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Premio Campiello 2019 – Intervista a Laura Pariani

Premio Campiello 2019 – Intervista a Laura ParianiDopo la candidatura al Premio Strega, Laura Pariani con Il gioco di Santa Oca (La nave di Teseo) giunge nella cinquina finalista del Premio Campiello2019.

Un romanzo storico sul Seicento, su un aspetto particolare di quel secolo, con protagonista una donna vestita da uomo che racconta la Storia dal suo particolare osservatorio, ma anche un libro che parla del nostro oggi e delle sfide che quanto sta accadendo torna a riproporci con sempre rinnovato vigore, e ancora un racconto sull’arte della narrazione e sulla sua importanza per la costruzione e il rafforzamento della memoria. Di tutto questo abbiamo parlato con Laura Pariani nell’intervista per il nostro speciale dedicato al Premio Campiello.

 

De Il gioco di Santa Oca Luca Doninelli ha messo evidenza la capacità di celebrare allo stesso tempo «la forza e la bellezza delle nostre esistenze individuali» e «la Memoria come grande alleata di questa necessità elementare». In che misura si ritrova in questa lettura?

La forza trasmessa dalle storie, anche piccole, che ci passano accanto e il valore della memoria… certo che mi ci ritrovo.

Un tempo, quando non scrivevo, ero convinta che scrivere fosse un’operazione che andava dal “dentro” (la propria interiorità) al “fuori”, che cioè lo scrittore riversasse e condensasse sulla pagina fantasie privatissime, riflessioni intime e sentimenti. Ora so che è il contrario, un’operazione che va dal “fuori” al “dentro”: il mondo palpita di storie possibili e io devo semplicemente aprirmi per farle entrare dentro me. Mi rendo conto che la mia idea di narrazione non è quella che va per la maggiore: oggi paiono vincenti libri o film in cui la voce dell’autore racconta in prima persona esperienze eccezionali o irripetibili, quasi volendo far credere che soltanto vivere in questo modo abbia un senso. Per me invece il romanzo resta un luogo dove si intreccia e si condensa una molteplicità di narrazioni che a volte possono arrivarmi anche da molto lontano;perché il passato non sta semplicemente lì dietro di noi, ma deve essere raccontato per diventare memoria.

 

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Nel 1652 Bonaventura Mangiaterra si pone a capo di una rivolta contadina partendo dal presupposto che non ci debbano essere differenze tra ricchi e poveri e tra uomini e donne. Ovviamente la rivolta trova l’opposizione del potere temporale e della Santa Inquisizione. Perché nel 2019 siamo costretti a ribadire queste posizioni che ancora una volta trovano opposizioni dure e difficili da scardinare? La storia ha fatto pochi passi avanti in questa direzione?

Ogni romanzo è materia porosa e permeabile al proprio contesto, e a questa “legge” non si sottrae Il gioco di Santa Oca, che riecheggia tragedie e lotte dell’oggi.

Mi è sembrato molto interessante che un capopopolo a metà del Seicento proclamasse la consonanza profonda tra la condizione dei “servi della gleba” e quella delle donne: “nuda vita” su cui si accaniscono i pregiudizi di chi detiene il Potere, “nient’altro che corpi” privi di diritti e sfruttati.

Che a proclamarlo poi fosse una donna, costretta dalle circostanze a travestirsi da uomo per parlare in pubblico e difendersi, non deve stupire: dai tempi di Antigone, la narrazione ha fatto delle donne il simbolo di una volontà collettiva di disobbedienza alle leggi ingiuste.

È necessario ribadirlo ancora oggi? Certo: di odio e pregiudizi gronda purtroppo il contesto in cui viviamo.

Premio Campiello 2019 – Intervista a Laura Pariani

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Molti critici hanno messo in evidenza come il romanzo sostenga anche una riflessione sull’arte del raccontare. Cos’è per lei la narrazione?

Scrivere romanzi è come vedere il mondo con gli occhi di un altro, sentirlo con altre orecchie: mettere te stesso in discussione e scontrarti con ciò che pensano e credono gli altri, con ciò che non hai mai creduto e pensato… John Updike diceva che scrivere è come guidare a fari spenti nella notte, con la strada che ti si palesa di volta in volta. E in effetti narrare una storia è procedere su una strada che non conosci e che ti riserva sorprese continue.

Per questo la figura di Pùlvara, la vagabonda, è centrale: è in cerca del senso della storia, mescola la Storia alle storie, parla “al plurale” cioè a nome dei “feriti dalla Storia” che non hanno avuto la possibilità di raccontarsi.

