chiamiamo terremoto – pre-scientifiche rispetto a quelle che vengono espresse da un certo momento in poi. Cambiano riferimenti e modelli concettuali ma anche nell’antichità o in età moderna i tentativi di spiegazione di un fenomeno così complesso come quello del terremoto sono perfettamente “scientifici”, appartengono a un contesto culturale ben diverso da quello che definiamo moderno, ma sempre cercando di guardare oltre. Che è quello che fa la ricerca scientifica.

Superstizione e strumentalizzazioni sono sempre possibili, anche oggi. Cosa è, se non superstizione, la credulità tanto diffusa in un’età così pervasa di informazioni, senza limiti di accesso alle conoscenze scientifiche, come quella attuale? È anche con la credulità diffusa, così come nei secoli passati con la superstizione, che la ricerca scientifica deve oggi misurarsi, e questa è una delle funzioni politiche della scienza, seppure in un’accezione del tutto particolare. Chi fa ricerca scientifica non è depositario di una verità, da trasmettere o meno, ma deve essere in relazione stretta con la società e deve produrre nella società e con la società un sapere condiviso. Se viceversa interpreta sé stessa in altro modo rischia di consegnarsi a un ruolo di potere in cui le persone sono considerate semplici sudditi.

 

Quando si parla di terremoti, l'attenzione è sempre focalizzata sui concetti di prevenzione e riduzione del rischio. Qual è lo stato dell'arte dell'Italia in tali ambiti?

Penso che in realtà non sia sempre vero: l’attenzione dovrebbe essere sempre focalizzata sulla prevenzione e sulla riduzione del rischio. Molto spesso nella comunicazione pubblica prevale l’attenzione sul fenomeno in sé, senza una corretta percezione della sua realtà: terremoti piccoli, che non possono fare danni per la loro energia, piccole sequenze, a volte anche episodi isolati (fra le molte migliaia di terremoti che registriamo ogni anno in Italia), vengono enfatizzati dai media, destano allarme sociale, senza ragione alcuna. Questo perché nel senso comune e nella comunicazione giornalistica prevale un analfabetismo scientifico davvero sorprendente, un’ignoranza profonda di un carattere proprio del territorio qual è la sismicità. È una semplice constatazione questa di una realtà che è nella responsabilità diretta anche della comunità scientifica, ovviamente.

Le possibilità di attivare scelte politiche, nel senso più ampio, sia personali che collettive, di prevenzione e riduzione del rischio sono legate strettamente a una corretta percezione del rischio e alla capacità di fare scelte sul lungo periodo (anni, decenni), non semplicemente focalizzate sull’emergenza.

Alcune indagini sulla percezione del rischio (o perlomeno del fattore pericolosità) che abbiamo condotto negli ultimi anni mostrano un livello generale di consapevolezza molto limitato. E diverse ricerche di questo tipo dicono la stessa cosa. Per questo il Sistema di Protezione Civile (che è realtà molto più complessa del Dipartimento della Protezione Civile che lo coordina) sta investendo molte energie da qualche anno in iniziative di sensibilizzazione sul rischio, penso in particolare, ma non solo, alle campagne “io non rischio”, nella convinzione che sia più importante quello che si può fare molto prima di una emergenza del semplice soccorso. E credo che questo sia un notevole passo avanti.

 

A margine del terremoto di qualche settimana fa in Toscana, la presidente dell’ordine dei geologi Maria Teresa Fagioli ha posto in evidenza un elemento importante, sottolineando come, in Italia, si preferiscano «interventi di emergenza, con realizzazione ex post di opere ingegneristiche molto onerose, ad un approccio (con costi molto minori) olistico e preventivo, basato sulla conoscenza professionale, eminentemente geologica, del territorio fisico e delle sue dinamiche naturali». Quanto incide quest'approccio sulle difficoltà nella gestione del rischio sismico?

Il problema di fondo è l’incapacità di pensare e progettare su tempi lunghi, di pensare realmente al futuro delle generazioni che verranno dopo di noi: è un limite culturale profondo, non solo della politica incapace di pensare oltre la durata del proprio mandato amministrativo. A questo si aggiunge il fatto che siamo abituati a pensare agli eventi naturali, che pure sono un carattere distintivo di ogni territorio, solo in termini di gestione dell’emergenza: anche questo è un evidente limite culturale.

Certo, è vero che è molto più semplice e conveniente l’intervento ex-post: un terremoto relativamente modesto in termini di energia come quello dell’Emilia del 2012 muove cifre considerevoli (12 miliardi di euro o forse più) ed è ovvio che ciò stia bene a molti.

Il Sistema di Protezione Civile, che trova motivi di riconoscimento evidenti nell’ottima capacità di risposta all’emergenza, deve convertire le sue energie più preziose nella prevenzione, nella riduzione del rischio. In questo entrano in gioco molte competenze e conoscenze, non solo geologiche: valutazioni accurate della pericolosità, delle caratteristiche geologiche dell’ambiente costruito, tecniche edilizie, comprese quelle orientate all’adeguamento e al miglioramento sismico del patrimonio esistente, pianificazione territoriale, e così via.

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Marco Massa, Romano Camassi, I Terremoti. Quando la terra tremaL'impossibilità di prevedere i terremoti alimenta paura e senso di impotenza, che spesso sfociano in una mancanza di fiducia verso i sismologi. In che modo si potrebbe riuscire a superare questa impasse?

