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Premio Campiello Giovani 2015 – Intervista a Gabriele Terranova

Premio Campiello Giovani 2015 – Intervista a Gabriele TerranovaNella cinquina del Campiello Giovani 2015 Gabriele Terranova è l'unico finalista maschio, insieme alle quattro colleghe Anja Boato, Eva Mascolino, Loreta Minutilli e Clelia Attanasio. Nato in Germania nel '94 da genitori immigrati, Terranova ha vissuto all'estero per tutta l'infanzia, compiendo poi gli studi in Italia. Al Campiello si è presentato con un racconto intitolato Miseria, con protagonista una famiglia siciliana. L'importanza della scrittura, la Sicilia e il dialetto siciliano sono alcuni degli argomenti di cui abbiamo chiacchierato con l'autore e su cui gli abbiamo posto qualche domanda.

 

Gabriele, hai descritto il Campiello come un'occasione per metterti alla prova, in quanto hai detto che scrivere è un po' «parte del tuo essere» e che la tua massima aspirazione sarebbe quella di poterti definire, in futuro, uno scrittore. Quale potrebbe essere, secondo te, il massimo riconoscimento per uno scrittore professionista? C'è qualche specifica casa editrice che vorresti, un giorno, pubblicasse un tuo libro?

Mah... Credo che la massima aspirazione di qualunque scrittore sia quella di essere letto e apprezzato. Poi va be', il mio grande sogno proibito è quello di finire sui manuali di letteratura. Così saprei di essere veramente riuscito nell'impresa di diventare uno Scrittore. Certo, è anche vero che la maggior parte degli autori finisce sui libri scolastici molto dopo la morte e che quindi potrei non vedere mai realizzato questo sogno. Significa che morirò nella speranza di aver scritto qualcosa di interessante.

Riguardo la casa editrice, non credo di averne una preferita. Quello che conta è il contenuto del libro, non la forma, sebbene non posso negare che anche l'occhio vuole la sua parte. Quello che spero è di riuscire a incontrare un editore serio, che s'interessi al mio lavoro e che non mi usi per le sue speculazioni, nella speranza di torchiare quanti più soldi possibili da chicchessia. Poi davvero non m'importa se la casa editrice in questione sia piccola, grande, del Nord, del Sud o straniera.

 

Una particolarità del tuo racconto è l'importanza assegnata al dialetto siciliano. Trovo che sia un aspetto interessante, anche perché il dialetto è una parte fondamentale dell'identità linguistica e culturale delle singole regioni. Pensi di utilizzare ancora il siciliano nella tua scrittura? Magari in modo anche più “massiccio”, dal momento che qui hai tentato di mantenere ancora una certa leggibilità per un veneto, ad esempio...

Credo che utilizzare il dialetto in modo più "massiccio" di quanto abbia fatto in questo racconto non sia davvero possibile. L'idea alla base del racconto e la prima stesura erano interamente in dialetto. Anzi, per meglio dire, in "idioletto", dal momento che non sono dialettofono. In seguito ho portato avanti un lavoro di calco, cioè ho cercato di "italianizzare" il racconto mantenendo quanto più dialetto possibile. Lo si può vedere nella sintassi, che è rimasta quella siciliana, o nella scelta di alcuni termini come "travaglio" invece di "lavoro". I dialoghi per altro li ho lasciati in dialetto. Quindi davvero credo non sia possibile infilarci più dialetto di così.

Quando un racconto, o un frammento o una poesia mi chiedono di essere scritti, chiedono di essere scritti con il loro linguaggio. Io, in qualità di scrittore, posso solo adeguarmi alla loro volontà, e per ora non hanno "bussato" alla mia penna altri racconti in dialetto. Credo quindi che almeno per ora sfrutterò la lingua che so maneggiare meglio: l'italiano. Forse il dialetto rientrerà per vie traverse. In fondo, anche se non lo parlo, è una componente della mia identità.

 

C'è chi ha paragonato lo stile di Miseria a quello di Verga. Il racconto è stato definito “duro”, espressione che hai detto di non gradire troppo. Che aggettivo useresti per descriverlo? E, tornando a Verga, hai affermato di non essere particolarmente d'accordo con il parallelismo tra Miseria e le sue novelle, ma di ammirare comunque molto l'opera di questo autore. Quali suoi titoli preferisci? C'è qualche altro scrittore (o romanzo) che per te è stato fonte d'ispirazione o che, comunque, apprezzi?

Credo che l'espressione più adatta al mio racconto sia "realistico", nonostante forse ci siano degli elementi inspiegabili, come la profezia della maga. Credo che anche se il racconto è ambientato nell'immediato dopoguerra per molti versi sia ancora attuale, nella solidarietà tra le varie famiglie per esempio. Io ci vedo molto della Sicilia che conosco di persona. Forse un altro aggettivo potrebbe essere "inquieto", non saprei. Certo, nel racconto si susseguono più disgrazie, alle quali non si riesce a dare un motivo. Ma la vita è così, alle disgrazie non c'è un perché, c'è solo la forza per superarle e andare avanti. Parlando di temi violenti non è possibile utilizzare costrutti eufemistici ed edulcorati – a meno di non voler fare dell'ironia; quella però sarebbe cattiveria.

