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Premio Galileo 2015 – Intervista al Dott. Roberto Defez

Premio Galileo 2015Prima di iniziare la sua carriera al CNR, dove attualmente dirige il laboratorio di biotecnologie microbiche all'Istituto di Bioscienze e Biorisorse, ha trascorso un periodo di circa 5 anni in Francia, prima presso l'Institut National pour la Recherche Agronomique (a Versailles) e, successivamente, presso l'Institut Pasteur di Parigi. Cosa le ha donato quest'esperienza all'estero che in Italia non avrebbe potuto ottenere?

Lavorando all’estero ho ricevuto il mio primo stipendio, la mia prima casa, ho fatto tutte le scelte più importanti della mia carriera, ho imparato tantissimo e ho imparato ad imparare da chi ne sapeva più di me, ma ho anche raggiunto qualcosa che non sempre abbiamo restando a lavorare in Italia: l’acquisizione dei diritti civili. Rapporti professionali, impegni, scadenze, organizzazione, programmazione. Ambienti dove non era pensabile lavorare non retribuiti decentemente o non essere affatto retribuiti, dove studenti o giovani borsisti come me all’epoca pagavano la mensa meno dei ricercatori più anziani. In Italia spesso accade il contrario con qualche diritto ai più “maturi” (come me ora) e nessuno a studenti e neo-laureati. Poi pochissima burocrazia, accesso a servizi tecnici basati sul fatto di essere un ricercatore e non per amicizia, confidenza o quasi per concessione come talvolta ci capita qui.

Considerate che il laboratorio dove ero io aveva due piani più in alto il laboratorio di Francois Jacob, uno dei più prestigiosi premi Nobel per la Medicina, di fianco avevo il prossimo direttore del Pasteur (che automaticamente diventava consigliere per la Scienza del Primo Ministro Francese) e di fronte avevo il gruppo che stava scoprendo il virus dell’AIDS. Un ambiente dove si faceva ricerca sotto gli occhi del mondo e dove un nuovo edificio fatto per ospitare il Dipartimento di Immunologia o poi ancora quello di Neurobiologia si decidevano e realizzavano entro due anni. Ossia dopo due anni i gruppi di ricerca entravano nei nuovi laboratori con il personale e le apparecchiature pronte per lavorare quando due anni prima si stavano sbancando i suoli per costruire le fondamenta. In Italia ancora oggi (ossia dopo trent’anni da quella esperienza) un trasferimento di un singolo minuscolo laboratorio sembra quasi essere uno sfratto di un alloggio popolare dove quasi quasi serve l’intervento della forza pubblica e per farlo si medita per vent’anni. Dopo vent’anni poi si realizza un progetto che intanto è inutile, inadeguato e deludente.

Programmare la ricerca significa poter avere una strategia e non vivere alla giornata, non dover passare il tempo a rincorrere inefficienze, scadenze burocratiche assurde, senza mai avere una valutazione nel merito di quanto si sta facendo. Ancora oggi molti dei gruppi italiani meglio finanziati sono i meno produttivi, si fanno tanti falsi progetti di ipotetico interesse industriale, senza che ci siano vere aziende coinvolte, ma ci sono anche straordinarie energie, inventiva, entusiasmo e capacità di lavorare con pochi spiccioli che stiamo frustrando e gridano vendetta. Le generazioni di quelli che hanno attorno ai 40 anni (che qualcuno si ostina offensivamente a chiamare giovani) sono in gran parte generazioni bruciate dall’assenza di finanziamenti decenti, programmati, trasparenti e significativi. Io oggi valuto anche migliaia di richieste di finanziamento, ma mai, dico mai, mi viene richiesta una relazione dettagliata per giustificare la bocciatura di una richiesta. Chi chiede un finanziamento per un’idea che gli viene bocciata, non sa nemmeno se e dove ha sbagliato. Essere giovani e avere nuove idee è un handicap e non un vantaggio. Mancano gli starting grants e manca la possibilità di decidere se un nuovo gruppo può o meno nascere perché queste decisioni richiedono una valutazione meritocratica da parte di comitati scientifici di caratura internazionale che oggi in Italia sono l’eccezione e non la norma.

