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Premio Campiello 2017 – Intervista a Stefano Massini

Premio Campiello 2017 – Intervista a Stefano MassiniQualcosa sui Lehman (Mondadori, 2017) costituisce l’esordio narrativo di Stefano Massini, drammaturgo e regista teatrale fiorentino, che in questo libro torna a raccontare la lunga storia dei fratelli Lehman, già portata con grande successo sulle scene teatrali italiane e straniere come Lehman Trilogy.

Immigrati a New York dalla Baviera a partire dal 1844, i fratelli Lehman costruirono in pochi decenni un immenso impero economico e finanziario, destinato però a fallire nel 2008, evento che è considerato il punto di partenza della profonda crisi economica destinata a propagarsi da Wall Street a buona parte del mondo occidentale.

Il ponderoso romanzo è scritto sotto forma di ballata, quasi a sottolineare la grandiosità epica di questa complessa storia familiare, che attraversa un secolo e mezzo di storia americana e mondiale: ne abbiamo parlato con l’autore nel corso di questa intervista nell’ambito del nostro speciale dedicato al Premio Campiello, che vede Stefano Massini protagonista insieme agli altri finalisti in quest’edizione 2017.

 

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Lei ha iniziato a raccontare l’epopea della famiglia Lehman a partire dal grandioso spettacolo teatrale messo in scena per la prima volta in Italia nel 2015, la Lehman Trilogy, divenuta un fenomeno di culto anche all’estero. Come mai uno scrittore italiano si è appassionato così tanto a una vicenda tipicamente americana?

Quella dei Lehman in realtà non è una storia americana ma internazionale, visto che si tratta di immigrati tedeschi, oltretutto ebrei, che creano un impero commerciale che, di fatto, arriverà in tutto il mondo. È una storia che parte da origini ebraiche mediorientali, arriva in Germania, passa negli Stati Uniti e da lì si diffonde ovunque, perciò riguarda tutta l’umanità.

La ragione per cui l’ho scelta è davvero questa: credo ci siano delle storie che meritano di essere raccontate perché hanno un potere universale e ci raccontano il mondo in cui viviamo. Oggi trovo che tanta narrativa e tanto teatro si siano assuefatti al cosiddetto “buco della serratura” occupandosi di storie molto piccole e molto vicine. È vero che guardando il cortile di casa si può vedere il mondo intero, ma è anche vero che, in un momento come questo, in cui tutto il pianeta è interconnesso, sono saltate tutte le patenti di legittimità culturale e non è più plausibile che un italiano debba raccontare solo storie italiane, un francese storie francesi o un americano storie americane. Il fatto che il regista britannico Sam Mendes (vincitore del Premio Oscar per il film d’esordio “American Beauty”) abbia deciso di portare sulla scena la storia dei Lehman partendo dalla mia riduzione teatrale è un po’ la prova del fatto che i criteri di appartenenza siano saltati.

Premio Campiello 2017 – Intervista a Stefano Massini

Oltre che tipicamente americana, la saga dei Lehman è anche profondamente ebraica. Come è nato in lei, che non è ebreo, l’interesse che nutre da sempre per la cultura ebraica?

Nella storia della mia infanzia c’è l’amicizia profondissima dei miei genitori con una coppia della comunità ebraica di Firenze, di cui lui era collega di mio padre e lei insegnante nella scuola ebraica. L’amicizia era così stretta che andavamo a fare le vacanze insieme, oltre a tante altre cose: ho iniziato a frequentare il teatro assistendo alle rappresentazioni del teatro unito alla sinagoga.

Trovo che una cura di cultura ebraica farebbe bene a tutti gli italiani, contro il nostro tradizionale campanilismo: l’identità ebraica è molto forte, fatta di radici culturali, religiose e linguistiche, ma non è legata al territorio. L’ebreo è a casa sua ovunque, perché è abituato a non avere casa. Il modo talebano che ho io di vivere la parola, scrivendo senza riempire la pagina per sottolineare il valore delle frasi, credo mi venga dalla cultura ebraica, dove la parola è sacra, inviolabile e intoccabile.

 

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Quando ha deciso di pubblicare una versione romanzata della Lehman Trilogy, e perché ha scelto di darle questa particolare struttura di poesia narrativa, per la quale tra i critici si è parlato di poema omerico?

In realtà, io avevo scritto per prima cosa un testo molto lungo che non era rivolto al teatro, ma all’epoca ero solo un drammaturgo, per cui il primo approdo concreto di questo testo è stato una riduzione teatrale. Dalla collaborazione con un teatro parigino è nata la versione che è andata in scena e poi pubblicata come testo teatrale, ridotta rispetto a quel manoscritto originale che poi Mondadori ha voluto presentare come romanzo.