Innanzitutto non è del tutto corretto affermare che “non è possibile prevedere i terremoti”: è impossibile, oggi, farlo nei termini compresi dal senso comune.

La stessa legge che istituisce il Servizio Nazionale di Protezione Civile individua fra i compiti istitutivi quello della previsione. Salvo che intende una cosa molto diversa dalla previsione deterministica dell’occorrenza di eventi pericolosi (dove, quando, quanto forte), ma di questa molto più preziosa, e cioè la previsione di scenari di rischio.

Anche la previsione intesa nel senso comune è un tema di ricerca, uno fra i suoi obiettivi. Il fatto è che siamo lontani da quell’obiettivo, forse ci arriveremo fra qualche decennio, forse mai. E comunque poi dovremmo chiederci a cosa serva realmente.

La sfiducia nei sismologi o nella scienza in genere non deriva dall’incapacità di fare previsione (cosa dovremmo pensare allora degli economisti cui affidiamo tante nostre decisioni…). Ma da altro.

Le persone hanno fiducia nel lavoro di chi fa ricerca, di chi ne condivide e valorizza i risultati applicativi, in modo chiaro e trasparente, senza nascondere errori e incertezze. È tutto qui il problema: la comunità scientifica che si occupa di terremoti deve imparare a comunicare, condividere dati, informazioni, risultati, fallimenti, confrontandosi con tutti, ma proprio tutti, senza paura di fare i conti con diffidenze, paure, irrazionalità.

 

Oltre a occuparsi di terremoti da oltre 30 anni, lei è anche un esperto di pedagogia e ha coordinato il settore "Formazione e Informazione" dell'ING per quattro anni. Sulla base della sua esperienza, quanto può essere importante la divulgazione scientifica, e quale ruolo dovrebbe ricoprire nel rafforzamento della cultura scientifica in Italia?

Ho una formazione eccentrica rispetto all’ambiente di ricerca in cui opero, ma solo relativamente. Ho una formazione storica e studi umanistici, ma lavoro da molto tempo con sismologi, geologi, geofisici e l’attività di ricerca principale (sismologia storica) costituisce a pieno titolo una disciplina a sé stante, una diramazione della sismologia. Il mio interesse e l’esperienza maturata nell’attività di formazione, di educazione al rischio, sono arrivati nel corso dell’attività di ricerca vera e propria, quando mi sono reso conto che i risultati di quella ricerca, confluiti in gran parte in valutazioni di pericolosità, andavano a influire pesantemente nelle stime di rischio e quindi sulle scelte di riduzione del rischio.

Penso che l’idea stessa di divulgazione scientifica, l’idea che gli scienziati possano spiegare qualcosa a un pubblico ignaro, debba essere ripensata. Occorre abbandonare l’idea che la comunità scientifica sia depositaria di un sapere che deve essere “divulgato”, tradotto in modo comprensibile per un pubblico che quel sapere riceve dall’alto. Credo sia giusto pensare su invece all’urgenza di diffusione di cultura scientifica, vale a dire condividere strumenti di comprensione della realtà, percorsi in cui la ricerca, spesso lunga e faticosa, si gioca temi importanti per la vita delle persone e in contesti reali.

 

Il punto di forza del Premio Galileo è senz'altro il tentativo di avvicinare la scienza ai giovani, dal momento che il vincitore sarà selezionato da studenti della scuola superiore di secondo grado. Come mai, in Italia, si è verificata una sorta di frattura tra i giovani e la scienza, proprio nel periodo in cui le nuove tecnologie riempiono la vita di tanti adolescenti? E cosa può fare la scienza per risanare tale frattura?

Il mondo della ricerca scientifica deve abbandonare definitivamente la concezione elitaria del sapere, se ancora ce l’ha, deve decidere con convinzione che è importante condividere informazioni, confrontarsi con temi, problemi, linguaggi, esperienze al di fuori dei propri circuiti, deve uscire dai laboratori, dalle aule. E ancora: la ricerca deve confrontarsi pazientemente con tutto ciò che circola nei mondi, negli spazi di comunicazione propri delle nuove generazioni, senza paura di contaminarsi coll’irrazionalità.

La ricerca deve provare a mettersi in gioco ripartendo dalle sue risorse più importanti: l’approccio aperto, non dogmatico, ai problemi, il lavoro serio, coraggioso, che cerca sempre nuove strade e accetta di ripartire dopo ogni fallimento.

In questa fase storica poi è decisiva l’attenzione a temi cruciali per le generazioni più giovani, i temi ambientali, lo sviluppo sostenibile, la conoscenza del territorio, la salvaguardia della vita. Credo davvero che questo momento storico, così critico sotto diversi aspetti, sia allo stesso tempo potenzialmente fecondo: l’accesso diffuso a nuove tecnologie e alle informazioni offre opportunità impensabili solo qualche anno fa, opportunità di partecipazione a esperienze di ricerca in senso stretto. Penso in particolare, ma è solo un esempio fra i tanti possibili, alle tante esperienze di crowdmapping, di raccolta e condivisione in tempo reale di informazioni sul territorio, che si prestano molto bene a migliorare in modo deciso la capacità di risposta delle comunità locali a possibili emergenze.


Leggi le altre interviste del nostro speciale dedicato al Premio Galileo 2015.

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