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Premio Campiello 2019 – Intervista a Paolo Colagrande

Premio Campiello 2019 – Intervista a Paolo ColagrandeLa vita dispari, il nuovo romanzo di Paolo Colagrande pubblicato da Einaudi, è tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2019: la trama è semplice quanto ben scritta con continue piacevoli digressioni, dosando i punti di vista che la voce narrante mette in scena attraverso le parole delle fonti che raccontano la vita del protagonista Buttarelli, la cui storia, dall’infanzia alla vecchiaia, è farcita di cadute, innamoramenti, matrimoni, fallimenti, dagli anni a cavallo della rivoluzione sessuale fino. E succede anche, colpo di scena finale, che Buttarelli decida di… non ve lo dico: il resto è consegnato al mistero, diceva Gualtieri.

 

«Qui invece siamo ancora alle porte della rivoluzione sessuale, che stava per scoppiare, dove l’unica tecnologia di comunicazione generalmente acquisita era il citofono»: lo straniamento avviene perché, nel continuo gioco di memoria della voce narrante, ci troviamo in un mondo dove non esistono ancora cellulari e pc, e la vita del ragazzino, stranissimo ragazzino, si barcamena alla prese con una quotidianità lontanissima dalla nostra, una sorta di giovane Holden; ma che difficoltà s’incontrano, e quali invece possibilità, nell’ambientare un romanzo (di formazione?) in un’epoca che non è la nostra?

Il tempo presente non è raccomandabile, soprattutto sul piano letterario: è sospeso in uno spazio ibrido e aleatorio, fra un adesso che scappa e un domani che ancora non parla e non si muove, se non per ipotesi e simulazioni: possiamo leggere il presente solo facendo qualche passo indietro in quel passato prossimo che abbiamo conosciuto di persona o che fa parte di un corredo ereditario. La voce narrante del romanzo La vita dispari – voce anonima ma provvista di proprio carattere, pregiudizi e idiosincrasie, e anche di una faccia plausibile – vive in un presente denso di cultura digitale, immerso nell’hashtag e nella social lingua, ma la storia che mette in scena si colloca alla vigilia della rivoluzione sessuale. Potevo tornare ancora più indietro, perché ho la fortuna di essere un parto tardivo, con genitori a loro volta nati da genitori maturi. Io stesso ho avuto figli dopo i quarant’anni. Mio figlio più grande, non ancora maggiorenne, quando racconta che il suo bisnonno era sottufficiale telegrafista durante la Prima guerra mondiale fa fatica a essere creduto. Dai racconti di mia mamma ho imparato com’era la vita tra le due guerre e appena dopo, o a cavallo di certe leggi abominevoli; da mia nonna ho imparato come si viveva nel tardo Ottocento, e riesco a raccontare queste cose quasi come se le avessi viste. Con le gambe lunghe si possono toccare tre secoli in un solo passo, senza usare il passato remoto. Qui, nella storia di Buttarelli, si è trattato di girare un po’ la testa indietro, mettere a fuoco una scena che sembra lontana ma che è solo la scena precedente, da cui siamo appena usciti.

 

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«Diceva Gualtieri che i segni logografici di Buttarelli riproducevano non solo la sostanza oggettiva ma anche per così dire l’emotività e la psicologia, insieme a certi dettagli di contorno dell’apparato scenico, […]»:voce narrante e personaggio si scambiano di ruolo: la voce narrante, molto disincarnata, devo dire, racconta di Gualtieri che racconta di Buttarelli, sembra come quel regista, Kantor, che stava sul palcoscenico con gli attori per aiutarli nelle loro azioni, o a un suggeritore in scena, eppure la sua voce narrante sembra a sua volta quella di un co-protagonista. Ci racconta come ha imbastito i vari punti di vista?