Di Verga chiaramente preferisco le novelle, in particolare quelle di Vita dei campi e Cavalleria rusticana. Poi devo dire di apprezzare molto Pirandello, in particolare Quaderni di Serafino Gubbio operatore, che quasi nessuno conosce ed è un peccato, perché anticipa molte delle questioni poste dal progresso e dallo scientismo.

Infine un romanzo che mi è rimasto nel cuore è L'eleganza del riccio, di Muriel Burbery. C'è una citazione di questo libro che è stato come uno switch, un momento con un prima e un dopo nella mia vita e mi ha permesso di capire tante, troppe cose di me e del mio posto nel mondo. Dice: «Ho capito che soffrivo perché non potevo far del bene a nessuno attorno a me. [...] Io vedo i loro sintomi, ma non sono capace di curarli, e così sono malata anch'io quanto loro, ma non lo vedo».

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Premio Campiello Giovani 2015 – Intervista a Gabriele TerranovaHai definito la Sicilia una terra «bellissima, potente ma sola e martoriata». Perché sola e martoriata? I giovani siciliani che contributo concreto potrebbero dare al miglioramento di questa situazione?

Non mi si fraintenda. La Sicilia è una terra che ha moltissimo da offrire, che offre già moltissimo ma che si batte per offrire ancora di più. Il fatto è che molto spesso, parlando con le persone che mi stanno intorno, mi sembra che l'impressione generale sia quella che la nostra terra sia stata abbandonata. Certo, decenni di cattiva gestione politica non si possono cancellare con un colpo di spugna e l'arretratezza strutturale è ancora un dato di fatto. Ciò nondimeno l'impressione generale è quella che non ci sia vero interesse verso la nostra terra. Faccio un esempio banalissimo. Un paio di mesi fa circa è crollato un viadotto della A19 (Palermo-Catania). Con l'autostrada ci s'impiegavano in media 2 ore di macchina per andare da un capoluogo all'altro. Col treno ce ne vogliono più di 4. Trenitalia ha aspettato il crollo del viadotto per attivare i "minuetto", in grado di collegare le due città in due ore. A questo va aggiunto che le realtà già presenti sul territorio non sono conosciute. Per citarne due: a Catania opera la ST Microelectronics che produce componentistica smartphone per aziende come Apple e Samsung e che nei periodi di picco produttivo arriva a impiegare fino a 3500 dipendenti; nel paesino da cui provengo, Riesi, esiste una piccola azienda di nove impiegati: quest'azienda ha prodotto molte componenti per il CERN di Ginevra e continua a produrre componenti meccaniche di altissima precisione per aziende di tutto il mondo.

Io credo che il compito dei giovani che vogliono riscattare la nostra isola è innanzitutto quello di informarsi, aggiornarsi e conoscere la realtà e poi quello di non farsi "riempire le orecchie" dai soliti paroloni dei politicanti di qualsivoglia colore, ma di farsi una propria coerente idea e contribuire attivamente alla vita politica. È difficile, c'è disillusione, c'é cinismo, ma restando fermi a lamentarsi non cambia nulla.

 

Tu che hai vissuto una parte della tua vita all'estero, non hai mai avuto la tentazione di tornarci e cercare “fortuna” via dall'Italia? Anche non in Germania, naturalmente...

Be', io spero costantemente di uscire fuori dall'Italia e farmi una vita all'estero. Ho scelto il corso di Lingue per questo. Questo non vuol dire che voglio cercare fortuna fuori dall'Italia. Io spero initmamente che la mia fortuna vnga dalla mia terra. Però ho bisogno di viaggiare, di conoscere culture e modi di pensare nuovi, di allargare la mia visione. Ho bisogno di completarmi e un passaggio imprescendibile è proprio quello di viaggiare. Magari lavorerò un anno in Inghilterra, poi un anno in Germania, poi uno in Repubblica Ceca, chissà. Di certo non ho voglia di stabilirmi tanto presto.

 

Altre passioni oltre la scrittura?

Ma io per la verità non definirei la scrittura come una passione. Una passione è qualcosa che ti fa sentire meglio quando la fai. La scrittura per me, al contrario, è qualcosa che ti fa sentire male se non la fai. È più una funzione vitale. Senza credo che andrei incontro a un lento ma inarrestabile  deperimento. In questo senso un altro bisogno è la musica, mia croce e delizia. Dico questo perché purtroppo non so cantare né suonare alcuno strumento; e ogni volta che m'infilo gli auricolari mi sento come se stessi parassitando senza dare alla musica nulla in cambio. Cerco di compensare in parte con la scrittura, ma non sempre mi riesce...

Tolto questo credo che una mia passione potrebbe essere il cioccolato. Nero, amaro e fondente.


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