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Premio Campiello 2014La fabbrica del panico, pubblicato da Feltrinelli, è dedicato, oltre a suo padre, anche agli operai del reparto aste della Breda fucine, per quale ragione?

Mio padre è stato operaio in Breda. Quando sono nato per lui la fabbrica era un ricordo, ma un ricordo indelebile, presente nei suoi quadri, nella pittura praticata con la stessa energia, gli stessi orari, le stesse scarse risorse della fabbrica. Un ricordo che tornava a vivere in occasioni di cene, camminate, durante le quali raccontava con tristezza la gioventù che se n’era andata in fabbrica. Volevo raccontare la sua storia, la storia di un uomo fuggito dalla fabbrica per diventare quello che aveva sempre voluto essere, un pittore. Volevo renderla collettiva, affiancarla a storie di altri uomini segnati come lui dalla fabbrica. Quando ho conosciuto gli operai che hanno fondato il Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio di Sesto San Giovanni ho capito che l’alter ego di mio padre doveva essere Giambattista Tagarelli, operaio al reparto aste della Breda fucine dal 1973 al 1988, co-fondatore del Comitato, ucciso dall’amianto. Il protagonista del romanzo nasce dunque dalla fusione di queste due rappresentative figure della classe operaia.

 

Che cosa ha portato nella storia della sua Valtellina?

«La gente dice: la montagna confina con il cielo. Non dice mai: la montagna confina con l’inferno. Perché?» si chiede Thomas Bernhard in Gelo, romanzo d'esordio. La mia Valtellina è un luogo dell'anima che affonda le radici nella narrativa di montagna – nel freddo, nella follia e nel suicidio, nella solitudine. Ho cercato di portarmi dietro il meglio di quella narrativa di cui Bernhard è maestro, e che nella montagna è forgiata: da La passeggiata di Robert Walser a Infelicità senza desideri di Peter Handke. E l'ho portata con me in pianura, dove ha incontrato Tempi stretti di Ottiero Ottieri, Memoriale di Paolo Volponi e La vita agra di Luciano Bianciardi.

 

Ci vuole coraggio a riprendere il tema della fabbrica in un romanzo contemporaneo, il rischio è di essere etichettati per facile propaganda. Entrando nella storia si trovano invece distanze prudenti dalle bandiere politiche, riversando così energie nella modestia del giudizio e nell’intimità dei rapporti. Non sono vicende consolatorie, non vogliono per nulla coccolare il lettore, e allo stesso tempo presentano la realtà, densa e privata. Le interessano i rapporti umani che si instaurano nella fabbrica e nell’indotto emozionale della fabbrica. Perché?

Ho scritto La fabbrica del panico perché sentivo l'esigenza di un racconto che il mercato editoriale non offriva più e per ricostruire la mia storia, la storia della classe operaia, in questi anni negata, censurata. Nel farlo ho cercato di attenermi a uno statuto di necessità restituendo la distanza emozionale delle cose vissute. La fabbrica del panico è una dichiarazione di appartenenza, di internità alla classe operaia. Nasce dalla necessità di raccontare un elemento dimenticato della realtà. Dare voce alla classe operaia in un romanzo vuole dire raccontarla dall'interno e non in termini agiografici o astratti. Non era mia intenzione omaggiare la figura di mio padre fuori contesto, ma riconoscere il tributo della classe operaia all'economia di mercato che, fagocitando se stessa, è più che mai forza annichilente di corpi e menti vendute, massacrate in fabbrica o nello sfruttamento clandestino, ultima frontiera di un precariato diffuso che con i suoi sentimenti di incertezza fa ammalare e consuma.

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Stefano ValentiLa giustizia si interseca con l’amianto. La mancanza di chiarezza in certi rapporti, la mancanza di tempo, la mancanza di sintassi complicate a descrivere le complicazioni della vita dei personaggi, la mancanza di emozioni perse per sempre. Un autore, lei, che sviluppa una certa attenzione verso ciò che manca. Che cosa manca alla giustizia per fare giustizia vera alle morti di amianto?

Mio padre è rimasto un anno coricato a causa di un tumore che poi l'ha mandato all'altro mondo. Era ridotto uno scheletro. So bene cos'è la morte naturale e la trovo una cosa tremenda. Infatti chi la subisce, sebbene fatichi a comprendere, è ancora attaccato alla vita ed è una cosa tanto spiacevole a vedersi che diventa difficile parlarne. La vita e la morte sono in genere processi del tutto naturali e come tali dovrebbero essere accettati. Ne La fabbrica del panico racconto un processo niente affatto naturale. La morte industriale. Una morte inaccettabile. Fin dal 1974 – sulla base dei rapporti dello Smal (Servizio di medicina preventiva per gli ambienti di lavoro) e delle Usl che facevano controlli nelle fabbriche (alla Breda Fucine in particolare) – era noto che l’amianto fosse nocivo. Lo Smal redigeva rapporti sulle sostanze cancerogene usate nei processi produttivi che consegnava alla direzione aziendale della Breda Fucine, al consiglio di fabbrica, all’assessore alla sanità, all’ufficiale sanitario, all’ispettorato del lavoro, all’assessorato regionale alla sanità, al servizio sanitario aziendale, a Cgil, Cisl, Uil e alla Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici), come riportato in calce al libro Operai carne da macello (reperibile su internet). Ne erano a conoscenza tutti tranne gli operai. In questi anni comitati, associazioni, sindacati di base, hanno organizzato convegni pubblici, attività di informazione e controinformazione rilanciando la pericolosità di molte organizzazioni produttive. Queste iniziative hanno consentito di comprendere come nell'economia di mercato la tutela della produzione, e quindi il conseguimento del massimo profitto economico, abbia anche la massima considerazione a detrimento del benessere di uomini e ambiente. Queste considerazioni dimostrano che la tutela della vita e della salute dei lavoratori non può essere delegata ai tribunali ma deve tornare patrimonio comune.

 

Ma lei è un traduttore, perciò la precisione della lingua rappresenta il suo pane quotidiano. Come si è rapportato, scrivendo il romanzo, con la mancanza e la precisione? In altre parole, se, da un lato, ha cercato come uno scultore di togliere per trovare l’essenza, e, dall’altro lato, per deformazione professionale, è stato costretto a cercare la precisione nel periodare, come è riuscito a definire il giusto equilibrio?

È necessaria una sintassi concisa per raccontare morte e dolore. Non c'è contraddizione tra mancanza e precisione, concetti conseguenti. Mentre elaboravo La fabbrica del panico traducevo per i Classici Feltrinelli Germinale di Émile Zola, testo fondativo della narrativa sociale, romanzo in cui l'asciuttezza del testo nasce dalla profonda conoscenza del tema trattato, dalla precisione nell'utilizzo dei termini, dalla ricerca. Per prepararmi alla stesura de La fabbrica del panico ho consultato decine di romanzi, di studi critici. Credo che l'equilibrio di un romanzo nasca dalla dedizione al tema.

 

Come si sta preparando alla serata finale del Premio Campiello 2014?

Sono molto felice del Premio Campiello Opera Prima, tanto più felice perché credo che con questa decisione la giuria abbia voluto premiare una tendenza nella produzione narrativa italiana: la narrazione sociale –  narrativa d'inchiesta o romanzo civile – una forma di narrazione che conferisce nuovo valore al romanzo e al racconto, un racconto che tenti di colmare il vuoto lasciato dall'informazione giornalistica e dalla narrativa commerciale uniformate al mercato. La narrazione sociale racconta le storie che non hanno voce.

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