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Premio Campiello 2014Che storia racconta La voce degli uomini freddi, edito da Mondadori e finalista al premio Campiello?

Questo libro è la storia dei miei paesani uccisi dal cinismo del Vajont. La storia di un popolo, quello dei paesi di Erto e Casso. Un popolo tranquillo, forse non felice, perché nella fatica e nelle tribolazioni è difficile essere felici, ma sicuramente sereno. Un giorno sono venuti qui, gli hanno confiscato tutto, gli hanno rubato la terra, li hanno cacciati via, hanno fatto la diga, gli hanno rubato l’acqua, li hanno uccisi. Ecco, in questo romanzo cerco di raccontare tutto questo toccando anche temi attuali, come la privatizzazione dell’acqua, la prevaricazione sulla gente. Alla fine chi li ha uccisi se n’è andato impunito. All’interno c’è la metafora del sogno, del mito della città, il tema della ricchezza legato a quello del tradimento. Da chi viene tradita infatti, la montagna, se non dal montanaro stesso! Se oggi si guarda in giro, tra le Dolomiti, dove i vecchi montanari avevano le mucche adesso hanno la Ferrari parcheggiata nella stalla. Anche in questo romanzo chi ha tradito la sua gente è stato uno che è partito dal paese, è andato in città, ha fatto i soldi e poi la montagna, cinico e spietato com’è, l’ha tradita lui.

 

La voce degli uomini freddi esplora le ostilità che la natura presenta a persone che vivono nelle alture sempre innevate, ma, come abbiamo imparato da sempre nei suoi romanzi, le situazioni più difficili rafforzano, affinano le abilità degli umani, rendendoli versatili e umili. Le iniziali ostilità divengono ricchezze interiori, opportunità di miglioramento. Vero?

La natura è sempre nemica. Ma non perché è cattiva, ma perché fa il suo corso. Si stiracchia, sbadiglia, spazza via. Noi tendiamo a umanizzare le cose e gli animali, è qui il problema. Allo stesso modo la montagna, non è scuola di vita: se uno è un farabutto, un cinico, non è che scalando l’Everest tutte le mattine può redimersi. La montagna è così, siccome è grande e potente, quando si scatena può uccidere. Quando nevica, ad esempio, rischi di vederti seppellito di neve, di morire congelato, ma nel complesso siamo noi che, con la montagna, tendiamo a fare errori di sopravvalutazione, di vanità, di orgoglio e di presunzione. Le ostilità ci rafforzano, certo, ma questo non significa che si debba forzare la mano con la natura. Io ho scalato tutta la vita, ma ho più rinunce che vittorie. C’è solo un aspetto, ed è che nessuno scrive delle proprie rinunce, pochi ne raccontano, per questo pochi sanno che la vita è fatta in gran parte di rinunce.

 

A una prima lettura, il solco letterario e visivo di Mario Rigoni Stern ha influenzato la sua scrittura e le sue storie, eppure, con la lente d’ingrandimento più attenta, lei ha fatto un passo ulteriore nell’ultimo suo romanzo: la malinconia diventa fiducia, la magia della natura si trasforma in magia del saper vivere per costruire un futuro migliore nella propria comunità. Elementi presenti anche in Rigoni Stern, ma che lei sembra avere deciso di ribadire, di sottolineare.