Di tutto questo mi sento principalmente responsabile io stesso che in questo momento sono parte della classe dirigente del mondo della ricerca scientifica. Anche io sono in qualche modo complice di un degrado e di una mediocrità del tutto ingiustificabili.

 

Quant'è difficile fare ricerca scientifica in Italia, oggi? Le ragioni di una possibile difficoltà sono tutte esclusivamente politiche, oppure alcune possono essere considerate endemiche al settore della ricerca?

Io non amo dare colpe agli altri, la politica è quello che noi gli permettiamo di essere. Il problema è che da almeno venti anni (direi dopo l’epoca Ruberti) non ci sono fondi per la ricerca e il sistema si è accartocciato su se stesso con una gerontocrazia che non sa liberare le energie più giovani. Sono tutti schiacciati verso il basso e così se non valichi i 50 anni sei ancora un giovane, ma oggi molta biologia si fa con la bioinformatica e per quello servono teste nuove, certamente sotto i 30 anni. Ma il ricambio generazionale è lentissimo e la progressione di carriera insufficiente, pochi giovani ricercatori portano sulle spalle troppi anziani e questo non è fisiologico. La comunità scientifica non è riuscita a coordinarsi e a capire che siamo diventati complici dell’eutanasia delle giovani generazioni, sempre meno ragazzi si iscrivono alle facoltà scientifiche e sempre meno ora valicano la scuola dell’obbligo. Noi abbiamo accettato compromessi sempre più al ribasso pur di tenere viva una fiammella di ricerca nel laboratorio di ognuno di noi, ma oramai stiamo solo addestrando i giovani per fargli spiccare il volo all’estero senza alcuna speranza (o voglia?) di beneficiare di queste conoscenze acquisite. Quando io avevo vent’anni andare all’estero era quasi un obbligo, poi alcuni tornavano, ma molti restavano felicemente all’estero.

Oggi partire non è più una fase di maturazione, ma un addio e io non sono tra coloro che invocano il rientro dei cervelli. Per due ragioni. Primo perché noi non dovremmo cercare di far tornare gli italiani, ma cercare di avere i migliori in ogni campo, solo che per farlo si devono offrire loro laboratori, apparecchiature e collaboratori che noi invece vogliamo solo spartirci tra le migliaia di laboratori senza fondi che resistono in Italia. Secondo, perché noi pensiamo solo a far tornare i cervelli, ma non le scatole craniche, la spina dorsale, i muscoli, la pelle e l’apparato digerente. Voglio dire che gli affitti, i servizi per l’infanzia, i trasporti e tutte le spese connesse alle persone e ai familiari degli scienziati che vorremmo cooptare non vengono minimamente prese in considerazione da chi vuole assumere uno scienziato bravo dall’estero. Tanto per non mandarla a dire, i miei colleghi con cui ho lavorato all’Istituto Pasteur hanno decine di collaboratori con posti stabili pagati da organizzazioni statali, io non ho mai avuto un solo collaboratore che non fosse pagato direttamente dai fondi di ricerca che mi devo costantemente cercare inseguendo qualsiasi progetto di ricerca. Il mio salario è meno della metà del loro a parità di carriera.

Per svolgere le valutazioni delle richieste di finanziamenti la mia giornata per tre mesi all’anno si chiude all’una di notte, sabato e domenica inclusi. Senza che mi venga corrisposto nessun beneficio. Non è colpa della politica questa situazione, è colpa nostra che non sappiamo prendere atto della situazione e non sappiamo reagire con serietà a questo stato di cose. Siamo noi i complici di questo degrado e siamo noi (scienziati) che vediamo attraversare i nostri laboratori da giovani bellissimi ed entusiasti a cui trasmettiamo tutta la nostra passione ed emozioni, ma poi non siamo capaci di indicare una strada che non sia una fuga.

