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Premio Campiello 2016 – Intervista a Elisabetta Rasy

Premio Campiello 2016 – Intervista a Elisabetta RasyLe regole del fuoco (Rizzoli, 2016), appena entrato nella “rosa” dei cinque finalisti del Premio Campiello, è il nuovo romanzo di Elisabetta Rasy, scrittrice che si dedica da sempre all’esplorazione dell’universo femminile non solo per mezzo delle opere di narrativa, ma anche con i saggi di argomento letterario, attraverso i quali ha analizzato la vita e l’opera di numerose scrittrici più o meno famose.

Questa volta affronta, sempre dal punto di vista delle donne,un tema che per tradizione è considerato rigorosamente “maschile”: quello della guerra, nello specifico il primo conflitto mondiale. Sappiamo che, pur tra morte e distruzione, il periodo bellico segnò un momento importante nella faticosa strada dell’emancipazione femminile, perché con la partenza degli uomini per il fronte si rese necessario affidare alle donne tutta una serie di lavori che fino a quel momento erano stati loro preclusi. Questo servì a spalancare davanti a loro nuovi mondi, aprendo possibilità che si sarebbero almeno in parte consolidate nel dopoguerra, quando sarebbero state chiamate a sostituire nelle attività produttive i combattenti morti o resi invalidi per sempre.

La guerra è dunque ciò che permette a Maria Rosa Radice, figlia di una ricca famiglia napoletana, di fuggire dalla gabbia dorata in cui vorrebbe rinchiuderla la madre, tra feste e incontri con pretendenti che lei giudica sempre insulsi, in attesa di farle fare un buon matrimonio.

Grazie ai buoni uffici di uno zio militare, Maria Rosa riesce a frequentare un corso per crocerossine e a partire per il fronte, raggiungendo un ospedale improvvisato in un paesino del Carso, nelle immediate retrovie del fronte.

Catapultata in un mondo che non avrebbe mai potuto immaginare, Maria Rosa si trova a convivere con i corpi devastati dei feriti, con il fango che si mescola al sangue che scorre a fiumi, con l’odore acre dei disinfettanti, degli escrementi, della cancrena. Eppure, in mezzo all’orrore, lei e le altre giovani donne che assistono gli ufficiali medici vivono una stagione di libertà, lontano dalle famiglie e potendo sottrarsi a tutti gli obblighi e le convenzioni che sono sempre state tenute a rispettare.

Maria Rosa stringe amicizia con Eugenia Alfeno, la sua compagna di stanza, che proviene da un piccolo paese del comasco ed è una ragazza completamente diversa da lei per nascita ed educazione. Se Maria Rosa non ha ancora preso in mano la propria vita e non sa come progettare il futuro, Eugenia ha invece le idee molto chiare, e possiede già una visione precisa di ciò che farà dopo la guerra: con l’approvazione del padre, studierà medicina, cosa ancora inconsueta per una donna.

Premio Campiello 2016 – Intervista a Elisabetta Rasy

Intanto, però, le due ragazze trascorrono alcuni mesi insieme, e la convivenza fa esplodere sentimenti del tutto inaspettati, creando tra loro un legame fortissimo.

Le regole del fuoco è un romanzo a due facce. È molto crudo e realista nella descrizione degli orrori della guerra, perché ci racconta senza eufemismi tutto quanto è passato sotto gli occhi di chi ha prestato servizio in quegli anni in un ospedale da campo, lottando in condizioni più che precarie per mantenere in vita una parte dei feriti, ma più spesso assistendo impotente alla morte della maggior parte di essi, non di rado tra atroci sofferenze.

D’altra parte, però, ci racconta anche con estrema delicatezza i sentimenti delle due protagoniste, seguendo il difficile percorso del loro legame, che avrà profonde ripercussioni sulle scelte successive di Maria Rosa.

Elisabetta Rasy ci consegna perciò una storia intima, delicata, senza alcuna concessione a possibili volgarità o a eccessivi sentimentalismi. La sua ambientazione nel periodo bellico la rende però interessante non solo per le lettrici, da sempre destinatarie naturali dei libri della Rasy, ma anche per i lettori, ai quali Le regole del fuoco mostrerà un lato meno glorioso e virile della guerra, e tuttavia imprescindibile dalla sua essenza.

Abbiamo colto l’occasione della sua inclusione tra i finalisti del Campiello 2016 per porre qualche domanda a Elisabetta Rasy.

 

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Leggendo il suo romanzo si ricava l’impressione che il periodo bellico che descrive sia stato, pur con tutti i suoi orrori, un momento di libertà per le donne. È così?