Eh, lei vuol parlare del mare… Parlare di Mario Rigoni Stern è come parlare del mare, sarebbe un discorso troppo lungo, come parlassimo di Joseph Conrad, Herman Melville, Francisco Coloane, Omero. Ma siamo così diversi, Mario Rigoni Stern è uno scrittore dolce e sottile, mentre io rimango impulsivo, a volte arrogante e acuminato, perciò non so quanto in realtà si veda nel mio stile questo solco letterario. Ecco, a proposito di influenze, le dico una cosa: quando Macedonio Fernandez, che fu maestro di Jorge Luis Borges, venne accusato di plagio da amici/nemici disse: «Sentite, ma cosa volete da me? Non lo sapete che il mondo, la vita, sono un continuo ripetersi, per cui non è il secondo autore che si macchia di plagio, bensì il primo, e da lì non si esce». Allora o smettiamo di fare tutto, anche l’amore, oppure ci si rende conto che si maneggia sempre la stessa materia. Forse in questo posso permettermi di vedere una vicinanza con il mio amico Mario Rigoni Stern, nel fatto che maneggio una materia simile. Ma per il resto credo di essere semplicemente molto diverso da lui, e non mi interessano questi paragoni. Io so che non scrivo buoni libri, però ne vendo molti, e questa per me è già una buona cosa. Un giorno, e cito ancora Macedonio Fernandez, parlando di uno dei suoi libri disse a Borges: «Questo libro non ha successo», rispose Borges «Lo so, non è un buono libro», e Fernandez: «So che non è un buono libro, perché un libro che non ha successo non può definirsi un buon libro». Per cui io so che non scrivo buoni libri, ma non mi interessa passare alla storia della Letteratura, anche perché mi interessa di più la Geografia.

 

Eppure lei è uno che vende molto. Ha venduto milioni di libri. Dunque lei fa anche dei buoni libri.

Ho venduto più di tre milioni di copie, e questo per me è già un traguardo molto gratificante, il resto non mi interessa. Io sono uno che ha fatto anche dei libri, forse morirò scrivendo libri, ma chi lo sa? Per il resto mi attengo solo ai fatti, i giudizi li lascio agli altri. Anche per il Campiello sarà così.

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Mauro CoronaA proposito di difficoltà poste dalla natura e capacità, o incapacità, di costruire un futuro migliore, lei che ha vissuto da vicino lo scandalo del Vajont, causato da uomini crudeli che hanno messo il profitto davanti a tutto, che ne pensa della questione emersa nelle scorse settimana a proposito del Mose di Venezia?

Sa cosa penso? Che l’ironia del Mose (ma potremmo dire lo stesso anche dell’Expo, della Tav) è che non conta nulla. Il Mose non serve a nulla. Come si può pensare di circoscrivere e contenere il mare con 300 metri di paratoie? Si sono spesi cinque miliardi e rotti di euro, forse di più, ma solo perché in molti avevano capito che c’era da mangiarci attorno. Perché l’uomo è una carogna, io l’ho definito il feroce idiota. Se fosse feroce e intelligente potrebbe anche essere un bene, ma quando ci troviamo circondati e governati da feroci idioti, Dio ci salvi! Mi chiedo, possibile che ora siano tutti puliti? Fin dai tempi di Mani Pulite è così, e sono sempre gli stessi, e sempre tutti si dicono puliti e innocenti. Ma non credo che in Magistratura ci siano dei cretini. Mi viene il ribrezzo!

 

Come se ne potrebbe venir fuori, secondo lei?

Credo che non ci sia soluzione se non con la creazione di un uomo nuovo. Nel senso che devono essere le mamme e i papà a crescere dei figli senza ambizioni e senza certi sogni fasulli. Se uno guarda una partita in Tv e grida “sporco negro” a Balotelli quando gioca, il bambino crescerà con l’idea, fasulla, che i negri sono sporchi. Quando il bambino sente il papà che aspira all’automobile da 50mila euro non potrà far altro che crescere con questo bisogno di orpelli e farà di tutto per averli. E quando non ci riuscirà con la lealtà ci proverà con la disonestà. Bisogna rendersi conto che la vita è come scolpire, bisogna togliere per vedere. Non servono vestiti firmati, ma serve solo senso di responsabilità, prima di tutto nei confronti dei propri figli.

 

Tornando al romanzo. Gli uomini chinavano la testa, per non vedere, una forma di ubbidienza verso la natura, per comprenderla, affrontarla e carpirne l’essenza. Sembra emergere nel suo romanzo un panteismo assai lucido dal punto di vista spirituale, è così?