 

Il suo saggio, Il caso Ogm – Il dibattito sugli organismi geneticamente modificati (edito da Carocci), è, tra i cinque finalisti del Premio Galileo 2015, quello che tocca l'argomento più scottante. Per quali motivi il dibattito sugli Organismi Geneticamente Modificati è diventato un vero e proprio "caso"?

Gli Ogm sono per me una finestra per guardare il mondo, la ricerca, l’economia, la politica, la psicologia umana, la giurisprudenza e il mondo dei media. Io chiudo il libro spiegando che non ho mai modificato geneticamente una pianta e non ho nessuna intenzione di farlo a breve. Quindi non mi importa degli Ogm in sé, ma di come la Scienza si sia allontanata dalla fiducia dei cittadini, da quanto noi scienziati non siamo ancora in grado di spiegare, illustrare, ascoltare, capire, correggerci, ammettere i nostri errori, fornire dati e ricominciare mille volte daccapo a parlare e a dialogare. Quello che per me è e resta inaccettabile è l’accusa che gli scienziati possano lavorare contro l’interesse dei cittadini, del pianeta o della vita stessa. Che siamo degli irresponsabili che vanno fermati da santoni, profeti e politicanti che invece sanno, capiscono e che hanno la giusta cautela e sguardo di prospettiva. Il mio timore non è che si coltivino o meno gli Ogm, ma che una qualunque decisione in merito sia presa sulla base degli oroscopi, delle emozioni o delle nostalgie giovanili invece di valutare numeri, statistiche, documenti, analisi, rapporti, insomma fatti.

Abbiamo già combinato tanti disastri come comunità scientifica in questo Paese come dicevo sopra, non vorrei consegnare alle future generazioni del Paese di Galileo Galilei un'Italia che ripudia il metodo scientifico sperimentale come base per le analisi da condurre e delle scelte da compiere.

Essere nella cinquina del premio Galileo è molto più del massimo che mi sarei mai potuto aspettare. Il mio premio l’ho già stravinto ed è il solo fatto che il 10 marzo dovrò tenere una lezione agli studenti di 112 licei italiani che decideranno chi sarà il vincitore del premio 2015. L’idea di poter parlare a 112 classi, l’idea di poter parlare alle nuove generazioni è il più grande premio che mi si poteva concedere. Io faccio costantemente lezione nei licei e anche nelle scuole medie, vedo circa 800 ragazzi l’anno, ma qui rischio di poter parlare a un numero di ragazzi tre volte superiore in una volta sola. Io parlo ai giovani e giovanissimi soprattutto perché penso che la generazione della mia età sia oramai impermeabile a qualunque argomentazione e ha già deciso in un senso o nell’altro. Quelli che possono cambiare il mondo sono i giovani ed è anche meglio se si comincia a parlargli dalle scuole medie. Servono menti sgombre per poter vedere cosa ci offre il futuro e come possiamo migliorare il pianeta, quale era ed è ora la nostra condizione di vita, come aiutare le popolazioni meno fortunate e sperare di produrre innovazione e lavoro per i giovani.

Gli Ogm sono diventati troppo spesso un “caso” giudiziario, molti di noi, io incluso, siamo finiti sotto processo e anche io sono entrato in scontro frontale con la politica (chi fosse appassionato di queste vicende può trovare in rete dei miei scontri con almeno tre ministri dell’Agricoltura: Pecoraro Scanio, Alemanno e de Castro, due dei quali avvenuti negli studi di Porta a Porta).