Gli storici hanno sottolineato che proprio durante la Grande Guerra per la prima volta le donne si sono trovate a svolgere lavori fuori dalle pareti domestiche, e spesso tipicamente maschili (conduttrici di tram oppure operaie, per esempio). Ma credo che più in generale i momenti di emergenza, quando l’ordine tradizionale per un po’ viene sospeso, siano stati favorevoli, nel corso della storia, ai mutamenti della condizione femminile nel senso di una maggiore libertà. Nel caso delle protagoniste del mio libro e delle loro compagne infermiere volontarie, se ognuna di loro aveva un suo particolare motivo per impegnarsi nella guerra, certo è che in tutte c’era un desiderio di sperimentare una nuova libertà e di vedere il mondo, come dice uno dei miei personaggi, «da un angolo diverso da quello del salotto di casa». Naturalmente il mio è un romanzo, dunque i personaggi sono frutto dell’immaginazione, ma prima di dedicarmi alla stesura del testo io mi sono ampiamente documentata su lettere e testimonianze d’epoca relativi alle infermiere in guerra.

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Il fatto di dover sostituire, in molti settori occupazionali, gli uomini richiamati al fronte, ma di dover tornare alla precedente situazione di esclusione al termine del conflitto, è servito alle donne come presa di coscienza delle loro possibilità, oppure le ha indotte alla rassegnazione?

Ci sono storie e storie. È vero che per molte, finita quella emergenza, c’è stato un ritorno alla situazione precedente, e che questo da molte è stato accettato senza proteste o apparenti rimpianti. Ma io credo che anche in loro sia rimasta se non altro la traccia di quella libertà come il possibile germe di una libertà futura, magari per le nuove generazioni delle loro figlie. D’altra parte la storia femminile del Novecento ci dice proprio questo: che tra passi avanti e passi indietro c’è stato comunque un percorso di emancipazione, di acquisizione di diritti e di libertà. E questo percorso ha avuto delle esperienze fondatrici: sicuramente la presenza femminile in luoghi tradizionalmente preclusi alle donne durante la Grande Guerra è stata una di queste. Spesso nel mondo femminile c’è stata una presa di coscienza e un desiderio di cambiamento che non si sono potuti trasformare immediatamente in realtà, ma che hanno dato i loro frutti nel futuro.

 

Cosa poteva sapere di rapporti omosessuali una ragazza – ma in fondo anche un ragazzo – dei primi del Novecento? E cosa poteva comportare scoprire di sentirsi attratti da una persona del proprio sesso?

Sapere, credo, proprio nulla. Ma la storia che io racconto è una storia di sentimenti: del bisogno umano di tenerezza e amore anche nei momenti più bui quando tutt’intorno non c’è che devastazione. Nell’amicizia tra le mie due protagoniste c’è un’attrazione basata soprattutto sulla diversità ma anche complementarità dei loro caratteri. Il libro è anche un romanzo di formazione, basato sulla potenza di un incontro tra due esseri umani molto differenti tra loro.

Premio Campiello 2016 – Intervista a Elisabetta Rasy

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Dalle pagine del suo romanzo sembra che la prima guerra mondiale sia stata vissuta con maggior partecipazione dagli abitanti dell’Italia settentrionale rispetto a quelli del Sud: la Napoli che lei descrive sembra vivere come se la guerra non esistesse. Sono sensazioni che ha ricavato dai ricordi tramandati nella sua famiglia?

Forse è una suggestione personale. Come accenno anche nel romanzo, io avevo due nonne: una veniva da un piccolo paese di campagna romagnolo e mi parlava sempre della Grande Guerra con mille racconti e storie; l’altra invece, la nonna napoletana, non ne parlava mai, e soprattutto sembrava più concentrata sul suo mondo che sulle vicende storiche. Però non voglio generalizzare. Inoltre la Grande Guerra fu combattuta da moltissimi poveri fanti del Sud, la gran parte dei quali morirono sul campo di battaglia. Quindi non si può certo dire che ci sia stata minore partecipazione dei meridionali. Però i luoghi consacrati alla memoria del conflitto sono a Nord, e questo certamente conta.

Premio Campiello 2016 – Intervista a Elisabetta Rasy

Come critica letteraria, lei ha analizzato vita e opere di molte scrittrici. Quali sono le autrici contemporanee che trova maggiormente interessanti in questo periodo?

Tendo a non fare liste o nomi, perché se ne dimentica sempre qualcuno e questo mi sembra ingiusto. Inoltre io ho dedicato molta attenzione critica a quelle che sono le madri storiche, per così dire, della scrittura femminile nel Novecento, anzi ho dedicato loro anche un libro, Memorie di una lettrice notturna: si va da Edith Wharton a Jamaica Kincaid, e la lista è lunga e comprende donne di molti Paesi e con differenti personalità, dalla Cveateva alla Ortese, da Carson McCullers ad Alice Munro, dalla cinese Zhang Ailing alla Szymborska e tante altre. 

 

Come si sta preparando alla serata finale del Premio Campiello 2016?

Incrociando le dita. Ma soprattutto con molta allegria e con gratitudine: è un premio bello e importante in una città che adoro, sono onorata di essere nella cinquina dei finalisti e molto felice di questa imprevista gita in laguna.


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