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Premio Campiello 2016 – Intervista ad Andrea Tarabbia

Premio Campiello 2016 – Intervista ad Andrea TarabbiaDa Il demone a Beslan a Il giardino delle mosche (edito da Ponte alle Grazie), mi sembra di poter dire che il suo interesse principale si appunti sulla riflessione intorno al male e all’essere malvagi. Cosa l’affascina di questi temi e perché li ritiene importanti?

Mi interessa provare a entrare nella testa di chi fa o ha fatto delle scelte sbagliate, ragionando sui motivi di queste scelte. Se guardo ai libri che mi hanno formato, su cui si è costruita e si costruisce la mia educazione di lettore e di persona, vi trovo un elemento comune che potrei provare a spiegare così: essi guardano al mondo, alla realtà, da un punto di vista per così dire laterale, si mettono in un angolo e raccontano il mondo per come lo si vede da lì. Gettano sui fatti, sulle persone, una luce obliqua, guardano le cose da un punto di vista che a volte è deviato, altre volte semplicemente diverso; mi sembra che solo così si possano conoscere il mondo, le persone e i fatti: osservandoli da un punto di vista non frontale, in modo da cercare di coglierne delle sfumature, delle sfaccettature che la visione comune fatica o non vuole cogliere.

 

Anche nel nuovo romanzo a fare da sfondo a questa riflessione e alle vicende raccontate è la Russia comunista, sebbene in un momento storico diverso. Cosa la spinge a richiamare l’attenzione su questo Paese?

Ho studiato lingua e letteratura russa all’Università, ho passato molti periodi della mia vita a Mosca e Pietroburgo. Ho un grosso debito nei confronti della letteratura di quel Paese, perché ciò che è stato scritto in quel secolo fulminante che va dagli anni Trenta dell’Ottocento alla seconda guerra mondiale (grossomodo da Gogol’ a Bulgakov, per intenderci) mi ha insegnato a leggere, mi ha cresciuto e formato – e dunque, per certi versi, posso dire che i miei due libri principali, Il demone a Beslan e Il giardino delle mosche, insieme a una traduzione e curatela di Diavoleide di Bulgakov che ho pubblicato alcuni anni fa, siano una specie di saldo, di pagamento di un debito. Mi sento a casa nella letteratura russa, e dunque istintivamente è a lei che guardo.

Premio Campiello 2016 – Intervista ad Andrea Tarabbia

Ho anche subito, e subisco, il fascino dell’Unione sovietica, di quel progetto grandioso e fallito. Ogni volta che penso al mio rapporto con la Russia arrivo sempre a questa conclusione, che forse è banale: io credo che esista un solo posto nel mondo dove gli uomini siano stati in grado di produrre – nello stesso momento! – il massimo della bellezza e il massimo dell’orrore. Ci sono la servitù della gleba, lo zarismo più ottuso e la Siberia, e dentro questa catastrofe nasce Dostoevskij; c’è la carestia post-rivoluzionaria, la guerra civile, e ci sono Blok, la Achmatova, Esenin; c’è il terrore staliniano, Bulgakov non può pubblicare, è malato, eppure scrive e riscrive il Maestro e Margherita; i tedeschi assediano Leningrado e, mentre per strada si muore di fame e di malattie e lui è costretto a fare il pompiere, nei momenti liberi Šostakovič compone la sinfonia Leningrado, che viene suonata nelle strade della città mentre la gente mette sacchi di sabbia davanti alle porte. Ecco, questa è la Russia: il massimo della bellezza che nasce e si sviluppa dentro l’orrore.

 

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Andrej Čikatilo, il protagonista di Il giardino delle mosche, è indicato da molti come un sabotatore, ma di sé stesso dice: «fin dalla prima infanzia ho vissuto e lavorato e lottato per la nostra Grande Causa Comune». Ponendoci dal suo punto di vista, in che modo i suoi atroci delitti si inseriscono nel rispetto della causa comune?