Significa concretamente che tanti di noi hanno pagato degli avvocati per aver sostenuto le proprie idee, siamo andati a processo con richieste di risarcimenti da far tremare i polsi, abbiamo dovuto fare i conti con noi stessi e le nostre famiglie domandandoci se era utile, giusto, corretto verso i nostri familiari, esporci personalmente fino a questo punto. Alcuni dei protagonisti del libro, non io per mia fortuna, hanno avuto aggressioni fisiche personali, minacce, fumogeni sparati nelle loro abitazioni con bambini in casa. In questi casi la vicenda Ogm ha smesso di essere pura accademia e ognuno ha fatto i conti con le proprie convinzioni personali e con i compromessi che era disposto o non disposto a compiere. Una scienza vissuta in maniera per nulla fredda o asettica. Inoltre spiego che l'intera classe politica è ostile agli Ogm, ma è la stessa politica che decide le nostre progressioni di carriera e le posizioni scientifiche apicali. È sempre la politica che decide su quali progetti investire fondi e quali progetti penalizzare. Opporsi alla politica ossia sostenere la validità scientifica degli Ogm non è certo un vantaggio personale, piuttosto una penitenza.

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Roberto Defez, Il caso ogmProviamo a sfatare qualche mito. Perché gli OGM non fanno male, e perché è utile produrne?

La tesi di fondo del libro (che io avevo pensato di intitolare Bramata Gialla, ossia il titolo dell’ultimo capitolo) è che con i dati di cui disponiamo oggi, in questo preciso istante e che siamo prontissimi a rinnegare se ne apparissero di nuovi e opposti, non è che gli Ogm non fanno male, ma che il mais Ogm del tipo Bt è più sicuro come alimento per l’uomo perché contiene meno micotossine, più rispettoso dell’ambiente perché non fa uso di insetticidi tossici per l’uomo e per farfalle, coccinelle o altri insetti non dannosi e inoltre più vantaggioso per gli agricoltori perché garantisce loro un migliore raccolto e un prezzo di vendita più elevato. Quindi, con i dati disponibili a oggi, un coltivatore di mais che ha un terreno in pianura padana (dove si coltiva circa il 90% del mais italiano) ha tutte le ragioni di voler coltivare mais Bt rispetto a coltivare mais con tecniche tradizionali o mais biologico.

La domanda del libro è quindi ribaltata: perché, in base ai dati di cui disponiamo e alle analisi che vengono fornite, imporre, col divieto di coltivare mais Ogm, agli imprenditori agricoli di coltivare il mais tradizionale che usa insetticidi, o mais biologico molto più esposto alla contaminazione da micotossine?

Perché ridurre la resa per ettaro vietando il mais Bt? Perché costringere, come oggi accade, tanti maiscoltori a portare il loro mais a produrre biocarburanti invece che mangimi? A questa scelta della conversione di alimenti in carburanti (che io critico nel libro, anche se la capisco) i nostri agricoltori sono costretti dalla scarsa qualità del mais italiano che quando è così inquinato da alcune micotossine (le fumonisine, in particolare) non può essere commercializzato per uso umano. Nel 2013, il 62% del mais italiano era vietato per il consumo umano a causa del suo tenore di fumonisine, quindi tanto mais è finito nei digestori per biocarburanti con un enorme impatto ambientale. Sempre nel 2013 abbiamo dovuto importare un terzo del mais di cui avevamo bisogno pagandolo 800 milioni di euro. Tutti soldi sprecati, tutta occupazione persa, tutti soldi persi per i nostri agricoltori. Se in Italia nel 2013 avessimo avuto la stessa resa per ettaro della Spagna che coltiva mais Ogm, avremmo risparmiato come Paese e quegli 800 milioni di euro sarebbero entrati nelle tasche dei nostri agricoltori e non in quelle degli agricoltori ucraini, statunitensi, spagnoli o francesi. Io parlo di mais perché solo un Ogm, solo un tipo di mais Ogm può essere coltivato in Europa, solo questo vecchissimo mais Bt di cui in questo 2015 scade il brevetto e quindi è anche libero da qualunque onere o privativa di multinazionale.

