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Premio Galileo 2014 – Intervista al Prof. Frans de Waal

Premio Galileo 2014Nel suo saggio Chimpanzee Politics: Power and Sex among Apes, ha definito gli scimpanzé come “machiavellici” e ha descritto, per la prima volta, il comportamento dei primati come un insieme di strategie sociali pianificate. In che misura questi suoi studi possono aiutare la comprensione di fenomeni sociali contemporanei?

Questo libro, pubblicato nel 1982, è stato il primo in cui io abbia parlato delle lotte di potere fra gli scimpanzé. Un giorno, il leader affermato, o maschio alfa, si innervosì per via di un altro maschio, il quale cominciò a sfidarlo tirandogli delle pietre. Il leader cercò di ottenere il supporto delle femmine del gruppo, ma il secondo maschio cominciò a punire le femmine per essersi sedute accanto al leader. Questo andò avanti per settimane, finché le femmine, poi, impararono a non coalizzarsi più con il leader. Il secondo maschio potette, quindi, combattere con il leader senza interferenze e, inoltre, divenne molto generoso con le femmine del gruppo, scambiando con loro il cibo, giocando con i loro bambini – non come i politi americani che sollevano in aria tanti bambini durante le campagne elettorali. Il secondo maschio,  a questo punto, cominciò ad avere il supporto delle femmine, e presto divenne il nuovo leader. Infatti, in tutti questi anni di osservazione del comportamento degli scimpanzé, sono giunto alla conclusione che i maschi non diventano i leader solo perché fisicamente più forti di altri maschi nel gruppo, ma perché sono più diplomatici e intelligenti. A volte, è proprio lo scimpanzé più intelligente a essere il leader. Per questo si parla di “politica”, perché la loro gerarchia è basata su coalizioni, favori reciproci, diplomazia. Questo significa anche che la politica non è un’invenzione umana: l’interesse per il potere è qualcosa di molto più antico della nostra specie.

 

È impegnato su quattro filoni di ricerca per lo studio dei primati: Cultural learning, Behavioral economics, Empathy e Communication. Cosa possono dire queste ricerche sul comportamento sociale dell’uomo?

Tutti questi campi sono di un’importanza fondamentale per la società umana, soprattutto per conoscere come siamo diventati esseri culturali, come si è evoluta in noi l’empatia, o il linguaggio per la comunicazione. Prendiamo ad esempio la questione della cultura. Per molto tempo abbiamo ritenuto di essere gli unici esseri culturali, ma i biologi definiscono la cultura come quel comportamento che è trasmesso di generazione in generazione, non geneticamente, ma attraverso l’ apprendimento. Gli italiani non hanno una cultura culinaria differente da quella svedese perché sono geneticamente differenti, ma perché hanno imparato a farlo dai loro genitori, e questi a loro volta dai propri. Allo stesso modo, si è scoperto che gli scimpanzé imparano ad aprire i gusci con le pietre, o a mangiare particolari tipi di cibo, attraverso l’osservazione degli anziani, per questo motivo gli scimpanzé hanno abitudini diverse in ogni luogo dell’Africa.

 

Ne Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità fra i primati (edito, in Italia, da Raffaello Cortina editore), lei sostiene che la moralità, da sempre intesa come prerogativa umana, sia in realtà alla base anche dei comportamenti dei primati. La moralità, dunque, non dipende dalla religione. Quali sono le implicazioni etiche dei risultati dei suoi studi?

La moralità stimola la cooperazione. Costringe a mettere gli interessi personali in secondo piano e a lavorare per il bene comune. È un sistema complesso, che la religione e la filosofia hanno cercato di  ingabbiare in  semplici regole (basti pensare all’etica della reciprocità o ai dieci comandamenti), ma queste regole offrono solo una sintesi imperfetta. Ci piace pensare alla moralità come qualcosa che  venga dall’alto, ma questo è semplicemente ciò che rimane delle storie di Dio sulla cima della montagna. Non c’è alcuna prova che la moralità sia nata come un sistema calato dall’alto verso il basso. Piuttosto, la scienza si sta avvicinando a un punto di vista “umano” di una moralità guidata da intuizioni e passioni. Osservando altri primati, si riconoscono molte delle stesse tendenze alla base della nostra moralità, come regole di reciprocità, empatia e simpatia, senso di giustizia e il bisogno di andare d’accordo. Le scimmie, ad esempio, si oppongono a una distribuzione ingiusta delle provviste (come affermo al termine della mia conferenza TED), e gli scimpanzé si scambiano favori fra loro anche se non ottengono un vantaggio personale. I bonobo sono probabilmente gli animali più empatici che ci siano, e le recenti ricerche sul loro genoma li pongono assai vicino a noi.

La moralità umana va ben oltre questi comportamenti, ma tutte queste tendenze svolgono un ruolo preciso. Siamo stati indottrinati sul fatto che la natura è «rossa in zanne e artigli[1]», e completamente egoista, eppure, ora stiamo conoscendo nei nostri compagni primati la tendenza alla risoluzione dei conflitti, alla cooperazione, all’empatia e alla somiglianza. Sono molto più orientati verso l’armonia di quanto si possa immaginare. Non per questo definisco le scimmie antropomorfe come “esseri morali”, ma certamente noi umani condividiamo con loro una psicologia antica, senza la qualche noi non saremmo mai diventati morali.

