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Premio Campiello 2013Tentativi di botanica degli affetti, edito da Bompiani, è il suo primo romanzo rivolto a un pubblico adulto, qual è il motivo di questa novità, un’evoluzione della sua scrittura o un tormento creativo, già intrinseco, che ora è comparso con forza?
Ho sempre scritto per bambini e ragazzi seguendo la guida delle storie: quando mi viene l’idea di una storia dal punto di vista di un bambino o di un ragazzino, guardando il mondo attraverso i suoi occhi, ho la sensazione nettissima che sia anche destinata a un bambino o a un ragazzino simile al protagonista. E il corredo di parole che accompagna la storia è adeguato all’età di chi pensa e racconta o vive le storie, e di conseguenza all’età di chi potrà leggerle. Come se forma e contenuto non potessero separarsi. È una sorta di automatismo, una catena creativa sulla quale non mi sono mai molto interrogata: succede e basta. Allo stesso modo, quando ho cominciato a scrivere Tentativi ho capito subito che non poteva essere rivolto a un lettore ragazzino. La storia delle due servette esposte alla ruota avrebbe anche potuto dare il via a un romanzo per ragazzi, ma non ha preso quella strada. La protagonista, Bianca, è molto giovane, ha vent’anni, ma non è una bambina e non pensa come una bambina. E ci sono parecchi bambini nella vicenda, sono anche importanti, però sono al massimo comprimari. Dunque Tentativi è stato fin da subito un romanzo non per ragazzi. Ma senza tormenti, così, perché doveva. Peraltro è tipico dell’Italia tracciare una riga per terra e mettere i libri per ragazzi (e i loro autori) di qua, quelli da grandi di là: in altri Paesi c’è chi scrive con agio per gli uni e per gli altri senza finire per forza catalogato.

La giustapposizione del mondo botanico e degli affetti trova la sua origine in una passione dell’autrice o è stato il demone letterario che ha dominato le scelte?
L’idea del demone letterario mi fa un po’ paura, a dire il vero. Il mondo botanico mi attira e mi affascina da tanto tempo, come l’arte dei giardini, anche se non sono né una botanica né una giardiniera, semmai una dilettante curiosa, e la mia passione per fiori e piante passa attraverso i libri. Il parallelo tra la classificazione di fiori e piante e quella degli affetti, che Bianca azzarda senza troppo successo, è venuto scrivendo, non era programmato.

Dopo anni trascorsi a riflettere su un pubblico di ragazzi, come ha vissuto e sta vivendo, dal punto di vista linguistico, la mutazione o integrazione?
La grande differenza è che con i bambini e i ragazzi non puoi dimenticarti di loro: devi sempre immaginarti la faccetta di un tipo di cinque anni che ti guarda facendo le smorfie quando non capisce qualcosa perché hai usato parole troppo difficili o hai saltato qualche passaggio logico o hai scritto in un modo troppo compiaciuto, che non gli interessa o lo annoia. Detto questo, scrivere per ragazzi dà un’enorme libertà di sperimentare, di giocare, di condurre il lettore. C’è chi pratica una scrittura rassicurante, semplificata, un po’ neutra; a me è sempre piaciuto sfidare il lettore, spostare più in alto l’asticella, anche a rischio di risultare difficile. Con gli adulti, posto che non si può e probabilmente non si deve scrivere per tutti, perché non esiste un tutti, e meno male, si è semplicemente privi di quel genere di vincoli. Così nei Tentativi ho cercato di usare un linguaggio che desse l’idea del primo Ottocento senza essere aulico o troppo forbito, anche perché doveva esprimere il mondo interiore di una giovane donna non troppo figlia del suo tempo, ma un passo avanti, puntata come una freccia verso il futuro. E comunque ogni storia ha le sue parole, vuole e prende la sua forma e non può essere raccontata se non così.

Beatrice Masini, Tentativi di botanica degli affettiCome gestisce il rapporto fra la sua attività lavorativa, dedicata alla scrittura altrui, e le sue opere, non c’è il rischio, se di rischio si può parlare, di un fenomeno ibrido nel quale i confini sono cangianti di continuo?
I confini in verità sono molto chiari, anche perché difficilmente scrivo mentre lavoro: non ci riesco, la testa non può essere qua e là allo stesso momento. La scrittura è il mio tempo, le vacanze, quando l’editor si prende una pausa e si limita a leggere inediti. Ho sempre sentito come un vantaggio essere una persona pratica di scrittura nei rapporti con gli autori: aiuta a capire meglio i loro desideri ma anche i timori, a sentire quando hanno bisogno di essere sostenuti e incoraggiati e quando è meglio lasciarli soli, senza fare pressioni, quando serve dar loro spazio e quando invece è utile incalzarli. Per il resto, un editor è un gran lettore, e uno scrittore anche. Ho sempre considerato un enorme privilegio poter leggere per lavoro.

 

Quali sono gli scrittori che più hanno avuto un significato formativo fondamentale nella sua vita?
Parecchie signore e signorine scrittrici, dalle sorelle Brontë a Jane Austen a Katherine Mansfield a Edith Wharton a Elizabeth Bowen a Virginia Woolf. Poi John Steinbeck, John Irving, Marilynne Robinson, Hilary Mantel coi suoi meravigliosi romanzi storici, Antonia Byatt. Insomma, perlopiù inglesi e americani. Ho anche una gran passione per gialli e thriller: del mio Olimpo fanno parte Jo Nesbø, Michael Connelly, Ian Rankin, Elizabeth George, Ruth Rendell. E ho letto molta poesia: uno dei miei poeti preferiti è Giovanni Giudici.

Non crede che la letteratura italiana, o meglio, l’editoria italiana soffra di esterofilia guardando le vetrine delle librerie?
Non ho questa sensazione. Semmai il problema è che si pubblica troppo di tutto.

Che cosa si aspetta dalla serata finale del Campiello?
Sarà bellissimo. Sarà terribile. Sarà bellissimo.

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