Ma mentre noi vietiamo la sperimentazione in pieno campo alla ricerca scientifica pubblica italiana, mentre vietiamo la coltivazione di mais Bt ai nostri imprenditori agricoli, mentre incoraggiamo e aumentiamo ancora l’uso di insetticidi inutili e dannosi, continuiamo a importare 46 differenti tipi di Ogm anche con 8 differenti modifiche genetiche e l’intera mangimistica italiana ed europea dipende da mangimi con Ogm. L’Italia usa ogni giorno da anni 10.000 tonnellate di soia Ogm. Tutti i giorni, 365 giorni l’anno! L’Italia e l’Europa usano il cotone senza distinguere tra quello tradizionale e quello Ogm e il cotone è per 70% Ogm. Quindi io chiedo nel libro che chi entra in un ospedale debba firmare un consenso informato perché il cotone idrofilo usato per asciugarci le ferite è (mediamente) per il 70% Ogm. Come potrebbe essere tossico o allergenico un simile prodotto? Non esiste un solo caso riportato dalle strutture sanitarie internazionali di un problema derivante dall’uso di cotone anche Ogm. Infine noi usiamo mangimi Ogm per alimentare tutto il nostro parco zootecnico, inclusi i prodotti più prestigiosi del Made in Italy agroalimentare. Noi facciamo i nostri prodotti DOC e IPG usando mangimi Ogm, come è possibile che qualcuno tema ancora gli Ogm se da 18 anni alimentiamo i nostri figli con questo tipo di alimenti? Difatti io chiedo anche che tutti gli alimenti derivati da animali nutriti con Ogm (latte, yogurt, formaggi, prosciutti, salami, carni, uova, etc.) vengano etichettati come derivati da Ogm. In pratica ci sarebbe un’unica immensa etichetta “Derivato da Ogm” all'ingresso dei reparti refrigerati di tutti i supermercati e una volta visto che tutto quello che mangiamo e di cui ci vantiamo di più come cibi pregiati deriva da animali nutriti con Ogm molta diffidenza del pubblico svanirebbe.

 

Perché, secondo lei, invece, le posizioni contrarie agli OGM sembrano avere maggiore influenza sull'opinione pubblica?

La sola sigla Ogm fa paura. L'ultima cosa che che dà tranquillità è che qualcuno abbia alterato cibi che pensiamo siano gli stessi da sempre e che facciano bene alla salute. Purtroppo non è così, noi non mangiamo cibi naturali selvatici o spontanei, ma solo cibi molto selezionati, protetti e trattati perché arrivino integri al commercio. La ricerca genetica per migliorare e rendere più forti e resistenti le piante gioca una corsa continua con l'evoluzione dei patogeni delle piante. Fermarsi (o tornare indietro) come predica qualcuno è mediaticamente molto attraente, ma suicida. Noi selezioniamo di continuo nuove specie perché quelle tradizionali vengono aggredite da insetti, virus e condizioni climatiche mutevoli. Noi mangiamo innovazione, non mangiamo tradizione. Noi non stiamo mangiando il cibo di sempre, ma piante costantemente aggiornate e adattate alle mutate condizioni. Ma tutto questo non è intuitivo, non è facile comunicarlo e genera diffidenza. Pensate quanti decenni (o secoli) ci sono voluti per convincere le persone che era la Terra a girare intorno al Sole e non viceversa. Perché era intuitivo vedere il Sole che si muoveva, solo un ragionamento astratto e complesso può oggi consentirci di bollare come primitiva l'idea che sia la Terra a stare ferma, ma all'inizio delle nuove epoche scientifiche le idee che a noi sembrano semplici, non sono accettabili dal pubblico. E noi scienziati pubblici non possiamo andare avanti senza avere la piena fiducia di chi ci paga gli stipendi e i laboratori con le loro tasse. Noi abbiamo in dovere di convincere tutti che sappiamo perché stiamo andando in questa direzione. E se non ci credono dobbiamo fermarci e spiegare, spiegare e poi ancora capire, correggerci e tornare a spiegare.