 

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Quindi, più che di testo omerico, dovremmo parlare di testo biblico?

È una bellissima domanda. A scuola avevo un’insegnante terrorizzata all’idea che la letteratura e la scrittura fossero destinate a morte precoce a causa della tecnologia, mentre oggi siamo in una società in cui tutto viene scritto e tutti scrivono: poi si può ragionare sulla tipologia di scrittura, più o meno compressa, ma la scrittura non è affatto morta. Dentro questa moltiplicazione di scritture, quello che secondo me è saltato è la distinzione fra le varie tipologie, perché oggi è tutto molto ibrido. Pensate al rap, in cui le parole vengono espresse in rima, cosa che si credeva ormai morta. Anche il giornalismo fa un uso dei propri spazi diverso che in passato, pubblicando veri e propri saggi e racconti sotto forma di articoli.

Io mi sono trovato con addosso un tipo di scrittura che era un monstrum in cui la materia trattata richiedeva, di volta in volta, stili diversi: romanzo, sceneggiatura, fumetto, canzone. Non è certo una cosa che ho inventato io: in Kill Bill Tarantino usa cartone animato, romanzo, saggio, manga, chanson de geste, creando un sistema narrativo complesso.

Premio Campiello 2017 – Intervista a Stefano Massini

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Ha intitolato il primo capitolo Luftmensch, un termine che si porta dietro un triplice significato. Da un lato c’è un richiamo esplicito agli “uomini dell’aria”, cioè a chi, come i migranti, non ha più radici e sta con i piedi sollevati da terra, ma anche a chi vive di espedienti e si arrabatta per sbarcare il lunario; dall’altro lato, secondo un’accezione più moderna, la parola rimanda a chi non ha un reddito e un lavoro definiti per mancanza di spirito pratico. Perché Henry Lehman può essere definito in questo modo? E che importanza ha far iniziare la storia dei Lehman con un Luftmensch?

Henry Lehman è figlio di un mercante di bestiame, viene da una famiglia in cui il padre ha sempre fatto quel mestiere, e all’epoca era difficile uscire dalle tradizioni di famiglia: pensiamo ai secoli di corporativismo nella storia italiana, alla mancanza di mobilità sociale, per cui il figlio del mercante faceva il mercante o il figlio del fornaio continuava a fare il fornaio. Henry scappa dall’Europa e arriva a New York senza la più pallida idea di cosa andrà a fare: il sogno americano è la possibilità che ognuno s’inventi la propria vita.

 

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Premio Campiello 2017 – Intervista a Stefano Massini

L’11 settembre 1844 alle 7:25 del mattino Henry Lehman sbarca nel porto di New York sul molo numero quattro. L’11 settembre 2001 tra le 7:15 e le 7:30 del mattino gli attentatori delle Torri Gemelle s’imbarcano sul Volo United Airlines 93. In entrambi i casi possiamo parlare di nuovi inizi per gli Stati Uniti, e sempre giunti dall’esterno. Lei crede nell’ironia della storia?

Quello che ho sempre detto è che, secondo me, questo libro parla del passaggio dell’umanità da un tipo di concretezza materica, quando si lavorava sulle materie prime come il caffè, il cotone, da cui i Lehman si allontanano per dedicarsi a cose meno concrete come la ferrovia, che non vedranno realizzata, e all’attività bancaria. La perdita di contatto con la realtà per me è la causa della grande follia collettiva che ha visto l’umanità, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, vale a dire dalla seconda rivoluzione industriale a oggi, umiliata e convinta a cibarsi sempre di più di chimere.

Il risultato finale è stato la creazione di una psicosi basata su paura e terrorismo, nata da cose totalmente scisse dalla realtà. Non stiamo assistendo a una lotta di emancipazione da un tiranno, ma solo a un’interpretazione oltranzista di una parola scritta, a sua volta opinabile, perché ci sono tanti islamici contrari a queste interpretazioni.

Quello che l’Isis chiama “occidente crociato” ha perso così tanto il rapporto con la realtà da essere oggi in qualche modo bersagliato e terrorizzato da un oriente che. a sua volta, professa una teoria di interpretazione di un dettato religioso scisso dalla realtà.

 

Come si sta preparando per la serata finale del Premio Campiello?

Io sono per definizione uno che sta lontano dall’agonismo. Non avevo mai scritto un romanzo prima di questo, che è arrivato nella cinquina del Campiello, perciò non ho parametri per capirlo. Mi sento in terra straniera, è una sensazione bella e appagante, ma la vivo con serenità perché per me è già molto gratificante essere arrivato fin qui.


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