“Poesie antirughe” di Alessandra Racca
Qualche anno fa, Alfonso Berardinelli scriveva di non credere, o almeno non più, alla poesia con la P maiuscola, quella arroccata nella rarefazione di un Parnaso sotto naftalina, bensì «soltanto in quelle poesie che mi fanno credere in loro».
Personalmente, non avvicino mai la Poesia per un motivo abbastanza curioso: non la capisco. Nel senso che proprio non ci arrivo. Per quanto ne so, tra l’altro, la poesia non vende. Qualche giorno fa ho letto uno status sulla pagina Facebook della Neo. Edizioni. Lo riporto: «Ebbene sì, a dispetto di quelli che ci additavano come pazzi per il solo fatto di pubblicare poesia, "Poesie antirughe" è andato in ristampa.»
Ebbene, Poesie antirughe, edito appunto dalla Neo. Edizioni nel 2011, è meritevole di lettura. Difficile dire a cosa somigli questo libro, se a una collezione di mele, di smalti, di tacchi, nostalgie e rivoluzioni, o se più semplicemente al gesto al quale ogni poesia dovrebbe somigliare: una danza. Queste cangianti, affilate, cellulari bombe a mano di colore veicolano, infatti, una musica che non è solo frutto dell’espediente metrico-ritmico cui ricorre il poeta per creare il miracolo del verso, ma è anche il senso originario di questa poesia, una sorta di invito a non soffrire l’esistenza, a strapparla coi morsi del sorriso, sopra ogni cosa a fluire.
Diverte e affascina il femmineo evocato dall’autrice, fra i goffi tentativi di maternità (Orologio biologico drama: partitura per delirio di maternità), i consigli spassionati di una vagina («Sai, a volte penso che a te, / farebbe bene / per un po' / avere una vagina più sul frivolo / e spara il nome Chantal»), la protezione delle amiche e il cuore acquatico delle madri («Mia madre sorride acqua / dentro i suoi occhi»).La silloge è nutrita da cinquantuno poesie organizzate intorno a quattro capitoli, che corrispondono ad altrettante densità tematiche quali la percezione, drammatizzazione e scioglimento giocoso del proprio essere donna tra altre donne e il mondo (Le ragazze sorridono nel sonno); l’amore (L’amore al tempo dei licantropi) — che se si vuole ridere con intelligenza non può mai mancare — totemizzato attraverso cani, piccioni, punteggiature, soap opere, licantropi e la parola futuro «Penso / che se potessi vederla dentro ai tuoi occhi / sarebbe bello / vederla lì nei tuoi occhi / sarebbe così bello / lasciarla nei tuoi occhi / guardarla un'ultima volta / ogni sera / prima di dormire / e finalmente / riposare»; segue un terzo movimento di riflessioni miscellanee Certe volte anche i pesci sprofondano, in cui mele, caramelle, bianche ossa, calzini e pesci sprofondati sono il prezzo da pagare all’autenticità, alla bellezza, tutto il peso della leggerezza «Ma dove ti assomiglia il mondo? / Nel piede che trema impaziente, nel bacio / nella mano nascosta del piacere o in quella della / stretta di mano? / Ti assomiglia dentro gli occhi o nell'osso, nell'intestino? / ti assomiglia qui o nel futuro? / Ti assomigliava prima più che mai? / Dove, in che modo, ti assomiglia il mondo?». Settenane poesie piccole così, quarta ed ultima sezione, raccoglie poesiole, brevissimi schizzi residuali di ciò che il resto non ha potuto contenere «Gli uomini vengono da Marte / Le donne da Venere / Solo i cani sono terrestri veri».
La forza della scrittura di questa mademoiselle torinese credo consista nella sua propensione semantica a evocare risoluzioni piuttosto che problematizzare a vuoto il cortocircuito perverso tipico della malinconia poetica. Questo non significa mancanza di profondità, piuttosto uno scandaglio misurato e giustamente prospettico dell’animo umano, che parte dalla vita e alla vita approda. Alessandra Racca non ha bisogno di impaludarsi nella vanità di un atteggiamento artistico, vuole essere sincera, tanto da sporcare lo specchio perché anch’esso finge («Se continua a tirarsela così / lo ungo con l'olio di gomito»); sa perfettamente che le sue poesie, pur non potendo salvare il mondo, devono almeno aspirare con umiltà a distenderlo, a illuminarne le corrispondenze nascoste tra gli oggetti e gli usi quotidiani, a tirarle via con un colpo di ironica dolcezza quelle rughe che una vita bestia ci scava. La risposta al dolore è forse una barchetta di carta sulla quale scrivere il proprio nome e appoggiarla sull'acqua «vedrai / quella piccola cosa / come scivola via / così fragile, così avventurosa».


































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Questa recensione nasce grazie al prezioso carteggio avuto con la scrittrice e poetessa Federica D'Amato che ringrazio.
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