Su questa conoscenza intuitiva giocano le pubblicità dell'alimentazione che tutte indistintamente trattano gli Ogm come fossero veleni. Ma nonostante questo tutti i sondaggi di Eurobarometro continuano a indicare che il pubblico crede più agli scienziati che a qualunque altra figura o organizzazione e che le notizie sugli Ogm le vuole da noi. E noi dobbiamo dare informazioni in continuazione senza mai stancarci di ripeterle. Quando si parla al pubblico poi si ottengono grandi risultati, prova ne sia che negli USA si sono confrontati due favorevoli e due contrari agli Ogm. Il pubblico era ripartito equamente prima del dibattito: un terzo pro, un terzo contro, un terzo incerto. Alla fine del dibattito quasi tutti gli incerti sono diventati favorevoli agli Ogm. Questa è la ragione per cui io desidero parlare con calma e nel merito degli Ogm senza urla, risse o piazzate da ring televisivo. Chi ha un’idea decisa contro gli Ogm non cambierà mai la sua convinzione. Ma chi ne ha solo sentito superficialmente parlare rimane sbigottito ad ascoltare quali siano i dati reali.

 

Anche in questo specifico contesto, come in altri episodi recenti (pensiamo al caso Stamina, ad esempio), si è verificato un cortocircuito tra informazione mediatica e divulgazione scientifica. Lei stesso ha parlato di vera e propria «demonizzazione ideologica». È solo colpa dei media, oppure c'è anche qualche responsabilità da parte del mondo della scienza e degli scienziati?

Ripeto che a me non piace mai dare la colpa ad altri, ma comincio sempre da come sia manchevole la reazione della comunità scientifica nei continui casi di attrito tra media e dati scientifici. Comincerei col caso Di Bella dove alcuni politici e giornalisti come Bruno Vespa hanno lungamente cavalcato le fantasie di un signore che comunicava emozioni, ma non forniva dati. Credere alle ipotesi del dott. Di Bella ha comportato lo stop a migliaia di chemioterapie in Italia, migliaia di malati hanno smesso di curarsi per inseguire un sogno. Non tutti hanno poi potuto riprendere le cure interrotte quando il sogno è svanito. Ma poi abbiamo visto i casi dell'uranio impoverito, o dell'elettromagnetismo dei ripetitori radio, la prevedibilità/imprevedibilità dei terremoti con lo scoop giornalistico di un tecnico che ha sostenuto per settimane che lui aveva trovato il metodo per seguire lo sviluppo di un gas che avrebbe consentito la previsione dei terremoti. Ora forse siamo all'epilogo del caso Stamina, una vicenda che temo pochi abbiano pienamente compreso. Alcuni parlano delle cure compassionevoli del signor Vannoni, ma si dimentica di dire che c'erano coinvolti un ospedale pubblico, responsabili della sanità della Regione con la migliore e più avanzata sanità italiana, membri della vecchia agenzia del farmaco. Quello che era in gioco nel caso Stamina era la sopravvivenza o la fine del nostro servizio sanitario nazionale che sarebbe andato in bancarotta per i ricorsi dei malati mal-trattati se si fosse andati avanti con le somministrazioni di pericolosi intingoli proposti per la cura di migliaia di malattie.

La spinta alla notizia bomba che fa guadagnare al giornalista le prime pagine dei giornali è sempre in agguato, ed è anche un’ambizione molto umana. Quello che non dovrebbe accadere è che ad affrontare e avversare queste montagne mediatiche siano solo dei singoli scienziati, direi principalmente 4 nel caso di Stamina, per grazia ricevuta una nel frattempo nominata senatrice a vita. Troppo pochi, troppo soli. Qui dovevano essere le grandi, antiche e prestigiose Accademie a scendere in campo, giocandosi tutta la loro credibilità in un colpo solo. Le Società scientifiche, i Dipartimenti Universitari, i Dipartimenti competenti degli Enti di Ricerca. Tutti, davvero tutti. Ecco che ancora una volta io credo che troppe colpe siano da attribuire agli specialisti del settore, prima che a giornalisti o politici. Anche nel libro riporto un passaggio molto aspro contro la comunità scientifica che sul tema degli Ogm ha mostrato troppe paure e tentennamenti, se non opportunismo e furbizie.