Non riesco a immaginare un narratore che non sia parte dinamica della narrazione. La voce fuori campo, precisa e cerimoniale come una liturgia, che parla in terza persona e si esprime di solito al passato remoto, è un intralcio alla stessa fisiologia del racconto che, se vuol veramente raccontare, ha bisogno di una voce viva e credibile come quella dei personaggi che inventa. Non c’è tecnica né strategia: ogni storia sceglie il proprio narratore, ideologicamente vicino all’autore ma ancora più vicino, per mentalità, sogni e debolezze, ai protagonisti. Ho lasciato parlare quel narratore lì, coi suoi gesti, i suoi inciampi, i suoi vuoti di memoria e la sua fretta di incastrare fatti e persone, insieme a un po’ di irresponsabilità cialtrona. E lui ha cominciato così: «La storia di Buttarelli sbanda nel finale, e questo non per colpa mia». Le sue fonti sono suo zio, Vilmer Gualtieri, e i due gemelli tabaccai Landemberger, tutti amici di quel Buttarelli che soffre le linee verticali e che riesce a leggere solo la pagina dispari di un libro aperto; della sua vita il narratore non trascurerà niente, neanche la metà mancante, cioè quella pagina pari dove Buttarelli non vede niente o forse vede troppo. Sulla piccola ribalta della storia – che si snoda lungo una strada – salgono, insieme al narratore, una madre vedova, una direttrice scolastica, una donna con cappello, otto fidanzate, un gastroenterologo, un suonatore di clarinetto greco, insieme a tanti altri personaggi, tutti protagonisti a modo loro.

L’implausibile terza persona singolare (definizione di Gesualdo Bufalino) e il narratore fuoricampo non avrebbero funzionato.

 

«Si capiva che all’Ottilia piaceva far conversazione così, per salti e digressioni»:pare una spia per comprensione del suo testo: la sua scrittura, dal fraseggio ampio e mai barocco, ha un colore da cartone animato eppure chirurgico, preciso, l’andamento, per salti e digressioni, desiderale, pare un capriccio, frutto di montaggio: è un lavoro pianificato o si è lasciato andare a una matematica, quanto poetica, caotica ispirazione?

Il nostro vivere è fatto così, per quanto cerchiamo di organizzarlo e canonizzarlo: siamo vittime di un narcisismo da pianificazione che ha come unico effetto quello di renderci ridicoli, anche se non ce ne accorgiamo. A un certo punto del romanzo, il narratore mediato Vilmer Gualtieri sgancia l’ipotesi che il nostro pianeta sia osservato da alieni molto progrediti che, seduti davanti ai loro terminali come davanti ad un documentario di Piero Angela, si chiedono perché in un ecosistema come quello terrestre, con evidenti tracce di vita intelligente – la capra, il cinghiale, il pesce sciabola, il bongo e il toporagno – si muova una minoranza di mammiferi confusi e irragionevoli – gli uomini – capaci solo di far danni. A cosa servono queste creature? Chiede un alieno. A niente, risponde un altro, ma ci fanno ridere. Ecco a cosa servono.

Su queste premesse, una storia ben pianificata sarebbe già in odore d’impostura. Più onesto, e più facile, seguire le vicende di questa minoranza di mammiferi fisiologicamente e involontariamente comici e registrarle come se capitassero nel momento esatto in cui le scrivi. E con la stessa esatta inconcludenza. Se la scrittura segue un procedimento, e non sono sicuro, l’unico procedimento è questo.

Premio Campiello 2019 – Intervista a Paolo Colagrande

«L’esperto che ha inventato la comunicazione è come quel primo uomo, tanti anni fa, che avendo recintato un terreno, dice: questo è mio, e trova delle persone abbastanza stupide da credergli»:da poco è scomparso una grande personalità del panorama letterario italiano, Nanni Balestrini, egli scriveva, in una delle sue ultime poesie, di non avere niente da dire e che comunicare è sempre imporre qualcosa. Qual è il fine della letteratura, secondo lei, raccontare o comunicare? O le due cose non sempre si escludono?