Certo, tutta la montagna è permeata da questo panteismo, da questa sacralità dei boschi. Questo mi tiene in piedi, non certo scalare le pareti. Fino a qualche anno fa i montanari avevano una grande fede nella natura. Era tutto sacro, facevano un innesto in una pianta e chiamavano un bambino che tenesse le mani strette sulla pianta perché dicevano che avesse la febbre, nasceva un vitellino e si mettevano a pregare, accendevano la candela, ringraziavano il bosco che dava la foglia per lo strame. C’era poesia, mentre adesso invece siamo diventati freddi. Adesso siamo diventati le salviette dei nuovi faraoni, che ci hanno reso eroinomani di petrolio e di oggetti, mentre loro si soffiano il naso con noi e ci buttano via. Ora manca la sacralità. Come diceva Fëdor Dostoevskij senza Dio tutto è possibile.

 

Come si può rimanere in equilibrio nella società senza rischiare di apparire estremi?

Penso a me. Io sono diventato un personaggio, anche estremo, perché ho capito forse prima di tutti il meccanismo del personaggio. C’è gente che scrive molto molto meglio di me, ma non riesce a vendere. Io ho capito che l’umanità ha bisogno di personaggi, delle povere figure, anche ridicole. Io mi sono creato questo personaggio, a volte un po’ idiota, ma perché questo mi ha permesso di vendere milioni di copie. Capito questo sono andato in televisione a fare il pagliaccio. I libri però, posso garantirlo, li ho scritti con il cuore e con l’anima. Senza sapere che fine potessero fare. Ci metto la mia vita, fatta di dolore, morte, fatica, patimenti, sentimenti. Bisogna essere intelligenti, sapersi distaccare da una società per la quale l’uomo intelligente non è quello che legge libri, ma quello che fa soldi. Cerco di stare fuori da tutto questo. Mi prendo i miei tempi. Sono sceso ieri da una baita che nessuno sa dov’è. Vado a fare le presenze, perché a volte la gente ha bisogno anche di sapere con chi ha a che fare, che faccia ha quello che ha scritto il libro, ma poi mi so ritirare come una risacca, sono una risacca di me stesso. Ma non credo che continuerò molto a cavalcare l’onda di questo sistema. Ormai mi sto saturando di uscite e di presenze, io voglio solo tornarmene nel bosco. È un po’ come in montagna, è difficile rinunciare, perché rinunciare è un atto di umiltà, però io ho chiaro in mente cosa voglio, perché il mio corpo sente cosa va bene.

 

Dopo le partecipazioni al premio Bancarella e al premio Rigoni Stern, che lei ha vinto, ora si avvicina la finale del Campiello, come si sta preparando a questa serata?

I premi fanno bene, ma sono come l’aspirina. Sono fiero di aver vinto il premio Rigoni Stern, ma non è che uno deve darsi alla testa perché vi partecipa. Io continuerei a scrivere lo stesso. Certo, mi fa piacere pensare che ci sarò. Fa piacere soprattutto a uno come me, che viene dalle selve, che ha avuto la vita che ho avuto io, con problemi che vanno da genitori assenti e picchiatori a quelli legati all’alcolismo e che ha terminato solo la terza media; ho letto solo due camion a rimorchio di libri. Insomma, per me è un riscatto. Per me è un premio già essere arrivato qui, ma sia chiaro che io non sono un decoubertiniano, se si può vincere fa più piacere, ma non ho grandi aspettative. Io non sono uno scrittore, io sono un racconta storie. Non sono un intellettuale, ma uno che ha fatto tante esperienze. Ho lavorato nelle cave di marmo, ho fatto il manovale, il muratore, il bracconiere. Esco da un’esperienza che ormai anche il solo pensare che arrivo al Campiello, mi fa piacere. Ma se non mi ci fossi trovato non mi sarei sparato, avrei comunque continuato a scrivere e a fare la mia vita, perché scrivere mi aiuta solo a una cosa: a non spararmi.

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Commenti

Come sempre mauro fa un autocritica copia di tante altre che alla fine è pura verità .Forse sarebbe bene che tantissimi altri imparassero un pochino!!!....

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