È una cosa che lui ripeté spesso durante il processo, in parte come strategia di difesa e in parte perché ci credeva davvero: lui uccideva quasi solo prostitute, ragazzi di strada, vagabondi – che, da una parte, erano figure più facili da adescare ma, dall’altra, erano anche dei simboli: se il comunismo (in cui lui credeva) aveva promesso di dare un pezzo di pane e un lavoro a chiunque, l’esistenza di questi reietti era la prova tangibile del fallimento della Rivoluzione: lui dunque li eliminava, con l’idea di contribuire a costruire una società perfetta, giusta. È un paradosso vertiginoso, terribile. Ma anche molto affascinante.

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Le vittime di Čikatilo vivono ai margini della società comunista, quasi a rappresentarne la difficoltà a controllare tutto. Ritorna, almeno in parte, uno dei temi portanti anche de Il demone a Beslan, la lotta tra il centro che mira a uniformare tutto alle sue logiche, uccidendo chi non si adegua, e la periferia, intesa in senso lato. In questa prospettiva, Čikatilo è un simbolo del potere o è un “funzionario” che ha scelto di essere peggiore del padrone che ha deciso di servire?

Non si può considerare Čikatilo senza tenere conto che, al di là delle sua “funzione” e, se vogliamo, di una sorta di raziocinio con cui sceglieva le proprie vittime, egli è comunque un malato. Per usare l’immagine che lei propone, è un uomo di periferia che si pensa al centro: nei suoi deliri si immagina alla guida del Cremlino, crede davvero che la sua visione delle cose sia nel giusto, odia chiunque smantelli l’idea staliniana del mondo con cui è cresciuto. È più realista del re. Dunque, agisce, ma in questo suo agire giocano un ruolo decisivo, oltre che una visione politica, anche le sue turbe, la sua infanzia terribile, il suo disagio sociale.

Premio Campiello 2016 – Intervista ad Andrea Tarabbia

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Oltre alle vicende narrate e agli efferati omicidi, cosa racconta il mostro Andrej Čikatilo a noi lettori di oggi?

Racconta la storia di un Paese, e il fallimento dell’Idea su cui si è basato. Mi piace pensare che nel Giardino ci sia il ritratto di uno spicchio di Novecento. C’è un mostro, nel romanzo, ma c’è anche (e per me soprattutto) il suo rapporto con la Storia, e l’intreccio, perverso eppure reale, di questo mostro e di questa Storia. C’è anche il tentativo di entrare nella testa di questa “anima sbagliata”, di osservarlo da dentro e di restituire la sua visione del mondo con una scelta narrativa precisa: facendogli dire “io”. Vede, io non so se le capita, ma a volte, quando sono in treno o in metropolitana e osservo le persone che viaggiano con me, mi capita di pensare: chissà chi è, tra di loro, che picchia la moglie? Chissà chi, tra di loro, ha appena avuto un lutto? Chissà chi, tra di loro, è stato in galera? (Mi capita anche il contrario, ossia di pensare cose belle: chissà chi, tra di loro, si è appena innamorato o ha avuto la notizia che diverrà padre e madre? e così via. Ecco, il mio Čikatilo è questo: un uomo apparentemente normale che nasconde un abisso, come ognuno di noi ne nasconde uno. Io vi racconto il suo, che è un abisso molto più radicale di quelli nascosti dentro la maggior parte delle persone: non credo (anzi, spero proprio di no) che possiate riconoscervi in esso, ma forse, dentro questa radicalità e questa disperazione, potrete vedere qualcosa di molto piccolo che c’entra con tutti noi.

Premio Campiello 2016 – Intervista ad Andrea Tarabbia

Come si sta preparando alla serata finale del Premio Campiello 2016?

Non mi sto preparando. C’è questa cosa della cinquina, che è la cosa più bella che poteva capitare a me e al Giardino, e me la sto godendo. Tutto qui.


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