Il verbo comunicare sconta un malinteso linguistico ormai incorreggibile, una forzatura della sua stessa genesi. Comunicare vorrebbe dire rendere comune, aprire una visuale su di sé, una porta o una finestra, per chi vuole entrare o affacciarsi o sbirciare senza pretesa né obbligo di presenza o condivisione. Ma qualcuno ha inventato la comunicazione come categoria maiuscola e virgolettabile, e l’ha canonizzata come scienza, l’ha patologizzata in codici e processi, l’ha confezionata e venduta al dettaglio con istruzioni e avvertenze. La pianta selvatica è diventata una fragile pianta di serra, con proprietà vagamente allucinogene, impiegata in certe terapie di gruppo come la pubblicità e la campagna elettorale. Un punto di non ritorno.

Ma nell’invenzione della comunicazione c’è un innegabile vantaggio letterario: quello di alimentare il controsenso, che è la nostra vera dimensione, dove diventiamo parodia di noi stessi. La comunicazione obbligatoria ci rende partecipi di una farsa dove ciascuno è attore e spettatore. Si può fare molta letteratura su questo.

Balestrini, citato sopra, ha saputo rappresentare un’epoca e un pensiero senza nessuna strategia comunicativa, solo aprendo delle porte e delle finestre. E se qualcuno è entrato o si è affacciato è perché c’era qualcosa d’interessante da vedere. In questo senso il narratore (o il poeta) è un comunicatore. Ma un comunicatore involontario, perché non è questo il senso o il fine della letteratura, che si occupa semplicemente di noi, i mammiferi di prima, quelli scesi sul pianeta sbagliato, esseri sociali per elezione ma costituzionalmente comici ed incomunicativi, eternamente scampati a un diluvio.

 

«O forse è un Dio artista, creativo; il continuo, il definitivo non dialogano con l’arte: il continuo impoverisce, la rottura arricchisce»: mi pare riassuma alla perfezione il suo stile poco lineare. E d’altra parte la vita di Buttarelli è di continui inciampi e rotture. Mi viene da pensare alla creatività che si cela dietro e dentro i lapsus, gli atti mancati, e per me, che sono un freudiano, è una goduria leggerne. A proposito: tra le varie digressioni, spesso e piacevoli, sono quelle nel campo della psicologia (sto riassumendo il pensiero di Gualtieri che era un pensiero su base prevalentemente semiologica con una decisa deriva verso la psicologia evoluzionistica di scuola svizzera): ci dice qualcosa a proposito e come è nato il “caso clinico” Buttarelli?

Il caso Buttarelli non è più clinico di tutto gli altri casi che gli si muovono intorno. È significativo che Freud, a un certo punto dell’autobiografia, confessi di essersi trovato a un bivio tra letteratura e medicina, e alla fine di aver scelto la medicina. Non c’è umanista più autentico di chi si occupa di casi psichiatrici. E forse quel bivio non esiste. Io non ho nessuna competenza in questo campo, ma ho il vantaggio di aver delegato la storia a un narratore un po’ cialtrone, che può permettersi di esplorare qualunque campo del sapere senza vergognarsi: i risultati sono degli azzardi pseudoscientifici o parascientifici, come la “deriva verso la psicologia evoluzionistica di scuola svizzera”. Ed è opera sua anche il “meccanismo della specularità di origine neurobiologica” che rappresenta la vera fonte delle ossessioni di Buttarelli (fra cui il cefalopode Argonauta Argo, mollusco marino, e la direttrice scolastica Maribèl). A libro finito ho voluto, più per scherzo che per zelo narrativo, interpellare un amico neurologo che mi ha assicurato l’implausibilità di quel malessere, allo stato attuale della scienza. Ma non si sa mai, ha detto: nel cervello ci sono ancora tante aree inesplorate. Ecco, il ‘caso clinico Buttarelli’ riposa in una di quelle aree.

