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Premio Campiello 2014 – Intervista a Monica Guerritore, Presidente della Giuria dei Letterati

Premio Campiello 2014Monica Guerritore e il Premio Campiello: il rapporto che la lega alla letteratura e alla cultura è stato riconosciuto anche a livello istituzionale. Come pensa di coordinare il lavoro degli altri giurati? Ha già in mente qualche indicazione?

Nella prima riunione ascolterò le personalità che compongono la Giuria per individuare con loro la procedura più "aperta" da adottare al tavolo delle riunioni.

 

La letteratura ha sempre giocato un ruolo di primo piano nella sua carriera teatrale: da Shakespeare a Bergman passando per Strindberg, Omero e Cechov, solo per citare alcuni nomi. Cosa può dire la letteratura oggi? Ha ancora il potere di trasformare l’io di chi legge?

La potenza del racconto, della narrazione è data dal processo interpretativo che è, allo stesso tempo, di chi scrive e di chi accoglie: non per farsi trasformare ma per vedere o rivelare altre forme non viste. Parafrasando Keats considero un’opera d'arte quell'opera letteraria «che trasforma il racconto in esperienza». L'importanza di questo processo alchemico si può definire «la valle del fare Anima» e questo è vero con le grandi opere del passato come con quelle contemporanee. Un solo esempio: Stoner di John Williams. La flebile e delicata voce del Professor Stoner arriva a noi e ci consegna, ancora oggi a distanza di anni e senza alcun battage pubblicitario, la testimonianza di una personalità mite e riservata. E ci commuove. Per meglio dire commuove una parte di noi alla quale lui sussurra. E che attraverso quel racconto si sente rappresentata. Rivelata.

 

Qualche anno fa, ha portato in scena Madame Bovary. Ricordo una lotta piuttosto cruenta che il suo personaggio sosteneva con Madame Bovary per liberarsi di lei, che, invece, le si aggrappava alle gambe. Crede sia possibile liberarsi di Emma?

Ricorda bene.. era una lotta con quella parte del femminile ancora impastato dei colori e dei movimenti emotivi dell'Ottocento che tanto bene sono rappresentati in Emma Bovary e che ancora compongono la nostra "biografia immaginaria". «Inseguiva il peggio della letteratura dell'epoca» scrive Flaubert, e questo dice quanto lui stesso la radichi nel suo tempo implicitamente disprezzandola per la sua inconsistenza, per la sua assenza di personalità autonoma ma solo "riflessa". C'è un momento che è poco rilevato dalla critica ma che almeno ai miei occhi spiega in modo bruciante il perché della potente presa che la sua figura ancora ha. È il momento della nascita del figlio.

Flaubert chiude il capitolo del parto con queste scarne righe:

«È femmina» le venne detto.
E Emma svenne.

La sola idea di un’altra donna fatta così come era stata creata lei, succube di se stessa, del suo tempo e della sua non-identità, in balia di quelle emozioni che Citati descrive come «un pianoforte di colori» è insopportabile. E qui nasce la pietas...

 

Giovanna D’Arco e Teresa D’Avila sono i due personaggi femminili con i quali si è confrontata ultimamente sia come attrice sia come autrice e regista. Entrambi caratterizzati da una contraddizione lacerante tra l’amore per il terrestre e l’anelito verso il divino. Quali insegnamenti possono trarre le giovani donne del nostro secolo dal confronto con queste due personalità forti e tragiche, al tempo stesso?

Io non leggo contraddizione tra amore terreno e amore per il divino in nessuna delle due donne, mentre esiste, secondo me, una grande diversità tra le due figure: Teresa D'Avila, una giovane ignara dell'aspetto spirituale dell'esistenza attraverso la forzata solitudine, quasi una costrizione dei sensi, abbandona nella sua estasi il corpo fisico per entrare in una dimensione "altra". Inizia così con l'ex-stasi (fuori da sé) la percezione di Dio e della sua immensa gioia e luce, quasi una descrizione "atomica" delle particelle luminose di Dio che permeano la sua intera sfera... Al contrario, non c'è "ex-stasi " in Giovanna d'Arco che incarna, proprio nel senso etimologico del termine, "mette dentro la carne" il mondo triplex preconizzato da Giordano Bruno: Corpo-Mente-Anima. La sua intima certezza crea in lei, nel suo corpo, nel suo cuore, nella sua mente, una fonte inesauribile di energia fisica e psichica. «Dio è in me ed io ascolto dentro di me la sua voce», questa affermazione di Giovanna è inaccettabile per la Chiesa del tempo che è interprete unica della voce di Dio, e per questo viene messa a morte . Il De Immenso di Bruno, dopo più di 100 anni, metterà in scritti meravigliosi quell'avventura che lei non aveva possibilità di descrivere con tanta arte:

«È la mente che ha  ispirato il mio cuore con vivida immaginazione
e che si piacque di infondere ali alle mie spalle,
e di trasportarmi il cuore ad una meta prestabilita da un ordine eccelso
per cui è lecito sprezzare la fortuna e la morte.
Si aprono arcane porte e si spezzano le catene che solo pochi varcarono
e da cui solo pochi si sciolsero.
Così io sorgo impavido a fendere con le ali l’immensità dello spazio.
»

(Corpus Iconographicum, Adelphi)

Le donne e gli uomini del nostro secolo possono trarre forza interiore dalla conoscenza di queste vite luminose. Ci sono esperienze straordinarie che la Letteratura e l'arte dell'interpretazione tramandano per rinnovarne il senso negli esseri umani che le ascoltano o leggono.

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Monica GuerritoreUno dei suoi ultimi spettacoli è Mi chiedete di parlare, incentrato sulla figura di Oriana Fallaci: «Mi sono sentita fuori posto. Nel tempo la solitudine mi è diventata necessaria». L’auto-isolamento come reazione al rumore del mondo?

«...il solo modo per sfuggire a tutto ciò che considero falso, volgare, brutto…». C'è una doppia accezione che è esplicativa della mia interpretazione di Fallaci, di cui ho scritto la drammaturgia: Fallaci non sfugge al mondo rumoroso (di cui è stata forse una delle principali protagoniste), ma alla sua volgarità intesa come mancanza di studio e struttura intellettuale e letteraria (è stata una grande raffinata e perfezionista scrittrice, anzi scrittore!), cosa diversa da Oriana che si è reclusa nel suo appartamento di New York nascondendo al mondo l'altra sua identità («non stiamo parlando di me, stiamo parlando della Fallaci»), un’intimità mai svelata, «le cose dentro di me, quelle mie, cercavano riparo».

 

Attualmente, è in scena nel musical End of the rainbow, in cui interpreta Judy Garland. Cosa c’è alla fine dell’arcobaleno?

Quiete.

 

Cos’è, secondo lei, il talento? Nell’epoca in cui tutto è spettacolarizzato nella forma dei talent show, c’è ancora posto per il talento?

An-lagen, in fisica sub-atomica, è il termine che descrive il potenziale della cellula, quello che diventerà. È questa per me l'immagine del "talento". Ed è con il tempo che bisogna onorare quel potenziale, difenderlo, dargli forza e struttura. Qualunque esso sia, va temprato. Il talento è in ognuno di noi, è innato e rappresenta la nostra essenza, il nostro dovere nel mondo. Io ho cercato di tenerlo al riparo dall’aggressione di un vocabolario e di una scenografia fatti di parole e immagini inquinate dalla rapidità, dall'immediatezza che non lascia il tempo di rivelare, svelare "quello che sta dietro", lo spessore, la profondità.

L'immediatezza di questi anni diventa volgarità quando pensa che per comunicare, per esprimersi (in ogni talento) ci voglia solo lo Choc, l'Urto, l'Impressione e non lascia il tempo per l'Aura, l'Unicità, l'Incanto (W. Benjamin). A questi anni io ho ceduto di me il minimo indispensabile con una sensazione crescente di estraneità, ma ho permesso al mio talento di crescere e svilupparsi. Con il tempo. È il mio unico consiglio.

Cosa sta leggendo in questo periodo? E una domanda forse un po’ scontata: cosa fa quando le capita tra le mani un libro che non le piace? Va fino in fondo, o, come vorrebbe Pennac, si avvale della libertà del lettore d’interrompere la lettura?

Ah ..ah.. grande Pennac! Ho appena finito di leggere Furore di Steinbeck. Una riedizione integrale con una bellissima traduzione di Sergio Claudio Perroni che rianima il romanzo. La parola è tutto. D'altronde, come diceva Carmelo Bene, «Questa collina mi è sempre piaciuta» non è la stessa cosa di «Sempre caro mi fu quest'ermo colle»!

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