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Frans de Waal, Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità fra i primatiQual è il ruolo della religione nella società umana? Solo la trasformazione in dogmi e precetti di una moralità che ha radici differenti?

La cooperazione e l’armonia sociale sono sempre stati a vantaggio della nostra specie, molto prima che sorgessero le moderne religioni, cosa avvenuta solo un paio di millenni fa. I biologi non vengono impressionati da questo tipo di lasso temporale. Sono certo del fatto che i nostri antenati si siano presi cura del prossimo, e di unire le forze, o della giustizia, per un milione di anni, o forse di più. Tuttavia, le cose sono cambiate con la rivoluzione agricola, circa 12 000 anni fa. Abbiamo cominciato a espandere le nostre società per includere migliaia persone, e ora, milioni. Le regole di reciprocità, empatia, e di monitoraggio dei contributi del singolo non bastarono più. Diventò troppo facile imbrogliare il sistema. Un approccio dall’alto verso il basso diventò necessario per rafforzare lo stesso livello di cooperazione, preferibilmente supportato da una forza soprannaturale e onnisciente che tenesse d’occhio ciascuno, e che promettesse il paradiso o l’inferno a seconda di come ci si fosse comportati. In quest’ottica, la religione moderna non è alla radice della moralità, ma nasce come un’aggiunta, come un modo per fortificare il sistema. La grande domanda consiste in quanto questa aggiunta sia essenziale per una società ben funzionante. E se è stata essenziale nel passato, lo è ancora oggi?

 

Partendo dalle premesse evidenziate sopra, nel saggio citato indica l’origine dell’ateismo in un trauma, criticando le posizioni ateiste che ritiene più dogmatiche del dogmatismo che intendono combattere. Solo un trauma può giustificare il non credere nell’esistenza di Dio? E, nel suo caso, si potrebbe parlare di un ritorno all’Umanesimo?

Sebbene io mi definisca ateo, il termine “ateo” nel titolo non si riferisce a me in prima persona, ma al nuovo tipo di ateismo, che odia la religione e ne fa motivo di scherno. È facile arrivare a questo punto, ma la grande questione non consiste nel comprendere se la religione sia vera o falsa, ma consiste nel comprendere il motivo per cui gli esseri umani in ogni parte del mondo credono nel soprannaturale, e come questo è collegato alla differenza fra bene e male.

Il mio libro spiega come la moralità non arrivi dall’alto. È piuttosto un prodotto dell’evoluzione. Il libro è basato sulle mie ricerche su scimmie, scimmie antropomorfe, elefanti e altri animali, e si basa sulla mia convinzione che questi animali possano mostrare quale sia l’origine della moralità. Ho scritto di questo argomento anche prima, ma ora i miei studi comprendono anche la religione. Sebbene non pensi che la religione sia assolutamente critica, questa non va nemmeno ritenuta irrilevante. La questione di come gli umani continuerebbero a marciare senza di essa è difficile da spiegare per la semplice ragione che la religione è universale. Non esistono società che non sono o non sono state religiose.

Non credo che bisogna aver sofferto un trauma per essere ateo, ma spesso un trauma basta per diventare un ateo dogmatico. Non sono sicuro che ce ne siano molti in Italia. In Europa, in generale, l’ateismo è più accettato e meno intenso che negli Stati Uniti. Io stesso sono ateo, ma riconosco il fatto che questa è una posizione inconsistente. Gli atei negano l’esistenza di Dio, e questo è tutto. Si ha anche bisogno di risposte ai quesiti esistenziali, sul motivo per cui siamo qui, o cosa fare nella vita, domande alle quali l’ateismo non risponde, e a cui neanche la scienza risponde. Sostengo che non si abbia per forza bisogno della religione, ma si ha comunque bisogno di mettere le cose al loro posto, si ha bisogno di qualcosa come l’umanismo.

 

Il Premio Galileo la porterà in contatto con una platea di studenti di scuola superiore di secondo grado. Cosa può fare la scienza per avvicinarsi ai giovani e per riaffermare il metodo scientifico presso le nuove generazioni?

È molto importante per la scienza raggiungere i giovani, i quali hanno una grande curiosità, e la curiosità è la base della scienza stessa. Tutto ciò che si fa oggi dipende dalla scienza, dalla medicina alla tecnologia o alla comunicazione. Comprendere come funziona la scienza, e cogliere l’entusiasmo che noi scienziati proviamo per le nostre discipline, potrebbe avere un grande effetto sui giovani, e potrebbe stimolarli a scegliere il percorso scolastico che li porti a diventare essi stessi scienziati. Nei miei libri cerco sempre di trasmettere il mio entusiasmo per lo studio degli animali, e spero sempre che i giovani leggano i miei libri, soprattutto quelli affascinati dal mondo naturale.

 

[Si ringrazia Marianna Silvano per la traduzione in italiano dell'intervista]


[1]La frase «Nature, red in tooth and claw» è un modo di dire inglese. La frase è mutuata del requiem Memoriam in A. H .H., scritta dal poeta inglese Alfred Tennyson: qui l’autore, influenzato dalle prime teorie sull’evoluzione, scrisse questa frase per rimandare alla crudeltà della selezione naturale. 

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