«Science» ha appena pubblicato uno studio dove si evidenzia come il tema degli Ogm è quello che vede la maggior divaricazione tra le opinioni degli scienziati e quella del pubblico con 51 punti di distanza. Ben l’88% degli scienziati ha fiducia negli Ogm contro solo il 37% del pubblico. Qui stiamo parlando di adulti statunitensi, di persone che abitano la patria degli Ogm, eppure le percentuali di diffidenti verso gli Ogm tra il pubblico sono simili a quelle italiane. Ma se accoppiamo questo studio ad un secondo appena comparso scopriamo che l’80% degli intervistati chiede che il cibo che contiene DNA sia etichettato. Non stiamo parlando di Ogm, ma di DNA. Molti dovrebbero sapere che non ci sono cibi senza DNA e nemmeno esseri viventi (macroscopici). Allora seguire le indicazioni di un pubblico che è stato poco e male informato, non è un gesto di democrazia, ma di finta demagogia. Un artificio per far dire a un pubblico disorientato e forse manipolato dalle domande del sondaggio quello che il committente voleva sentirsi dire.

Ma tornando allo studio di «Science» citato prima, distanze molto grandi (42 punti) ci sono tra gli scienziati che ritengono necessario avvalersi della sperimentazione animale molto più del pubblico, altrettanto gli scienziati sono meno impauriti del pubblico (40 punti di distanza) dell’uso di pesticidi per la coltivazione degli alimenti. Ma gli scienziati distaccano il pubblico anche su classici temi ambientali. Gli scienziati sono molti più convinti (37 punti di differenza) del grande pubblico che sia da imputare all’attività umana l’aver causato i cambiamenti climatici e viceversa il pubblico è più fiducioso degli scienziati (20 punti di distacco) sulle trivellazioni in alto mare. In definitiva gli Ogm sono un caso davvero eccezionale di distanza tra la scienza e sua percezione, una distanza che è indispensabile colmare.

 

Il punto di forza del Premio Galileo è senz'altro il tentativo di avvicinare la scienza ai giovani, dal momento che il vincitore sarà selezionato da studenti della scuola superiore di secondo grado. Come mai, in Italia, si è verificata una sorta di frattura tra i giovani e la scienza, proprio nel periodo in cui le nuove tecnologie riempiono la vita di tanti adolescenti? E cosa può fare la scienza per risanare tale frattura?

La scienza ben fatta e ben spiegata genera sempre grandi entusiasmi e grande fiducia, basta passare un giorno al Festival della Scienza di Genova per verificarlo. Ma non è più uno sbocco lavorativo, non dà segnali di modernità e di progresso, resta la cenerentola delle scelte politiche e quella della carenza di finanziamenti è oramai un litania.

Gli scienziati devono capire che è nelle loro mani rovesciare questo stato di cose e che comunicare è parte integrante delle attività scientifiche e non un optional o una distrazione dalle cose serie. Qualunque opportunità di proporre un ragionamento su basi scientifiche deve essere offerta e il linguaggio deve essere desideroso di poter raggiungere qualunque orecchio. Io cerco di fare quel che posso non solo tenendo lezioni nei licei, alle medie e qualche volta alle elementari, ma anche tenendo due blog: salmone.org e un blog dal sito della Fondazione Veronesi. Lo scopo è anche quello di fungere da archivio di documenti per chi vuole saperne di più sul tema Ogm e tanti giornalisti pescano in questi scaffali telematici. Anche il libro è stata per me un’avventura ed entrare nella cinquina del premio Galileo è stato un inaspettato piacere, onore ed emozione. Un’opportunità che sto usando per cercare di comunicare ancora di più ed ancora meglio, sperando di meritare questa straordinaria opportunità che mi ha regalato la giuria del premio intitolato a colui che resta il faro del metodo che cerchiamo di seguire, Galileo Galilei.


Leggi tutte le interviste dedicate al Premio Galileo.

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