 

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«Che è un po’ il linguaggio dell’arte concettuale, della fontana di Duchamp e della merda d’artista. Esempi miei, non di Gualtieri.»: che rapporti intrattiene lei, la voce narrante, con l’arte contemporanea, e con la musica «si poteva anche pensare che all’Eustrella piacesse ascoltare Wagner o la fonologia della scuola di Darmstadt, o i 4 minuti e 33 secondi di silenzio di John Cage» e lei, Paolo Colagrande, a quali stimoli ha attinto, per la sua storia?

Con la voce narrante ho un rapporto di stretta parentela, dove si riconoscono tracce di una stirpe e di mondi che mi riguardano, ma non c’è identificazione perché è difficile guardarsi dall’esterno così bene da potersi raccontare. Non riuscirei a raccontarmi senza cedere alla tentazione di rappresentarmi migliore – o peggiore, o comunque più interessante – di quel che sono: difficile, diceva Groucho Marx, scrivere autobiograficamente senza riempire la pellicola di propri primi piani.

L’arte contemporanea è un contenitore troppo ampio per una stima unitaria: manca una visione storica, selettiva. Ma dell’arte cosiddetta contemporanea mi piace la consapevolezza di una propria fisiologica indegnità, la provocazione di un disallineamento di visuale che scardina gli stereotipi e al tempo stesso ti stupisce (se non ti stupisce non è arte, solo meccanico di disallineamento, senza espressione, che pretende di essere arte): tutti gli esempi citati mi stupiscono, compresi i 4 minuti e 33 secondi di John Cage. Tra scrittura e musica c’è poi un rapporto stretto e profondo, condividono sintassi, ritmo, fraseggio e, soprattutto, senso della narrazione. Anche l’accordatura: “Una lingua – dice Gualtieri – va là, la impari sempre, ma se poi manca l’accordatura, l’orecchio, la tonalità di base, è come non averla imparata”. Poi ci vuole una voce irripetibile, quella dell’autore-compositore. Volevo fare il musicista, invece scrivo.

 

Premio Campiello 2019 – Intervista a Paolo Colagrande

«Per dire che i genitori dovrebbero aver più fiducia nell’ente scolastico in genere e nel collegio»:ecco, la sua storia, per quanto bizzarra e fuori moda, è distopica nel senso che diceva Marcuse e parla dei nostri giorni pur collocandosi in un punto temporale che non è esattamente il presente. Che ci può dire, da scrittore, di questa benedetta alleanza tra i genitori e la scuola che si è interrotta?  E del rapporto tra lettori e libro?

Non mi sono mai liberato del terrore della scuola: sono stato cattivo scolaro di scuole severissime, da cui ho tratto una decisa tendenza alla malinconia. Neanche oggi, che sono genitore di scolari fortunatamente immuni da questo tipo di paturnie, riesco a entrare in una scuola senza avere sensazioni claustrofobiche, o parlare con un insegnante senza inibizioni o complessi d’inferiorità. E questo impedisce un approccio serenamente critico ai fenomeni. Nel romanzo La vita dispari il mio narratore dice: “non c’è niente che faccia più paura di una scuola, e non parlo solo per me o per mio zio Vilmer”. Infatti, parla anche per me. Ma credo che sia un malessere diffuso: tra scuola, studente, genitore, docente, c’è un originario ed insanabile difetto di meccanica, non c’è un elemento che si incastri con gli altri. L’antica alleanza tra genitore e scuola scontava i residui di un ideale perverso, così come l’(impossibile) alleanza tra docente e istituzione scolastica o l’(improbabile) amicizia tra studente e docente o tra studente e scuola. Ma la scuola resta necessaria: continueremo ad entrarci e ad uscirne, e a soffrire di questo rapporto contronatura.