 

Questo non è il suo primo romanzo storico, con il quale si è rapportata per la prima volta nel 1995. Com’è cambiato il suo approccio al genere nel corso degli anni?

Penso che esistano due modi di intendere il romanzo storico: da un lato c’è quello che – come dice Kundera ne L’arte del romanzo – «esamina la dimensione storica dell’essere umano» e dall’altro il romanzo che si limita a essere «l’illustrazione di una situazione storica, la descrizione di una società in un dato momento, una storiografia romanzata». Quest’ultimo tipo di romanzo mi interessa ben poco, per una ragione molto semplice: si concentra non sugli individui ma sugli sfondi storici; o meglio, non è altro che una volgarizzazione di studi storici. Io credo invece che un romanzo abbia senso solo se dice quello che soltanto un romanzo può dire. In questo senso ritengo ancora I Promessi Sposi, su cui la mia generazione si è formata, un romanzo interessante.

Cosa intendo per romanzo storico interessante? È quello che interpreta e modifica la verità storica così come è narrata dai manuali e che, proprio perché disseminato di “finzioni” che l’autore sceglie di creare, rivela verità storiche con maggiore generosità della storiografia ufficiale. È questo tipo di romanzo che ha alimentato il dibattito degli ultimi decenni riguardo al fatto che ogni storia, nel momento che ci viene raccontata, è semplicemente una delle versioni possibili. La crisi della storiografia – l’idea che ogni storia sia finzione – ha avuto negli ultimi cinquant’anni il curioso effetto di creare interesse nuovo per la finzione come storia. Ciò regala allo scrittore di oggi una libertà inedita. Quello che fanno i narratori di oggi – perlomeno quelli che hanno cara la memoria individuale e collettiva – è «ricostruire la storia trasformandola», come direbbe Vargas Llosa. Sono d’accordo con quanto dichiara Pamuk: «La sfida del romanzo storico non è produrre un’imitazione perfetta del passato, ma raccontare la storia con qualcosa di nuovo, arricchirla e cambiarla con l’immaginazione, la sensibilità e l’esperienza personale». Ovvio che in questo senso Manzoni, con la sua distinzione tra “vero poetico” e “vero storico”, è un precursore: «...la poesia: sì, la poesia. Perché, alla fin fine, che cosa ci dà la storia? ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno: ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi; i discorsi coi quali hanno fatto prevalere, o hanno tentato di far prevalere, le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o su altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, han dato sfogo alla loro tristezza, coi quali, in una parola, hanno rivelato la loro personalità: tutto questo, o quasi, la storia lo passa sotto silenzio; e tutto questo è invece dominio della poesia.»

Premio Campiello 2019 – Intervista a Laura Pariani

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Per Il gioco di Santa Oca ha scelto come protagonista un personaggio femminile, Pùlvara, così come per il romanzo precedente, Di ferro e d'acciaio, sebbene si tratti di un romanzo ambientato nel futuro. C’è un filo rosso che lega queste donne?

L’operatrice Lusine H478 (nel romanzo precedente) e la vagabonda Pùlvara (in questo) sono simili nella volontà di lasciare testimonianza su una vicenda che la Storia Ufficiale vorrebbe mettere a tacere. In realtà Il gioco di Santa Oca e Di ferro e d’acciaio sono due libri sullo scrivere, che pongono domande come: Perché raccontiamo storie? Che rapporto c’è tra scrittura e mortalità?

Le due protagoniste infatti indagano entrambe su una morte violenta, vivono il dramma di chi sopravvive e non si capacita della differenza schiacciante e insensata tra sommersi  e salvati. In particolare, Pùlvara è una specie di Orfeo che torna nell’inferno del proprio passato per cercare una persona amata. Ma non è possibile aprire la porta del regno dei morti o, se ti riesce di aprirla, è solo per pochi attimi. Questo è il solo infinito che abbiamo, noi che lavoriamo con le parole, questi pochi istanti in cui riusciamo a schiudere quella porta.

 

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Come si sta preparando o si preparerà per la serata finale del Premio Campiello?

Con una relativa tranquillità: so che il mio romanzo è solido, con forti personaggi. Confido che il libro piaccia a chi ama farsi sorprendere da un buon intreccio; a chi ha il gusto per la pagina ben scritta; a chi ama i protagonisti che non si arrendono; e infine a chi condivide la speranza in un mondo più giusto e più umano.


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