Quanto ai libri, da lettore sembra tutto facile: sono sicuramente debitore di tutti i libri che ho letto, compresi quelli brutti, perché grazie a loro ho sperimentato e affinato un mio personale senso del gusto. Non c’è molta differenza tra la lettura di un libro e l’ascolto di un brano di musica sinfonica. L’una e l’altro pretendono un impegno, per gratificarti di un patrimonio d’idee e sensazioni. Per questo detesto la musica nei bar, nei ristoranti, nei supermercati... Da scrittore invece il rapporto tra lettore e libro è incomprensibile, diciamo pure consegnato al mistero: per quanti sforzi si facciano non esiste un meccanismo ideale di sintonia, una regola di apprezzamento. Meglio lasciare questa preoccupazione all’editore, che a volte sbaglia, incolpevolmente.

 

«Quel dramma di cui stiamo parlando, quello di Buttarelli che non si riconosceva in ciò che scriveva, e il suo chiedere aiuto era un grido di dolore»:Buttarelli è figlio di madre vedova poco propensa all’ascolto, con la quale più che parlare si scrive lettere, e che ritrova in Fulgenzio, l’ambiguo compagno della madre, una possibile guida paterna nella fase più delicata della sua vita di adolescente. Il suo romanzo racconta anche la mancanza che siamo e che spesso non vogliamo accettare. A chi pensava, a quale pubblico ideale, e cosa, quale mancanza, l’ha spinta a scrivere La vita dispari?

Non riesco a pensare ad un pubblico ideale. Si scrive mentre si riflette, e si scrive per capire meglio (“scrivo per capire quello che penso” è una frase di Gigi Malerba) e si scrive perché si ha voglia di raccontare. I personaggi, lo spazio e il tempo delle storie sono componenti chimiche di un magma di idee che si forma e si alimenta di giorno in giorno, senza metodo né disciplina, in ogni angolo della vita.

Ho difficoltà a risalire allo stimolo, alla cellula originaria che ha suscitato l’idea di un soggetto come Buttarelli, ma c’è un pensiero ricorrente, che si traduce in una domanda: perché viviamo con l’ossessione delle differenze? E perché di ogni cosa dobbiamo trovare il suo opposto? (Quindi due domande). L’uomo è per sua natura incompiuto e instabile, sfugge a qualunque geometria e non ha nessun rapporto con l’universo, o con il cosiddetto “tutto”, che è molto di più di due parti di un insieme. Da qui l’idea del dispari, di un animale pensante il cui cervello è però calibrato su un sistema che rifiuta le demarcazioni, i sistemi binari. Così nasce Buttarelli.

 

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«Non siamo un mistero, siamo solo un discorso che non riusciamo a finire, il discorso incompiuto di noi stessi, interrotto da un segnale di riserve alimentari basse»: quella di Buttarelli è una storia che fa molto riflettere proprio sul mistero della vita, e anche sulle piccole e grandi ingiustizie che ci tocca subire, egli, Buttarelli, è proprio la silhouette, per quanto dia un senso di leggerezza e ironia all’esistenza, di queste disgrazie vissute da quasi autistico, da un mondo alieno, distaccato, e nonostante tutto, grazie a lui e alla fenomenale voce narrante, lei è nella cinquina del Premio Campiello: se la sente di dirci qualcosa a riguardo?

La teoria del “discorso incompiuto interrotto da un segnale di riserve alimentari basse” mi sento di proporla, così com’è, alla comunità scientifica. La preoccupazione di sopravvivenza, stimolata dai neuroni della fame, è rimasta pressoché inalterata dalla comparsa dell’homo sapiens a oggi, e quei neuroni sono tanto più attivi nel nostro occidente sovralimentato. Forse bisogna partire proprio da qui per sondare quei misteri un po’ malinconici dell’uomo e della sua vita, che sono materia squisitamente letteraria.

Il Premio Campiello ha mantenuto integro nei decenni un proprio ideale di cultura indipendente da dinamiche commerciali o regole di tendenza ed è sempre autenticamente orientato sui valori letterari. Non è così scontato che un premio letterario si occupi specificamente di questo. Sono davvero felice che anche La vita dispari sia piaciuta alla Giuria dei Letterati. È stata una grande sorpresa, sarà un bellissimo ritorno.


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